Michele Molinos prete di Saragozza (1627-96), stabilitosi a Roma nel 1662, e salito in fama di gran pietà, nel 1675 vi stampò una Guida spirituale che conduce l'anima per cammino interiore a conseguire la perfetta contemplazione e il ricco tesoro della pace interiore. Suo dogma fondamentale era che, chi coll'orazione della quiete congiunge l'anima a Dio, più non può peccare di volontà; e così induceva ad una specie di estasi; insomma ad annichilarsi pensando a Dio, e in tale stato non prendersi briga di checchè succedesse nel corpo; le fantasie più lubriche possono sorgere nell'anima sensitiva senza contaminarla, e senza giungere alla superiore dove risiedono l'intelligenza e la volontà. Iddio sottomette il credente al martirio spirituale di vive tentazioni per dargli a conoscere la propria abjettezza, ma non che sgomentarsene, convien mostrarne disprezzo, lasciando operar il demonio, e tenendosi tranquilli, nella certezza che Dio guida alla salute non solo colle virtù ma coi vizj. Parrebbe udir Lutero quando scriveva a Melantone: «Sii peccatore e pecca poderosamente, ma la tua fede sia più grande che il tuo peccato... Ci basta aver conosciuto l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Il peccato non può cancellare in noi il regno dell'agnello, quand'anche fornicassimo e uccidessimo mille volte al giorno»[364].
Per ventidue anni egli fu tenuto in concetto di santo direttore di spirito; e Paolo Segneri, che lo confutò nell'Accordo dell'azione e del riposo nell'orazione, passò per invido calunniatore, e per poco non ebbe a perdervi la vita; ma il vescovo Inigo Caracciolo di Napoli s'accorse de' guasti che ne venivano nella sua diocesi: e smascherati gli errori, papa Innocenzo XI ne ammonì la cristianità. Il Molinos avea così estesa corrispondenza, che, quando fu arrestato nel 1685, gli furono trovate dodicimila lettere e molto denaro affidatogli da' suoi devoti. Malgrado le potenti protezioni, sottoposto a processo dal Sant'Uffizio, furono condannati i suoi libri; ed egli, convinto di brutali eccessi, dovette ritrattarsi pubblicamente sulla piazza di Santa Maria sopra Minerva il 3 settembre 1687, vestito di giallo con croce rossa davanti e dietro. Erasi pubblicata indulgenza di quindici anni e quindici quarantene a chi assistesse a quell'atto, sicchè, oltre il sacro collegio v'accorsero gran popolo e nobili e dotti, pe' quali eransi eretti palchi. All'udir leggere quelle massime, non men mostruose che le colpe, la folla fischiava, e gridava Al fuoco, al fuoco. Terminato, abjurò gli errori, ricevette l'assoluzione e i colpi di verga sulle spalle e l'abito di penitenza, poi chiuso in una camera coll'obbligo di confessarsi quattro volte l'anno, e recitare ogni giorno il Credo e la terza parte del rosario, sopravvisse in pentimento fino al 28 dicembre 1696.
Con lui furono condannati all'abjura e alla prigionia i suoi proseliti Simone Leoni sacerdote e Antonmaria suo fratello laico, di Campione sul lago di Lugano. L'ultimo si ostinò per due mesi anche in false interpretazioni di certi passi della Scrittura, finchè pur esso abjurò. Sessantotto proposizioni di Molinos vennero formalmente condannate da Innocenzo XI colla bolla Cœlestis Pastor, 20 novembre 1688. Insieme condannossi come infetta di quietismo la Contemplazione mistica del cardinale Pietro Matteo Petrucci, natìo e vescovo di Jesi che avea difeso il Molinos, e che, pentito, rinunziò a tutte le dignità.
Così l'immoralità veniva eretta in teorica con un osceno quietismo.
I nostri paesi subalpini, e nominatamente Vercelli, udirono dal barnabita savojardo Francesco La Combe, e dalla famosa Guyon predicare le vie dell'interiore, l'orazione del silenzio, la fede nuda, l'amor di Dio puro e per se stesso, senza timori nè speranze: in modo che l'anima, perduta l'individualità, confonde la volontà propria con quella di Dio, al punto che non sa più qual cosa condannare in sè, di qual colpa confessarsi. È noto che lo stesso Fénélon andò preso alle esaltazioni mistiche della Guyon, e n'ebbe diverbi con Bossuet, poi condanna da Roma come d'opinioni erronee, alla quale egli si sottomise.
Nella Valcamonica, terra alpina bagnata dall'Oglio fra il Trentino e il Bresciano, il vescovo di Brescia Marco Morosini, per istruzione di quei montanari, aveva istituiti molti oratorj o congregazioni. Ricevettero queste eccitamento da Giacomo Filippo, laico milanese, il quale indusse il vescovo a sistemarli a somiglianza degli oratorj di Santa Pelagia in Milano, ma subito ne apparver tali disordini, che il vescovo sospese e proibì l'opera (1653). Pure il mal seme fruttò, diffondendosi una specie di quietismo, secondo il quale laici e sacerdoti predicavano pubblicamente; uomini e donne indistinti s'adunavano nottetempo a orare e flagellarsi, negando obbedienza ai parroci e ai vescovi, prolungando fin sette e otto ore la preghiera, credendo sè soli santi, e confessavansi pubblicamente. Pietro Ottoboni cardinale, divenuto vescovo di Brescia, accorse rigorosissimamente a reprimer questi Pelagiani; mentre stava alla finestra (raccontano) vide passar un fabbro, con chiavi e catenacci, che gridava la sua mercanzia; poi un altro, e un terzo e un quarto. Insospettito fe chiamar il seguente, e legò discorso con esso, poi frugando nella cassetta di que' chiavacci, ecco vi trova catechismi calvinici e libretti concernenti le credenze e le pratiche pelagiane: onde emanata una pastorale il 13 marzo 1656, mandò inquisitori nella valle, che molti ne scopersero: furono aboliti gli oratorj, relegati o carcerati i sacerdoti Marc'Antonio Ricaldini, Giambattista Maurizio, Benedetto Passanesio, e alquanti. Pretendeano anche far miracoli; e specialmente un Francesco Negri, detto il Fabianini, vantavasi di parlar faccia a faccia con Dio, e avea scritto un discreto volume di rivelazioni e profezie, con tanti errori, che l'inquisitore di Treviso il decretò al fuoco.
Giovanni Agostino Ricaldini, fratello del Marc'Antonio, fe la sua ritrattazione nella chiesa di Treviso, abjurando d'aver creduto che l'orazion mentale sia l'unica porta della salute; che il dono dell'orazion mentale è maggior che quello della redenzione e dell'istituzione del ss. Sacramento: che le asprezze e penitenze non son care a Dio in quanto domano la carne, poichè non è bene macerar questa, essendo noi creati per amare non per patire; che Dio vuol levare il ministero di spiegar le sacre scritture di mano dei ministri della Chiesa e darlo ai secolari; che i principi avranno giurisdizione sopra gli ecclesiastici, e ne faranno morire molti, altri spoglieranno delle dignità.
Come quietista fu dai savj sopra l'eresia di Venezia condannato un Giuseppe Beccarelli di Brescia.
Tale eresia aveva fatto guasto principalmente fra le donne e nei monasteri, e nominatamente quelli di Faenza, di Ravenna, di Ferrara[365]. Quell'Ottoboni che sopra nominammo, fatto inquisitore generale, operò assai a sradicar il quietismo, e più dopo che salì papa col nome d'Alessandro VIII. E il Bernino, ripetendo il grand'orrore che aveva per ogni eresia, aggiunge che fece arrestare anche un chierico della propria camera, protonotaro apostolico e sospetto di spinosismo, e processare dalla Congregazione del Sant'Uffizio, benchè in questo si trovassero quattro cardinali parenti del reo.
Dalla Inquisizione fu nel 1689 condannata suor Francesca pistojese, monaca in San Benedetto di Pisa, che si fingea santa. Morta senza ricredersi, fu condannata ad esser sepolta come i convinti d'eresia; cioè sul carro dei malfattori furono portate le ossa e il ritratto di essa, e per man del carnefice bruciati al luogo del supplizio, e le ceneri disperse.