Talora domanda un cappello di cardinale:
Tandem, maxime pontifex, galerum
Pasquillo tribuas tuo roganti.
Si sensu sine sum, rude atque marmor,
Complures quoque episcopos videmus
Ipso me mage saxeo creari.
Altre volte fa un confronto tra il papa e Cristo:
Christus regna fugit: sed vi papa subjugat urbes.
Spinosam Christus, triplicem gerit ille coronam.
Abluit ille pèdes; reges his oscula præbent.
Vendentes pepulit templo, quas suscipit ipse....
Ascendit Christus, descendit ad infera præsul.
Qualche volta con tenuissimi cangiamenti muta l'elogio in satira; come quando essendosi scritto, Orietur in diebus nostris justitia et pax, Pasquino vi antepose un M.
E altra volta: «Tu ridi, o passagero, perchè il vecchio Pasquino vedi senza naso, senza labbra nè mani, e perduta ogni forma.
Nempe vides quam Roma viros bene tractet honestos
Quos ea, si qui sunt hic, periisse cupit.
Nam me quod nimius veri sum visus amator
Et mores urbis carpere sæpe malos, ecc.
E il Marini cantava:
Non cercar tu che passi
Come favelli e scriva
Una pietra insensibile e scolpita
Che della mano e della lingua è priva.
Fora ancor poco a questa età cattiva,
Poichè tacion color che han voce e vita
Quand'io non sol parlassi
Ma parlando scoppiassi,
Per romper con lo scoppio e testa e braccia
A chi mi fa parlare e vuol ch'io taccia.
Nel 1592 erasi stabilito di farla finita con questo garrulo mozzicone e gettarlo in Tevere. Trovavasi allora a Roma Torquato Tasso, e suggerì: «Nol fate. Dalla polvere nella ripa del fiume nasceranno infinite rane, che gracideranno notte e giorno per vostro dispetto». Gli si diede ascolto, onde Marforio ne mandò le congratulazioni a Pasquino. E questo rispondea: «Di fatto m'avean messo in querela col sant'Uffizio. Comparvi davanti ai cardinali, e pensa come mi conciarono! Senza un secondo Torquato, la bocca di Roma era chiusa per man de' Barbari. Per fortuna la ragione disarmò l'ira, e la satira dee la vita alla poesia».