La Ricasoli è una famiglia delle più illustri di Toscana, d'antica origine longobarda, avente il titolo di barone; e nel sepolcro d'uno di essa in Santa Maria Novella leggesi come sia per retaggio devota alla famiglia regnante.

Dal ramo di tal casa detto dei Baroni della Trappola, e precisamente da Francesco Maria e da Diamante Antinori, era nato ai 2 aprile 1581, Pandolfo, che dotto nelle lingue greca ed ebraica, valente teologo ed oratore, entrò gesuita, poi uscitone prima della professione, divenne canonico della metropolitana fiorentina. Scrisse senza pubblicarle molte opere di controversia e d'ascetica, fra cui le Istruzioni pei sacerdoti, dove si formano le spirituali medicine, mediante le quali devesi da quelli far la spirituale cura alle inferme anime dei fedeli, e darne lo spirituale soccorso a quelle che nell'agonia e fine di loro vita sono venute. Recitò pure le orazioni funebri pel principe Francesco de' Medici e per Cosimo II: stampò a Bologna nel 1613 l'Accademia Giaponica, dialogo in difesa delle verità cattoliche; e v'aggiunse un'Orazione in lode di Gesù Crocifisso, ch'egli avea recitata davanti ai magistrati di Ragusi; e nel 1621 a Napoli pubblicò Osservazioni di una molto eminente virtù cristiana ed una sacra istoria sopra la celeste vita e divini sacrifizj della beata Margherita da Cortona; poi nel 1623 a Venezia, Osservazioni sul modo facile dell'acquisto della perfezione cristiana contenute nella vita del padre Angiolo Maria Montorsi, con un'aggiunta che mostra la via d'adempiere gli obblighi del proprio stato. Restano molte sue cose inedite, di cui principale quella De unitate et trinitate Dei, et de primo et secundo adventu filii Dei, hebraice et latine, adversus nostræ ætatis atheistas, hæreticos et judæos.

Sono opere destituite d'ogni merito e dottrinale e letterario, pure vantatissime de' contemporanei, che lo lodano di grande assiduità al pulpito e al confessionale, e di zelo e costumatezza.

Faustina Mainardi vedova Petrucci, avea fondato un istituto di fanciulle sotto il titolo di Santa Dorotea, e non credette poter collocarlo meglio che sotto la direzione del canonico Ricasoli. Mal per lui; che già di cinquant'anni fu preso d'amore per la direttrice; e per giungere a' suoi fini si giovò della propensione di lei all'ascetismo; o forse egli stesso, per desiderio di tranquillar la coscienza, credette poter volgere i libri santi e le dottrine teologiche a significare che tutto potesse esser permesso al senso, purchè l'anima restasse indifferente: merito d'un cristiano l'accettare quel che Dio manda; i tocchi carnali, non che peccaminosi, esser meritorj purchè fatti nell'intenzione di rendersi sempre più perfetti nella vita spirituale, e di dar gloria a Dio. Appoggiava tali errori a rivelazioni che asseriva fattegli dall'angelo custode, il quale gli appariva spesso, e gli faceva prelibare le gioje del paradiso; anche con miracoli manifestandogli il volere e l'approvazione di Dio.

Non solo la maestra, ma le educande rimasero illuse da dottrine così conformi al senso; e che erano propagate e applicate da un padre Serafino Lupi servita, autore di opere di teologia mistica, da un giovane prete di casa Fantoni, da un cavaliere Andrea Biliotti, da un Girolamo Mainardi, e da un innominato.

Neppure di mezzo a questa corruttela il Ricasoli cessava gli studj e lo zelo; all'occasione della peste del 1630 tradusse e pubblicò la bella orazione di san Cipriano sulla morìa: finì il Typus optimi regiminis ecclesiastici, politici et œconomici, ove offre David come esempio ai regnanti; interpretò varj salmi per esercizio di ebraico[366], e la Perfectio pulchritudinis, seu Biblia ebraica.

Da otto anni durava l'oscena tresca quando l'Inquisizione n'ebbe sentore. Il Ricasoli non esitò ad andare accusarsene egli stesso, onde fu messo in carcere coi compagni. Giovanni Mazzarelli da Fanano inquisitore non potè procedere alla sicura, trattandosi di personaggi d'alta nobiltà e dottrina, e imparentato con primarie famiglie. Aggiungansi i segni di sincero pentimento ch'egli diede in prigione, sicchè la pena fu men severa che non meritasse il delitto.

Mentre la prudenza avrebbe imposto di tirare un velo sulle colpe e sulla pena, al contrario, il 23 novembre 1641 nel refettorio del convento di Santa Croce, con funebre apparato, alla presenza de' principi medicei e di gran quantità di teologi, signori, popolani, ai rei vestiti colle cappe infami e inginocchiati fu letto il processo, colle scandolezzanti particolarità. Il Ricasoli, il Fantoni e la Mainardi venner condannati a prigione perpetua. Il Ricasoli, fatto abjura e ammenda degli errori e de' peccati, fu chiuso in angusta cella di quel convento, ove durò sedici anni macerandosi con austere penitenze. Il 17 luglio 1657 moriva, e gli furono negati i funerali solenni[367].

Nella biblioteca nazionale di Napoli sta manuscritta la storia di suor Giulia di Marco e delle false dottrine insegnate da lei, dal padre Aniello Arciero e da Giuseppe de Vicariis. Nasceva costei a Sepino provincia di Molise da un contadino di Sarno, e fatta orfana, venne a Napoli a servizio d'una signora. Traviata da uno staffiere, confida il suo fallo alla padrona, che pietosamente l'assiste a celarne il frutto. Ridottasi a vita pia, si rende terziaria di san Francesco; ma il padre Aniello Arciero crocifero, confessore suo, le insinua le sozze dottrine del quietismo, e la induce perfino a raccoglier in casa sua donne, che le oscenità ammantano di parvenze religiose, e tra le quali praticavansi i riti, che trovammo imputati ai Patarini. Talmente era velata la cosa, che nobilissime dame vi aderivano e fin due mogli di vicerè; sinchè scoperto il vero, que' pervertiti furono portati a Roma, e là dovettero fare l'abjura nella chiesa della Minerva il 12 luglio 1615.

L'isola di Sicilia, che si vantò sempre immune da eresie, e che nel 1631 eresse, sulla piazza Bologni a Palermo, una statua di bronzo di Carlo V in atto di giurare la costituzione, coll'epigrafe Purgatori Europæ lernæarum hæreseon eversori extinctori Panormus piissima d. d., dopo un breve e non fausto dominio dei duchi di Savoja tornò ai prischi signori austriaci, che, colle solite esagerazioni, furono festeggiati con medaglie portanti Ab Austro prosperitas et felicitas. Governando il marchese d'Almenara, il 6 aprile 1704 fu fatto a Palermo un solenne auto da fè nella gran piazza al fianco meridionale del duomo, presenti forse ventimila persone e le autorità, e la nobiltà e il corpo diplomatico. Alcuni poteano ricordarsi d'averne veduto un altro nel 19 giugno 1690 contro suor Giovanna Rosselli francescana e Vincenza Morana. Pomposa processione accompagnò questo nuovo atto di fede. Sull'altare eretto nel mezzo ardeano molte candele di color giallo, e dalla mezzanotte in poi vi s'erano celebrate continuamente messe per la conversione de' condannati. Fra questi venivano primi i convertiti e penitenti, a testa scoperta e con un cero in mano; di poi i riconciliati, coperti del sanbenito, scapolare di rozza lana gialla, stretto al corpo e sparso di croci rosse, e in capo la mitera: ultimi i recidivi ed ostinati col sanbenito e la mitera a fiamme. Collocaronsi sui gradini dell'altare, e il padre Antonio Majorana fece un discorso allusivo: rimpetto al pulpito stava il segretario dell'Inquisizione, davanti al tavolino portante i processi: accanto i membri del Sant'Uffizio, aventi in petto la croce d'oro a brillanti e rubini, e più in alto il grande inquisitore don Giovanni Ferrer. Davanti a loro passarono i processati, a cui fu letta la sentenza, che rimandava molti con lievi penitenze, coll'abjura e l'assoluzione; alcuni furono messi su giumenti e frustati: ma suor Geltrude Maria di Gesù, terziaria di san Benedetto, che nel secolo era stata Filippa Córdova, e frà Romualdo laico degli Agostiniani scalzi, al secolo Ignazio Barberi, entrambi di Caltanisetta, furono condannati ad esser arsi vivi, donec in cinerem convertantur, cinis vero dispergatur.