Fu egli panteista? No nell'intenzione, giacchè professa aver Dio creato le cose finite dal nulla, da sè e non della sostanza di sè[352]: bensì è panteista di conseguenza, dicendo che Dio crea per una certa emanazione. Che se l'uomo possiede un'intelligenza immortale, quanto meglio il mondo che è più di tutti perfetto? Che tutto abbia vita e sentimento gli sono prova la calamita e il sesso delle piante, e con eloquenza dipinge le simpatie della natura e l'effondersi della luce in tutte le parti con un'infinità d'operazioni che non è possibile si compiano senza voluttà.

Cartesio, il quale pur era tutt'altro che avverso alle novità, scrive: «Quindici anni fa ho letto il libro De sensu rerum e altri trattati del Campanella, ma fin d'allora trovai sì poca solidità ne' suoi scritti, che non ritenni memoria di cosa alcuna. Non saprei ora dirne altro se non che, quelli che si smarriscono affettando battere strade straordinarie, mi pajono meno compatibili di quelli che si smarriscono in compagnia di molti altri». E in fatto il Campanella ricorreva perfino alle arti occulte.

Solo pel nome illustre nella letteratura e nella giurisprudenza citerò Gian Vincenzo Gravina (1644-1718) che, nella prima gioventù stando a Roma in casa di Paolo Coardo torinese, che fu poi cameriere di Clemente XI, conobbe molti insigni personaggi, coi quali disputava principalmente sulla morale lassa. Sulla quale stese poi il trattato De corrupta morali doctrina, mostrando che i fautori di questa recano alla Chiesa maggior male che gli eresiarchi. L'opera levò rumore, e il padre Concina la inserì quasi tutta nel suo trattato De incredulis.

E poichè siamo a poeti, non tacerò Tommaso Ceva milanese (1648-1736), tutto pietà nei suoi versi latini, il quale canta che le eresie di Lutero e Calvino nacquero dall'avere abbandonato Aristotele.

Fu nel combattere il cartesianesimo che acquistò forze Giambattista Vico napoletano (1668-1744) e confutando il genio, genio riuscì. Non s'occupò egli del primario problema della filosofia in sè, come da Pitagora a Malebranche erasi fatto; bensì delle applicazioni, mostrando le attinenze di essa colla filologia, la giurisprudenza, la storia, e come s'incorpori e manifesti nel corso delle nazioni; cercando risolvere il dubbio col vero positivo, creando una scienza nuova del diritto cristiano, la filosofia della storia.

Il Vico disapprova in Cartesio quel pretendere evidenza matematica in verità che non la comportano; il metodo suo poter produrre critici, ma nessuna grande scoperta; il disprezzo dell'erudizione portar disprezzo degli uomini. Per contrario egli adopera mito, etimologie, tradizione, linguaggio per riscontrare l'attuamento del diritto nella storia, e chiarire come questa cammina per certi corsi e ricorsi sotto la guida della provvidenza.

Il maggior filosofo italiano, e un dei maggiori d'Europa dopo la Riforma fu dunque gran cattolico, e profondamente istruito nella teologia, come furono gli altri pensatori di quel secolo, Leibniz, Malebranche, Pascal, Newton, Keplero, Cartesio, Fénélon, Bossuet; che tutti applicarono la potenza della ragione e dello spirito a scoprire e intendere la verità, perpetuando le grandi tradizioni filosofiche anche quando professavano d'emanciparsene; credendo alla potenza della ragione, ma anche all'anima e a Dio.

Quel però che il Naudé e il Languet apponevano alla filosofia italiana del XVI secolo, d'essere eccessiva (nimia), può dirsi anche della cartesiana del secolo seguente col Gravina, il Vico, il Fardella. Leibniz scriveva al presidente Des Brosses che Itali et Hispani, quorum excitata sunt ingenia, tam parum in philosophia præstant quia nimis arctantur[353]; e ultimamente Eckstein[354] credea ne' nostri filosofi trovar un occulto soccinianismo; mentre forse non era che predilezione per la fisica, e disprezzo per le scienze razionali, mal confondendole colle inezie scolastiche: ma poichè questo li traviò, nacque o paura o ribrezzo ne' pii e negli assennati per le scienze speculative, e quindi il freno impostovi.

Le verità religiose dovettero necessariamente risentire delle filosofiche, che alcuno introdusse, altri confutò anche in Italia. Nelle difficultés proposées à monsieur Steyaert, opera d'un teologo cartesiano, cioè Arnauld (IX parte, pag. 81) leggo «essersi trovate a Napoli persone, che la lettura di Gassendi gettò nell'errore d'Epicuro sulla mortalità dell'anima». E l'autore soggiunge che in fatto le Istanze di quel filosofo contro Cartesio possono ispirare tal errore a giovani mal fondati nella fede, perchè sostiene che colla sola ragione non si colgono prove solide che l'anima sia distinta dal corpo, più che come un corpo sottile da un grossolano.

Sappiamo infatti che a Napoli l'accademia degli Investiganti seguiva molto Gassendi, onde varj giovani s'impigliavano nelle teoriche d'Epicuro e Lucrezio, del che altamente si dolevano i frati, scontenti che le loro scuole restassero non solo abbandonate ma derise. I lamenti raddoppiarono quando il medico Tommaso Cornelio pose di moda Cartesio. L'Inquisizione di Roma tentò introdurre nel regno suoi commissarj; e Monsignor Gilberto vescovo della Cava rizzò tribunale e riceveva accuse e teneva proprio carcere, molti costringendo ad abjurare[355]; ma la città si oppose, e nel 1692 le furono confermati i privilegi, cioè tolta al Sant'Offizio l'indipendenza del processare nel regno.