M. Ehi, Pasquino, i nostri Romani dove sono?
P. Sono con san Pietro in vincoli.

Esaltato Pio IX, Pasquino tacque sotto l'universal concerto d'applausi: parodiò volentieri gli ampollosi decreti dei triumviri, poi venutivi i Francesi, sfogossi contro questi. Fra gli altri, cantò:

M. Dimmi, o Pasquino; avvisi
Il general straniero
Che con lo sguardo fiero
Percorre la città?
P. Egli, o Marforio, è il prode
Repubblican soldato
Ministro invidiato
Di galla libertà.
M. Sai tu, Pasquin, se, giunto
Di Roma all'almo ostello,
Il sospirato avello
De' Gracchi visitò?
P. Oibò, Marforio mio:
Il general francese
Nelle trecento chiese
Devoto si prostrò.
M. Quale, o Pasquin, reliquia
Toccò il suo labbro ardente?
A qual con riverente
Piede inchinossi ognor?
P. L'orribil sacrilegio,
Marforio mio, non taccio:
Baciò l'infame laccio
Di Giuda traditor.

Fra le recentissime fu arguta questa pasquinata:

«La guerra d'Italia costò tre ducati; la guerra del Messico potrebbe costar un napoleone».

Ma Pasquino, se ha il dono dell'arguzia, non ha quelle della profezia. Guai!

[DISCORSO XXX.]
PIO IV. IL CONCILIO TRIDENTINO.

Perchè là vita, questo combattimento, cui prezzo è l'immortale godimento di Dio, diventasse meritoria, bisognava vi fossero e luce bastante a illuminare la fede, e tenebre bastanti a offuscarla: senza di queste l'evidenza avrebbe colpito l'anima di modo, che cessati sarebbero l'equilibrio fra il bene e il male, e la possibilità del peccare, e l'azione dell'uomo sul proprio destino, e il merito della santità[183]. Di qui il perenne conflitto dell'errore contro la cattedra della verità, che fra il vecchio mondo osceno e il nuovo feroce fu eretta contro la servitù del pensiero e conservata nella libertà del pensiero, la quale non consiste nell'autonomia assoluta, ma nel non avere ostacoli a riconoscere la verità, nell'esplicarsi l'intelletto nel campo dell'intelligibile.

Ogni qualvolta si trovò lacerata da qualche grave eresia, la Chiesa adunossi in Concilio attorno al successore «del gran viro, a cui nostro Signor lasciò le chiavi»[184], onde proferire come appariva ad essa ed allo Spirito Santo. Se fonte viva della vera civiltà è la fede divina, importa conservarla nella sua purezza: i popoli di tutto il mondo congiungere di credenze e di riti; ritemprare l'interno di questa società col correggere i costumi e principalmente quelli del clero; fuori difenderla dai nemici comuni, effondere fiumi di verità e di vita sopra quanto v'ha di nobile, di bello, di generoso nella natura umana. A tal uopo non s'introduce nulla di nuovo: le cognizioni umane, forse l'intelletto nostro son altro che tradizione? Cristo medesimo non venne a portare novità, ma a rivelare ciò ch'era stato coperto. Anche la Chiesa non fa che dichiarare oggi quel che credeva jeri; cangiando soltanto l'espressione per rendere più chiara, più completa, più esplicita una credenza sempre identica.

La definizione infallibile consta di materia e di forma. La prima è prestata dall'episcopato; l'altra dal pontefice. Ogni vescovo parla nel Concilio, qual testimonio della credenza della sua Chiesa: sicchè l'accordo di tutti i vescovi significa l'accordo di tutte le Chiese. Il papa, capo inseparabile dell'episcopato, non è il più profondo teologo, il più erudito canonista, il più destro dialettico, nemmeno il più pio, il più santo; ma quello che la preghiera di Cristo garantisce dagli errori umani; che non inventa nulla, nè aggiunge forse tampoco un pensiero al tesoro di tanti pensieri ivi raccolti, ma proferisce «Questo è vero»: diffida del suo sapere, e perciò interroga, fa discutere, ma non diffida della sua inerrabilità; esso convoca il Concilio, lo presiede, lo sanziona, lo dichiara infallibile.