Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente Buttier sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le montagne di Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani alzate fecero una pubblica professione di fede, e solenne giuramento di vivere e morire nella religione cattolica, e stabilirono una processione il giorno della Circoncisione e la terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva tutta la città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di Gesù.
Nella relazione di Gregorio Barbarigo ambasciadore veneto a Carlo Emanuele I nel 1611, è narrato quanto la perdita di Gex e degli altri cantoni e di Ginevra pesasse al duca di Savoja, «desideroso piuttosto d'allargare gli antichi confini dello Stato suo, che facile a soffrire di esser privo di quello che già è stato de' suoi antenati». Sperò riaverli alla morte d'Enrico IV, e col matrimonio del principe suo figlio, e perchè restava tolto l'appoggio de' Francesi a Ginevra, dove allora aveasi meno affluenza di Protestanti, dopo che erano tollerati in Francia, meno industria dopo che a Lione si favorirono le manifatture nazionali meno lavoro di stampa dopo che ai libri colà pubblicati, che spesso erano anche pontifizj e buoni, non si permetteva di mettere la marca de' libraj lionesi, colla quale circolavano liberamente.
E prosegue come esso duca sempre si valesse delle cose di religione per ampliar i suoi Stati: mediante intelligenze colla Lega sperò estendersi in Provenza: col pretesto di tor via gli Ugonotti, agognava ottenere Ginevra; ma poichè videsi non abbastanza soccorso, si amicò coi Protestanti di Germania, e non esitò disgustare il pontefice, massime col tirare la guerra in Italia. Il pontefice però comprende come bisogni usar riguardi a paese, che trovandosi in contatto con Ginevra, potrebbe declinare dal rispetto dovutogli. E qui ragiona delle valli Valdesi, e della loro tenacità nelle antiche e nuove credenze. Aggiunge che nello Stato, mentre fu posseduto dai Francesi, molto si propagò la dottrina degli Ugonotti, e v'ebbe pubblici predicatori in Torino[370] e altrove, «i quali, rimesso il duca in istato, furono fatti partire, talchè ora si vive cattolicamente dappertutto; comprendendo i duchi che, quanto scemava lo zelo per la religion cattolica, cresceva l'inclinazione pei Francesi».
Il clero vive dipendentissimo dal duca, lo che toglie ogni possibilità al papa di contrariarlo: perocchè i benefizj ecclesiastici son quasi tutti conferiti liberamente dal duca, compreso i due arcivescovadi di Torino e Tarantasia e i nove vescovadi, godenti da due fin a cinquemila scudi d'entrata; il duca propone alla conferma del papa un nome solo; lascia lungamente vacanti i posti, valendosi degli intercalari a gratificare persone e famiglie sue devote, e non permette che ne godano forestieri, nè che questi moderino le coscienze de' suoi sudditi: molti ne convertì in commende dei ss. Maurizio e Lazaro. Nelle materie giurisdizionali di là dai monti ha piena autorità anche sopra le persone ecclesiastiche: in Piemonte sopravvive qualche privilegio a queste. Nei feudi procura escludere l'ingerenza clericale. Ha gelosia de' Cappuccini, che dipendendo dalla provincia di Genova, non hanno spiriti abbastanza principeschi, onde diè loro lo sfratto, principalmente dal convento che hanno sulla collina di Torino.
Ciò pel Piemonte proprio: quanto ai paesi di quel regno già appartenuti a Genova, trovo a Ventimiglia nel 1573 esser dal vescovo ribenedetto un Antonio Planca di Tenda, il quale in Genova (o Ginevra?) aveva abbracciato la religione luterana. In Sospello poi si indicano ancora le case ove abitavano alcuni calvinisti, colà solo tollerati.
Al 17 aprile 1582, Ugolino Martelli vescovo di Glandève, scriveva al duca di Savoja d'un caso d'eresia avveratosi a Pogetto, e come v'avesse trovato un tal Morin medico, che dieci o dodici anni prima n'era partito con suo padre a causa di eresia, poi ripatriato, fece atto d'obbedienza alla Chiesa davanti al governatore. Quanto agli uomini ei dice che tutto va bene, ma in fondo alla coscienza dubita della sincerità di lui, onde lo circondò di precauzioni affinchè non vendesse i beni paterni, di cui era stato rimesso in possessione dopo l'abjura: e consiglia al duca di far in modo che non possa ridurli a denaro, per poi andarsene e tornar al vomito.
Assicura che l'eresia, manifestatasi a Pogetto dodici anni fa, non vi ricomparve. Bensì a Cigala i preti si lagnano che molti si confessano per ottenere licenza di viaggiare, ma come l'ottennero, si scoprono eretici, e se ne portano il denaro dei beni che in secreto vendettero. Egli suggerisce che tali vendite siano annullate.
Ad Aghidone, alcuni fanno insolentemente professione d'eresia, ma essendo povera gente, basterà farvi paura e darvi buone censure. Se però persistessero, bisognerebbe toglier loro i figliuoli, e metterli in luogo sicuro.
Anche a Sero il male si diffuse tra le montagne, non per difetto delle popolazioni, ma per volontà de' signori (Archivj del regno. Corrispondenza dei duchi di Savoja).
Il vescovo di Ventimiglia al 28 agosto 1572 annunziava al duca dolergli che Maladorno fosse stato sciolto di prigione, mentre è complice delle abominevoli cose operatesi poc'anzi: è sospetto d'aver abbattuto l'immagine di santa Maddalena, e insudiciato i gradini dell'altare (Ibid.).