Invece di trattenersi a Roma, come troppi vescovi soleano, o alle corti o nelle nunziature, egli volle al più presto venire alla sua sede di Milano. Da quarant'anni essa costituiva una commenda, che passava quasi in eredità a cadetti di casa d'Este, i quali non vi risedevano mai, mettendovi un vicario. In conseguenza la disciplina vi si era sfasciata; nè pietà e costumatezza appariva nei preti, i quali, non che curare le anime altrui, la propria negligevano, e si credeano dispensati dal confessarsi perchè confessavano: secolareschi nel vestire, nelle abitudini, nelle compagnie, trafficavano, e delle chiese e delle sacristie si valevano come di portifranchi per sottrarre le merci e il contrabbando alle imposte e alle perquisizioni; quand'anche non ne faceano ritrovi per conviti e balli. Le solennità e le domeniche erano occasione a bagordi, a feste indecenti e persino feroci; i monaci dati all'ozio in convento, agl'intrighi fuori; le monache, in onta alla clausura, uscivano a far visite e ne riceveano, e l'abilità non manifestavano che in trine, confortini e manicaretti.

Attorniatosi di valent'uomini, Carlo si accinse a riformare la sua arcidiocesi. Diceva l'uffizio a testa scoperta; leggeva la Scrittura a ginocchio; poco parlava, pochissimo leggeva e neppure le novità, dicendo che un vescovo non potrebbe meditare la legge di Dio se badasse a vanità curiose.

Autorevole per parenti e congiunti in tutta Italia, per amici alla Corte di Roma, per l'illustre nascita e la signorile magnanimità fra i nobili, fra gli ecclesiastici per la dignità, fra il popolo per le ricchezze e per l'uso che ne facea, fra i pii per la bontà e le macerazioni, e armato di qualità penetranti e sovrane per convertire e costringere allo spirito interno i Cattolici paganizzanti: vigoroso di corpo a sostenere viaggi ed astinenze, e d'animo a reggere le opposizioni dei governatori, le persecuzioni de' maligni, l'indifferenza de' beneficati, con que' decreti che costano poco a farsi, ma molto a far eseguire disciplinò la sua Chiesa, dalle materie più importanti fin alle minime di sacristia. Una volta l'anno banchettava il governatore di Milano, e lo serviva d'un cappone lesso, d'un arrosto, d'una torta squisita e null'altro. Teneva frequentissime conferenze col suo clero; instancabile nell'impedire che dalla vicina Svizzera l'eresia si dilatasse in Italia, perlustrolla come legato pontifizio, vi rincalorì la parte cattolica, e fondò a Milano un collegio Elvetico, che preparasse apostoli e parroci a que' paesi. Vedremo quanti urti avesse col suo clero, inorgoglito dalla pinguedine, e quanti conflitti di giurisdizione: onde il papa doveva ammonirlo che bisogna talora non guardare solo alle cose in sè, ma all'opportunità[196]; non riceveva alcun breve papale se non iscoprendosi il capo: eppure egli fu sempre amico e difensore del Sirleto e del Morone. Le lettere scritte da lui o direttegli basterebbero a formare intera la storia del Concilio.

A trar il quale a compimento, principale impegno egli pose, e fece che il papa ne ordinasse la riunione al 29 novembre 1560; ma le tornate si cominciarono solo al 18 gennajo del 1562, per finirle il 3 dicembre dell'anno successivo: al 26 gennajo 1564 usciva la bolla di conferma. Ed è questo il Concilio più famoso della cristianità, e insieme la scuola più ricca della diplomazia ecclesiastica, comprendervi teologi di prima forza, ambasciadori di tutte le nazioni, varietà di pontefici, mutazione di politica dell'imperatore verso la Chiesa, della Chiesa verso l'Impero e d'entrambe verso le nazioni, e una pubblica giurisprudenza liberale[197].

Quante fatiche per far accettare, da gente rivoltosa, un'autorità senza appello, che parla e dev'essere creduta, che ordina e va obbedita! Fra i tanti, spediti ad invitare i principi massimamente di Germania, segnalossi il veneziano Gianfrancesco Comendone, limpido dicitore, abilissimo negli affari più avviluppati e meno attesi, nè «la Corte romana ebbe mai ministro più illuminato, più attivo, più disinteressato e fedele: condusse a termine con rara perizia negoziati rilevantissimi in tempi difficili; procacciossi l'amicizia de' principi senza condiscendere alle passioni e agli errori di essi; infaticabilmente adoprò ad assodar la fede e la disciplina della Chiesa, e con senno e fermezza si oppose alle rinascenti eresie»[198]; nunzio in Inghilterra, in Polonia, in Moscovia, poi ad Augusta; i suoi viaggi sono leggiadramente descritti da Annibal Caro, al quale fu amicissimo, come a Paolo Manuzio, a Basilio Zanchi, al Sirleto, ai migliori d'allora.

Cercava egli stabilire appunto l'autorità della Chiesa, e in lettera del 3 febbrajo 1561 al cardinale Borromeo da Berlino racconta il suo colloquio coll'elettore di Brandeburgo.

«Sua signoria illustrissima aperse il breve, lesse la bolla, e poi mi fece dire che delibererebbe, e mi darebbe risposta, il che fece alli XXIIII.

«Questa risposta fu molto lunga, nè però conteneva altro, se non che egli aveva accettata la salutazione del sommo pontefice con la riverenza debita, e che ne lo ringraziava grandemente, che sin in Ungheria l'aveva conosciuto d'ottima mente, e di somma benignità. Che sua signoria illustrissima similmente nel grado suo aveva sempre atteso alla pace, e che io non mi ingannava a riputarlo per tale, perchè s'era sempre affaticato e tuttavia s'affaticava in questo; nescire tamen an pacem apud omnes gratiam ineat; di che si doleva tanto meno, quanto non aveva altro fine che la pace della conscientia sua et verbum Dei, per il quale e non leggermente aveva accettata la confessione augustana, e che sommamente desiderava a tutti gli uomini e specialmente summo pontifici veram agnitionem filii Dei. Entrò poi sopra la presente indizione del Concilio, e disse che, non appartenendo questo negozio a se solo, nè alli principi soli convenuti in Namburg, ma a molti altri e principi e Stati della Confessione Augustana, sua signoria non potea rispondere se non quello di che di comune consiglio fosse risoluto: che dal canto suo farebbe sempre ogni opera acciochè si venisse a concordia, sebbene, per l'esperienza che aveva e della volontà de' principi e della causa in sè, ci trovava molte difficoltà, come in più ragionamenti famigliari mi aveva liberamente mostrato, sì perchè egli suole così sinceramente trattare, sì perchè conosceva che io ancor così trattava con sua signoria illustrissima; e che tenevo per certo che non solo io avessi accettato tutto ciò in buona parte, ma ch'io dovessi continuare una buona amicizia seco, per la quale si offeriva, ecc. Io risposi che sua signoria illustrissima non s'ingannava punto del giudizio che faceva della somma bontà, e sincerità di nostro signore, e che similmente sua santità aveva sempre stimata sua signoria illustrissima desiderosa di pace, anco innanzi che la conoscesse in Ungaria; soggiunsi poi, che, sebbene la causa era comune a sua signoria illustrissima con molti altri, non di meno era così comune, che apparteneva grandemente a ciascuno separatamente, trattandosi della salute dell'anima, e tanto più a sua signoria illustrissima, che per tal cagione sola diceva aver consentito nella Confessione Augustana: il che, come aveva fatto da sè, così poteva da sè, massimamente in un Concilio universale, cercare veram agnitionem filii Dei, la qual cognizione nostro signore non solo le pregava, ma per tal mezzo le procurava, come successor di colui al quale era stato comandato che aliquando conversus confirmaret fratres suos, con certissimo privilegio ut non deficeret fides sua, impetratoli da Nostro Signore Gesù Cristo a questo fine: di modo che non v'è il più sicuro rifugio che umiliarsi al giudizio constituito da Dio, e seguire il lume che si conserva nella continua successione della sede apostolica et in perpetua et constanti patrum doctrina. Finalmente circa li discorsi fatti più volte meco da sua signoria illustrissima, le resi grandissime grazie, dicendo che piuttosto la pregava ad iscusarmi se liberamente gli avevo risposto quello che m'occorreva circa ciò, perchè, quanto a persona pubblica, io non aveva a dirle altro, se non che fosse contento di venire al Concilio, ed ivi, se per sorte avesse alcuna difficoltà, l'esponesse ai Padri e: che tutto il resto io avevo detto sempre esclusa questa pubblica persona, invitato dalla sua signoria illustrissima; onde la pregava di nuovo a voler considerar bene quello che si può e si deve, e a non approvare quei mezzi che non porterebbono ora alcuno sollevamento, non che pace alla Chiesa, e sarebbono perniciosi all'avvenire, distruggendosi con le condizioni che essi dimandano per consentire al Concilio tutta quella certezza che potremo avere in terra per discernere la verità cattolica dalla eresia, la quale certezza e regola indubitabile è stata sempre appresso la sede apostolica, e ne' Concilj universali, legitime convocatis habitis et confirmatis.

«Questa fu la mia risposta sebben fosse detta con più parole, le quali non riferisco così minutamente per non essere molesto a vostra signoria reverendissima come anco non racconto ragionamenti avuti con l'elettore, essendo stati molti e lunghi di tre o quattro ore continue al giorno, perchè egli legge volontieri, e più volontieri ragiona di tutte queste materie controverse; solo dirò brevemente a vostra signoria illustrissima quello che tocca al presente negozio del Concilio. Le difficoltà che egli nella risposta datami dice avermi esposte in altri ragionamenti sono le medesime con le condizioni date dalli Protestanti alla cesarea maestà: tuttavia egli si rende assai trattabile in molte. Una le pare ragionevolissima, che i loro teologi abbiano voto in Concilio, e più volte n'ha parlato meco efficacissimamente, e però jeri dopo la risposta datami tornò nel medesimo ond'io, vedendolo così ardente in questo, e tutto posto in certe sue ragioni civili, lo pregai a dirmi come, concedendosi ciò alli confessionisti, si potrebbe poi ragionevolmente rispondere alle altre sêtte, quando esse ancora dimandassero di aver voto. Egli confessò che si dovesse negare a tutti gli altri, perchè non hanno, come i confessionisti, expressum verbum Dei. E replicando io che tutte le sêtte parimenti pretendono questo verbum Dei, soggiunsi esser necessario che ci sia stato provveduto da Dio d'un giudice certo in terra, secondo che vediamo nell'antica e perpetua forma del governo della Chiesa. Egli, benchè non mi rispondesse altro per allora, non di meno mostrò di non restar soddisfatto, ed oggi ha fatto sedere a tavola un suo dottore, e di nuovo ha mosso questo ragionamento, dicendo che nessuna setta può dimandar ragionevolmente d'aver voto, perchè, oltre l'esser false, non hanno le controversie sue immediate contro l'autorità della Chiesa romana, come ha la Confessione Augustana, la quale principalmente cerca di levare gli abusi, e restituire la purità dell'evangelo. Io allora dissi, che una tal ragione era appunto buona per accrescere in ciascuna setta questa eresia di più, quando non n'avessero prima, essendo che ciascuna di essa avrebbe gran difficoltà con l'accusare ed opporsi alla sede apostolica, ovvero di acquistar voto in Concilio, o almeno di sottrarsi al giudizio di quella. Ed a tal proposito si ragionò lungamente de' Calviniani e del gran numero loro, e delle cerimonie che esso elettore ama e fa osservare grandemente, e che costoro levano affatto; e poi degli ordini della Chiesa e della volontà di Nostro Signore in riformarla, dove sia di bisogno: e per certo mi pare che questo principe senta stimolo e rimorso nella coscienza, onde licenziandomi io per andare in Lusazia al marchese Giovanni suo fratello, mi ha detto sospirando queste formali parole, Profecto, reverendissime domine, vos injecisti mihi multas et magnas cogitationes»[199].

E il 4 marzo dell'anno stesso: