Posti s'un carro tratto da bovi, furono condotti al rogo sulla piazza di Sant'Erasmo, e fatte ad essi nuove esortazioni a pentirsi, ond'essere strangolati prima che venissero gettati sul rogo ponendo in prima il fuoco ai capelli e alla sopravesta della donna; ostinandosi essi, furono avventati nelle fiamme. E il popolo stette a spettacolo[368].
DISCORSO LI. PIEMONTE. I VALDESI SUBALPINI.
Fra le Alpi occidentali formavasi una potenza, che annettendosi gli avanzi del regno di Borgogna, poi ottenendo dalla badia di San Maurizio la lancia e l'anello di questo, poco poco dilatava dalla Saona alla Sesia e dal lago di Neuchatel al Mediterraneo, dalla vetta alpina fiutando di qual parte spirasse il vento, per ispiegar a quello le vele, non ben determinata se di là di qua de' monti giovasse meglio ampliarsi, e favorendo ora l'impero di cui era vassalla, or Francia di cui era insidiosa vicina, finchè si volse risolutamente all'Italia, ove doveva non solo sopravvivere, ma surrogarsi a tutte le dinastie. È perciò che alla storia italiana riferiamo quella pure de' paesi da cui i duchi di Savoja trassero e la cuna e il titolo, e che repudiarono appena testè per aspirazione maggiore. Carlo III il Buono era nipote di Francesco I; ma temendolo appunto per la vicinanza e perchè possedeva le chiavi del suo Stato, cioè Saluzzo, inchinò a Carlo V, di cui sposò la cognata, e a cui diede grand'appoggio contro l'emulo in Italia. In conseguenza il re di Francia ne occupò tutti gli Stati da Moncalieri alle Alpi, mentre l'imperatore tenevasi gli altri, e muniva Asti, Fossano, Vercelli; sicchè esso duca diceva al Muzio: «Due mastri di casa ho io; l'imperatore e il re, che governano il fatto mio senza rendermene conto».
Come dovesse starne il povero paese Dio vel dica; ma il duca sperava, sempre, col bordeggiare, di giunger alla sua meta. E per riuscirvi meglio fu chi lo esortava a valersi della Riforma, ed abbracciarla palesemente; col che raccorrebbe il favore di tutti quelli che avversavano il papato e l'Austria.
Anemondo di Coct, cavaliere del Delfinato infervoratissimo del nuovo simbolo, stimolava Lutero a indurvi il duca: «Questi è grandemente propenso alla pietà e alla religione vera[369]; ama discorrere della Riforma con persone della sua Corte; adottò la divisa Nihil deest timentibus Deum, la quale è pure la vostra. Mortificato dall'Impero e dalla Francia, avrebbe modo d'acquistare suprema ingerenza sulla Savoja, la Svizzera, la Francia».
Lutero in fatto gli scrisse, ma senza effetto. Anzi il duca passava intere mattinate a visitar chiese e udire messe: i tre stati di Savoja nel 1528 richiedevanlo di tener in pronto milizia che bastasse a reprimere i tentativi dei Riformati, e impedire si estendessero nel paese; egli pure, vagheggiando il concetto, allora nascente, dell'unificare lo Stato, non bramava di meglio che svellerne l'eresia. Ma in cinquant'anni di signoria, per la passione di tutto acquistare, quest'ambizioso non fece che perdere; vedemmo (pag. 92) come la sua smania di insignorirsi di Ginevra fece che questa gli si rivoltasse, e appoggiandosi ai cantoni Svizzeri riformati, abbracciasse la Riforma di cui dovea diventar la Roma, e come il duca serbasse eterna ribrama di quel dominio; e più volte tentasse recuperarlo, ma sempre con sua onta. [Nella lista de' pastori, inviati a chiese straniere dalla compagnia de' pastori di Ginevra dal 1555 al 1566, trovo nel 1555 mandato a Aunis e Saintonge Filippo Parnasso piemontese: e mandati in Piemonte Giovanni Vineannes il 22 giugno 1556: Giovanni Lanvergeat l'ottobre 1556: Alberto d'Albigeois il 27 settembre 1556: Giovanni Chambeli il gennajo 1557: Gioffredo Varaglia di Cuneo nel 1557: Bacuot Pasquier il 14 settembre 1557: a Pragelato, Martino Tachart il 3 giugno 1558: a Torino, Cristoforo figlio del medico di Vevey nel dicembre 1558.]
In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.
Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine. Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.
Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli Aostani col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno stesso troviamo quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia di Calvino, e Ami Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva: «Il duca ci dice d'aver molto a che fare di là dai monti, in parte a cagione del vangelo, che si diffonde per tutte le città. La cosa conviene che proceda, poichè essa viene da Dio, a dispetto de' principi».
La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi nascosto nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile Francesco Leonardo Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse biglietti per esortare gli abitanti a mettersi in libertà, e allearsi ai Cantoni svizzeri protestanti. Il pericolo fu scongiurato con prediche e con processioni, alle quali assistevano col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte Renato d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette decurie nel Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni innovamento in fatto di religione o di fedeltà. Poi in assemblea generale si fece divieto, a nome di sua altezza, sotto pena della vita di lanciar qualsiasi proposizione contraria al sovrano o alla religione.