Gli spiriti negativi ridano pure di questi meriti: noi parliamo ai serj e leali. E questi sanno che tutti i Concilj, da quel di Nicea fino a questo tridentino, anche nella storia mondana furono le assemblee più segnalate che la storia ricordi per la dignità de' personaggi raccolti, per la grandezza delle quistioni che vi si agitarono, per l'elevazione delle idee, superiori a limitazione di paese, di nazionalità, di tempo, fondate su principj irrefragabili, e ispirate da una generosità non d'astrazioni, ma effettiva nè mai smentita: vi si presero le decisioni più gravi, più prudenti, più elevate: si fecero le istituzioni più savie per la condotta della Chiesa, e le più rilevanti per la pace dell'anime e la salute del mondo, e mai non fu necessario disdirsi o correggersi.
Questo rimedio, efficacissimo allorchè non era messa in quistione l'autorità della Chiesa, l'udimmo proposto fin dal prorompere della gran Riforma. I Protestanti dalle scomuniche del pontefice appellavano al Concilio; i Cattolici confidavano basterebbe in siffatta adunanza opporre il sentimento universale e antico alle opinioni particolari e nuove; l'imperatore, il re di Francia, i principi di Germania, gli ecclesiastici, Lutero, gridavano Concilio: ma lo desideravano lealmente?
I papali nol credevano necessario, quando sì di recente n'era stato raccolto uno, e quando a tutte le nuove negazioni poteano opporre asserzioni antiche e precise. Pure, incalzati dagli avversarj, conoscendolo d'altra parte come il mezzo di cui la Chiesa si era sempre valsa per reprimere le eresie e togliere gli scismi, vi assentivano. Non trattavasi però più di dibattere quistioni parziali come a Costanza, bensì l'essenza medesima della Chiesa; e in tanto bollimento degli spiriti, quanto non era pericoloso il raccoglierlo, difficile il contenerlo ne' limiti, e impedire che, al modo di quel di Basilea, non si dichiarasse superiore al pontefice stesso!
Carlo V come imperatore potea desiderar l'umiliamento di questi papi che, sempre repugnanti alla dominazione forestiera, aveano tenuto a freno i suoi predecessori, e con Giovanni XXII aveano proclamato il distacco dell'Italia dall'Impero, e con Giulio II la cacciata degli stranieri. Ma d'altro lato, egli fiammingo e spagnuolo, re cattolico di Spagna e capo del sacro romano Impero, non potea farsi eterodosso; re di Napoli ed emulo di Francesco I, non potea nimicarsi il papa; cosmopolita, non potea restringersi alla politica tedesca. Poi sentiva scossa l'autorità; s'indispettiva che un frate cacciasse i suoi sillogismi traverso alle smisurate ambizioni di lui; e che i principi dell'Impero profittassero delle innovazioni religiose per emanciparsi non meno da Cesare che da Pietro; e che sorgesse una diversione troppo disastrosa quando i Turchi sovrastavano. Stette dunque cattolico anche per calcolo, e con Leone X conchiuse un accordo pieno d'interessi mondani; ma quando uscì vincitore dell'emulo Francesco a Pavia, non sentendo più bisogno nè di Lutero come spauracchio dei papi, nè de' papi come contrappeso alla potenza francese, mutò linguaggio; tacciò il papa di voler solo tergiversare; un poco ancora che tardasse, egli stesso adunerebbe il Concilio.
Francesco I di Francia pretese che il Concilio fosse libero di trattar quanto e come volesse; e intanto l'imperatore ed esso re faceano da particolari teologi promulgare decisioni su punti di fede, locchè più sempre impacciava il già scabroso negozio. Maggiore ombra ne prendeva Clemente VII, nato illegittimamente nè abbastanza legittimamente eletto; sicchè cercò soprattieni e argomenti in contrario, dicendolo inutile e pericoloso; inutile, perchè l'eresia di Lutero essendo condannata dagli editti imperiali, bastava far questi eseguire; pericoloso, perchè avrebbe aria di revocare in dubbio le prische decisioni della Chiesa, e il convegno di tante teste torbide potrebbe al papa o all'imperatore strappar concessioni, di cui tardi avessero a pentire. Se però l'imperatore lo credeva conveniente, l'intimasse pure a nome del pontefice, patto che gli eretici promettessero obbedirvi, i punti a discutere si ponessero prima in iscritto, formando quel che oggi chiamiamo ordine del giorno, onde perdere men tempo e non divagare[185]. Uberto Gàmbara nunzio pontificio spiegò più chiaro, che i Luterani domandassero il Concilio, e promettessero sottoporvisi; dovesse unicamente occuparsi della guerra col Turco e dell'estinguere l'eresia, non già del riformare la Chiesa; si tenesse in Italia; vi avessero suffragio quei soli, a cui spettava giusta i canoni. Con ciò Clemente indisponeva anche i Cattolici; oltrechè per le ambizioni di sua casa esigeva decime dal clero, e le appaltava; e avendole il clero di Ferrara ricusate, egli pose l'interdetto sulla città. Anche i preti di Parma aveano esclamato contro l'esorbitare degli esattori, ed ecco giungere Vincenzo Canina commissario papale, e tutto in collera esporre i cedoloni minacciosi: ma i preti s'ostinano al niego, anzi insorgono; il popolo li seconda, e il commissario è ammazzato a strazio. Fatti simili si riprodussero altrove.
Ruppesi poi la guerra per la Lega Santa, che condusse i Tedeschi a saccheggiar Roma. Fra le condizioni poste allora da Carlo V alla liberazione di Clemente VII fu la convocazione del Concilio; ma non appena si sentì riappoggiato dalla Francia pel matrimonio della nipote Caterina, il papa abbindolò indugi e pretesti.
Pure anche a Roma si era convenuti sull'opportunità d'un Concilio, non più nella speranza che ravvivasse i rami disseccati, ma che di nuovo succhio rinvigorisse il tronco indefettibile. Nel Concilio di Costanza erasi veduta l'aristocrazia ecclesiastica[186] elevarsi contro il monarcato papale, non accorgendosi che contro di essa agguerrivasi la democrazia. Non volea però tagliare il nesso fra l'autorità e l'uomo che la esercitava: bensì in quest'uomo discernere le azioni giuridiche dalle abusive. Il papato è la maggiore delle autorità, assoluta, irreformabile, indivisibile dalla persona che legittimamente n'è investita: non si dee sceverare l'autorità dalla persona, bensì la persona dagli abusi. Vedemmo come poi trascendesse il Concilio di Basilea. Adesso si riuscirebbe a ricondur le pecore sotto un solo pastore, come erasi fatto a Nicea?
La Chiesa professa essere unica depositaria e interprete della parola divina, e quindi infallibile nel profferire ciò che tutti devono credere; i Protestanti arrogano a ciascuno l'intender a suo senno le sacre carte, all'autorità comune sostituendo la capacità individuale. Questo radicale dissenso toglieva qualunque possibilità di accordo; già a quel punto ciascuno aveva preso partito; le opinioni religiose eransi rinterzate cogl'interessi politici; il mondo diviso in due campi, umanamente irreconciliabili; talchè il sinodo, non potendo scendere a transazioni nè decidere altrimenti da quel che avea fatto la Chiesa, sin d'allora restava ridotto a «far una lunga e coscienziosa recensione del sistema cattolico». Ma gli avversarj tergiversavano col solito artifizio del chiedere troppo, pretendendo che il papa vi comparisse non qual capo, ma qual membro, e che anche i novatori vi avessero voce deliberativa, lo che equivaleva a dare già per ammessa la scissura. E questi sotterfugi non cessarono più. Se i papi sollecitavano il Concilio, diceasi, «Non v'è tempo ad allestirlo; affrettano a bella posta perchè sieno scarsi gli intervenienti, e prevalgano affatto gli Italiani, loro devoti». Se indugiassero, li tacciavano di non volerlo che in parole, di fare scaturire difficoltà, d'adombrare ne' ragnateli. Voleva il papa far da sè? lo gridavano arrogante, e che pregiudicasse la quistione della supremazia. Dirigeasi ai re e all'imperatore? diceano volesse rovesciar su loro l'odiosità: accuse triviali d'ogni tempo in simili occasioni.
Il Concilio era stato, nel 1537, intimato a Mantova: ma quel duca pretendeva che il papa vi mantenesse una guardia militare per garantire la sicurezza: e il papa non la volea per non acquistare aria di coazione verso i congregati. Propose dunque alcuna città del Veneto, e si preferì Vicenza: ricusata anche questa, vennero in campo Ferrara, Bologna, Cambray, altre delle tante libere o soggette a principi indipendenti, e per tutte trovavansi objezioni. Le più forti venivano dal patriotismo tedesco che s'impennava contro ogni paese italiano: corsero otto anni tra proposte e rifiuti, prima che si prescegliesse Trento, italiano ancora, ma sui confini di Germania, e indipendente come principato del proprio vescovo.
Questa città non era rimasta immune dal fomite luterano, e nel 1536, principando il vescovo Bernardo Cles, ne derivò turbamento, dal quale si colse pretesto per rivoltarsi contro i signori. Il vescovo tentò calmare i capi dei valligiani, ma fallitagli l'impresa, dovette ricovrarsi a Riva, mentre gli abitanti delle valli Sugana e di Non tentavano pigliare Trento per forza. Le milizie del vescovo riuscirono a calmare la sedizione, e molti de' rivoltosi furono decapitati, impesi, mutilati, fitti in carcere.