Con una conoscenza tale è delirio parlare di libertà. La volontà non è che il giudizio, e tra il fare e il patire non corre altro divario che quello fra l'idea chiara e la confusa. Ogn'altra libertà fuor dell'idea distinta che abbiamo della causa della nostra azione, è chimera d'ubriaco. Dio determina tutto in noi; noi siamo argilla in man del vasajo; l'uomo è un automa spirituale. S'egli si lamentasse d'aver ricevuto da Dio un naturale malvagio, sarebbe come se il circolo si lagnasse di non aver le proprietà della sfera. Si dirà che dunque, se pecca, è scusabile? Se con ciò vuolsi dire che non ecciterà la collera di Dio, sta bene, giacchè Dio non può irritarsi; se dire che è degno della beatitudine, è un'insensatezza; chi fu morsicato da un cane rabbioso è certo scusabile, eppure a buon dritto viene soffogato: così colui che non può domare le proprie passioni è scusabile, ma pure bisogna sia privato della vision di Dio. Cadesi nell'antropomorfismo se si concepisce Dio come un giudice che premia e castiga. Dio va considerato assolutamente e puramente come Dio: la qualità dell'opera conviene apprezzare, non la potenza dell'operajo; giacchè l'opera porta le sue conseguenze necessariamente, come è naturale al triangolo che i suoi tre angoli formino due retti.
Voi vi avete ravvisato il panteismo materialista del nostro Bruno.
Lo Spinosa dichiara venerabile la teologia per l'obbedienza e la fede, ma le si metta accanto la filosofia, che dalla sola ragione chiede la verità e la certezza. Le pratiche religiose nascono da timore, e perciò son indipendenti ne' governi liberi. Lo Stato ha diritto di regolare e la filosofia e la religione. Le religioni son parto dello spirito umano, relative alle circostanze, e convengono a Dio purchè guidino gli uomini alla virtù. Non miracoli, non profezie; alla salute non è necessario credere a Cristo; la tranquillità dello spirito è la maggior aspirazione dell'uomo, che in questo ragionato egoismo evita le agitazioni recate dalla compassione, nè cerca l'amor di Dio o quel de' suoi simili.
Così lo Spinosa tirava francamente le conseguenze de' principj cartesiani, davanti alle quali erasi arrestato Malebranche. Mentre poi Cartesio portava l'esame sull'interno dell'uomo, sull'esterno lo fissò Locke, che popolarizzando, o piuttosto vulgarizzando la metafisica, fu vero padre dei sensisti; non riconoscendo altra rivelazione che la rivelazione dei sensi; la morale riducendo tutta a religione, e religione è il calcolo dell'interesse. Malebranche dunque, a forza di pensar al creatore, smarriva il senso della creazione, considerando Iddio come causa non solo efficiente ma immanente: Locke s'inorgogliva nella potenza del me, fino ad annichilar Dio.
Continuatore dell'empirismo politico del nostro Machiavello, che cerca la riuscita non badando alla giustizia, fu l'inglese Hobbes (1578-1679), che alle discordie rivoluzionarie del suo paese volle por rimedio la tirannia, asserendo perversa l'umana natura, e quindi necessaria la forza dello Stato, ch'e' personifica nel Leviatan, animale enorme, traente vita da congegni politici. Non vede dunque che sensazioni, interesse, macchinamenti, guerra di tutti contro tutti; il cristianesimo limita a credere che Gesù Cristo fu mandato a fondare il regno di suo Padre: ma la Chiesa dev'esser nazionale, e sotto la dittatura dello Stato, ch'è interprete supremo delle Scritture, acciocchè il senso non ne resti abbandonato al talento individuale. Che se il principe volesse cambiar religione, bisogna obbedirgli. Si vale dunque di Dio soltanto per togliere anche l'ultimo appello alla libertà dell'uomo.
Dal cartesianesimo prese le mosse anche il maggior pensatore di quell'età, Leibniz (1646-1716), ma per giungere a confutare il sensismo di Bacone e di Cartesio, e provare le verità cristiane mediante la scienza; all'idea di sostanza oppone quella di forza, di causa sostanziale; e mostra come la fede concilii in un mistero la coesistenza del finito e dell'infinito, della libertà e della necessità, della creatura e del creatore.
Più positivo Bacone (1561-1626) già prima avea voluto ai sistemi della filosofia razionale, dell'empirica, della superstiziosa, surrogare l'investigazione de' fatti, le classificazioni, il metodo: indica le fonti degli errori; vuole si colga la natura sul fatto, si combinino i fenomeni, si classifichino, e coll'induzione si arrivi alla reale loro intelligenza. Allora dispone l'universo sapere secondo un albero enciclopedico, riferendolo alle tre facoltà della memoria, della fantasia, della ragione. I razionalisti lo magnificarono come il primo che rompesse apertamente col medioevo; eppure tanti dei nostri l'aveano preceduto[351].
Perocchè il vero risorgimento fu opera degli Italiani, in quell'esuberanza di vita intellettuale e materiale, che traevano da tanti centri di civiltà e politica quant'erano le repubbliche e i principati nostri. Che se gl'ingegni del Bruno, del Telesio, del Campanella, del Cesalpino non piantarono sistemi dottrinali, molto contribuirono ad emancipare il pensiero dall'autorità. Ma ormai i nostri non sapevano che camminare sulle orme straniere, e non abbiamo nomi da pareggiare a quei sommi, per quanto mostrino ingegno e vigore; imitatori anzichè copisti, e vogliosi di trasformare anzichè riprodurre, e di infonder nuova vita alle cose morte, pure a queste attengonsi, anzichè a cercare il vero collo studio immediato delle cose conoscibili. Che se anche talvolta diedero lampi splendidissimi, facilmente scivolano nel paradosso; nè piantarono verun sistema che comprendesse verità bastanti a signoreggiare l'intelletto, il quale, se ammira un momento le bizzarrie, non riposa che nell'ordine.
Ad originalità vedemmo pretendere Tommaso Campanella, prima di Bacone tentando fondare una filosofia della natura sopra l'esperienza. Venera la rivelazione, fondamento della teologia, mentre della filosofia è fondamento la natura: ammira san Tommaso e Alberto Magno, ma la sua procellosa insofferenza lo porta alle temerità della logica; riprova i Gentili, non approva i Cristiani, i quali ex parte christianizant et ex parte gentilizant: disgustato dei Peripatetici, predilige il Telesio per la sua libertà del filosofare; scriveva al granduca Ferdinando II, lodando i padri suoi che, col rivocar la platonica, avessero sbandito la filosofia aristotelica, e sostituito ai detti degli uomini l'esperienza della natura. «Io con questo favore ho riformato tutte le scienze secondo la natura e la scrittura dei codici di Dio. Il secolo futuro giudicherà di noi, perchè il presente sempre crocifigge i suoi benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno del terzo secolo». E mandandogli da Parigi le sue opere, «Vedrà (dice) che in alcune cose io non mi accordo con l'ammirabile Galileo, suo filosofo e mio caro amico e padrone. Può stare la discordia degli intelletti con la concordia della volontà di amendue; e so che è uomo tanto sincero e perfetto, che avrà più a piacere le opposizioni mie: (del che tra me e lui c'è scambievole licenza) che non delle approvazioni di altri» (6 luglio 1638).
Secondo lui, tutto il creato consta di essere e non essere; l'essere è costituito di potenza, sapienza, amore, cui scopo sono l'essenza, la verità, il bene, mentre il nulla è impotenza, odio, ignoranza. L'Ente supremo, nel quale le tre qualità primordiali sono une, benchè distinte, nel trar le cose dal nulla trasferisce nella materia le inesauribili sue idee, sotto la condizione di tempo e di spazio; e vi comunica le tre qualità che divengono principj dell'universo sotto la triplice legge della necessità, della previdenza, dell'amore. Così procedendo per triadi, contro i machiavellici difende la libertà del sapere e i diritti della ragione; contro gli scettici stabilisce un dogmatismo filosofico sopra il bisogno che la ragione prova di raggiungere la verità.