Chi da Torino procede a libeccio verso le Alpi Cozie, che fan confine alla Francia, dopo Pinerolo fra monti più o meno selvaggi a cui sovrastano il Monviso e il Moncenisio, vede aprirsi una successione di valli: a settentrione quella di Perosa, solcata dalla Germanesca e più oltre quella di Pragelato; a mezzodì di esse quella di Rorà, più piccola ed elevata; a occidente la valle di Luserna, bagnata dal Pellice, da cui diramasi quella d'Angrogna o San Martino, che da un lato chinasi al Piemonte, dall'altro pel colle della Croce dà adito al Delfinato, importante passaggio d'eserciti e di merci per Francia. Lungo i torrenti Angrogna e Pellice, che scendendo di balza in balza, le irrigano di troppo fredde acque e non di rado le devastano, si stendono pingui pascione, da cui a scaglioni si elevano piani, studiosissimamente coltivati dagli abitanti, che nella pastorizia, nella caccia, nella pesca, nell'educare i cereali, i gelsi, la vigna, i boschi, e nel cavar pietre lavagne esercitano la forte vita. Alle scene campestri più in su e più in dentro ne succedono di austere, con nevi quasi perpetue e terror di valanghe. Il dialetto piemontese che vi si parla ha mistura ancor maggiore di francese.
La val di Luserna è ora popolata in quantità di ventimila anime, e n'è capo Torre con tremiladucento, amenissimamente posta alle falde del Vandalino, ed eretta appunto a schermire la valle da forestiere escursioni.
Colà fra la pianura subalpina e le gigantesche Alpi che la proteggono si erano ritirati gli avanzi di que' Valdesi, che nel secolo XIII vedemmo turbare l'Italia e dare origine all'Inquisizione. I Valdesi cercano persuadere che la religione loro derivi direttamente dagli apostoli e da' primi loro discepoli, che si conservasse senza adulterazione fra questi Israeliti delle Alpi, che perciò sarebber i cristiani più antichi; predestinati da Dio a mantener la vera fede e la purezza del Vangelo: che i Riformatori d'ogni tempo attinser da loro le dottrine che predicarono. Eppure queste variarono a seconda de' ministri e de' tempi. Parlandone nel discorso V indicammo come vogliansi discernere dagli Albigesi e dalle altre sette manichee. Bossuet asserisce che, quando si separarono da noi, in pochissimi dogmi deviavano, e forse in nessuno[371]: Ranerio Saccone, che, essendo stato dei loro, dovea conoscerli, dice credevano dirittamente in tutto, se non che bestemmiavano la Chiesa e gli ecclesiastici[372]; e Lucio III papa li pose fra gli eretici per alcuni dogmi e osservanze superstiziose, il che indicherebbe non avessero errori fondamentali, e massimamente di quelli che dappoi levarono rumore. Anche dopo la condanna del papa, tennero una conferenza a Narbona, dinanzi ad arbitri: e il ragguaglio che ne dà Bernardo abate di Fontecaldo, ci ajuta a determinare che le loro colpe consisteano principalmente nel negare obbedienza a preti e vescovi, credendosi autorizzati a predicare, uomini e donne; in opposizione ai Cattolici, i quali sosteneano bisogna obbedire ai sacerdoti e non sparlarne, le donne non dover predicare, e neppur i laici senza licenza de' pastori; non doversi ripudiare la preghiera per i morti, nè abbandonare le chiese per far orazione in case private. Anche Alano dell'Isola, che scrisse un libro per confutarli, insiste sull'obbligo che corre di non predicare senza missione, e di obbedir ai prelati sebbene cattivi; che l'ordine sacro, non già il merito personale, conferisce l'autorità di consacrare, di legare e sciogliere; che bisogna confessarsi a preti, non a laici; che è permesso in certi casi giurare e punir di morte i malfattori, il che essi negavano[373].
Condannati da Bolesmanis arcivescovo di Lione, chiesero protezione da papa Lucio III, che invece esaminatili, condannò i nuovi eretici nel 1184[374]: non obbedirono, ma tornarono a cercar il voto di Innocenzo III, che di nuovo condannò ogni loro riunione e insegnamento, nel 1199.
Giacomo vescovo di Torino, andato nel 1209 alla corte di Ottone IV imperatore, gli palesò questa infezione della sua diocesi: e n'ottenne un rescritto, ove quegli protesta che «il giusto vive di fede, e chi non crede è giudicato»; laonde nel suo impero vuol che ogni eretico sia punito coll'imperiale severità; gli conferisce autorità speciale di cacciar dalla diocesi i Valdesi, e chiunque semina la zizzania della falsità[375]. Pure poco a poco crebbero d'audacia, e al modo dei Fraticelli, sostenevano che, per amministrare i sacramenti, bisogna esser poveri, e in conseguenza i preti cattolici non erano veri successori degli apostoli. Nel 1212 tornarono a Roma per ottener dalla santa sede licenza di predicare; e Corrado abate Uspergense, che ve li vide col loro maestro Bernardo, dice affettavano la povertà apostolica con certi zoccoli e tuniche come i monaci, ma capelli lunghi, a differenza di questi, e che nelle assemblee secrete e nelle prediche contrafaceano i riti della Chiesa. E soggiunge come fu per dare alla Chiesa de' veri poveri, che il papa approvò i Francescani[376].
Allora viveano rinserrati nelle valli subalpine, donde nel 1308 respinsero armata mano gli inquisitori, e uccisero Guglielmo prevosto cattolico della valle, sospettando gli avesse egli denunziati. Giovanni XXII, in un breve dell'8 luglio 1332 all'inquisitore Alberto di Castellaro marsigliese, movea lamenti del crescere dei Valdesi in Piemonte, e massime di Pietro Martino pastore, e designava provvedimenti. Nel 1354 Giacomo, principe di Acaja residente a Pinerolo, ordinava a Balangero Rorenco ed Ueto suo nipote, signori della Torre, d'imprigionar quanti Valdesi cogliessero nella valle di Luserna[377]. Nel 1365 il giorno della Purificazione: fu da essi ucciso nel convento de' Francescani di Susa Pietro Cambiano de' Predicatori, che aveva acquistato il feudo di Ruffia. Antonio Pavoni domenicano, inquisitore in Savigliano, mentre quivi predicava la domenica in Albis del 1374, fu da essi ucciso e straziato. Scoperti gli uccisori, il conte di Savoja ordinò ne fosse diroccata la casa con divieto di riedificarla, nè di coltivarne i campi: se essi fossero côlti, venissero menati per tutto il Piemonte con abito ignominioso e le mani al tergo, e posti sulle porte d'ogni chiesa in tempo delle festive funzioni, poi chiusi in carcere finchè avesser la pena meritata[378]. Nel 1370 essendo aumentati tanto da non bastarvi le produzioni del paese, molti Valdesi migrarono, e forse fu allora che stabilirono colonie nelle Calabrie e nella Puglia.
Regolavansi essi sotto la direzione di anziani, detti barba, cioè zii, carezzevole nome di famiglia, donde trassero il titolo di Barbetti. Avversi a Roma e ai riti che qualificavano d'idolatrici, pretendeano aver conservata la integrità dell'evangelica predicazione; ma non intricandosi in sottigliezze dogmatiche, stavano paghi di poter credere e adorare come la coscienza lor dettava; e così poco dissentivano dalle credenze cattoliche, che, quavolta non avessero barbi, o troppo rozzi nelle cose dell'anima, chiedeano sacerdoti nostri.
Andavano alcuni frati ad apostolarli, e san Vincenzo Ferreri nel 1403 scriveva al suo generale qualmente avesse predicato in Piemonte e in Lombardia: «Tre mesi occupai a scorrere il Delfinato, annunziando la parola di Dio; ma più mi badai nelle tre famose valli di Luserna, Argentiera e Valputa. Vi tornai due o tre fiate, e sebbene il paese sia zeppo d'eretici, il popolo ascoltava la parola di Dio con tal devozione e rispetto, che dopo avervi piantato la fede, Dio soccorrente, credetti dover ricomparirvi per confermar i fedeli. Scesi poi in Lombardia a preghiere di molti, e per tredici mesi non cessai d'annunziarvi il Vangelo. Penetrai nel Monferrato e in paesi subalpini, dove ho trovato molti Valdesi ed altri eretici, principalmente nella diocesi di Torino; e Dio sorreggeva visibilmente il mio ministero. Queste eresie derivano principalmente da profonda ignoranza e difetto d'istruzione: molti m'assicurarono che da trent'anni non aveano inteso predicare se non qualche ministro valdese, che solea venirvi di Puglia due volte l'anno. Di ciò io arrossii e tremai, considerando qual terribile conto avranno a rendere al supremo pastore i superiori ecclesiastici, che alcuni riposano tranquillamente nei ricchi palazzi, altri vogliono esercitare il ministero soltanto nelle grandi città, lasciando perir le anime, che sprovedute di chi spezzi loro il pane della parola, vivono nell'errore, muojono nel peccato... In val di Luserna trovai un vescovo d'eretici, che avendo accettato una conferenza con me, aperse le luci al vero, e abbracciò la fede della Chiesa. Non dirò delle scuole de' Valdesi e di quanto feci per distruggerle, nè delle abominazioni d'un'altra setta in una valle detta Pontia. Benedetto il Signore della docilità con cui questi settarj rinunziarono ai falsi dogmi, e alle usanze criminali insieme e superstiziose! Altri vi dirà come fui ricevuto in un paese, ove già tempo si erano rifuggiti gli assassini di san Pietro Martire. Della riconciliazione de' Guelfi e Ghibellini e della generale pacificazione dei partiti, meglio è tacere, a Dio solo rendendo tutta la gloria»[379].
Con così cristiana carità operavano i missionarj, nè però credasi che supplizj mancassero, e ventidue Valdesi furono arsi in Cuneo il 1442[380]. Il sabato 5 settembre 1388 in Torino frate Antonio di Settimo da Savigliano, inquisitore nell'alta Lombardia, proferì condanna contro Catari, Patarini, Speronisti, Leonisti, Arnaldisti, Circoncisi, Passaggini, Gioseffini, Franceschi, Bagnoresi, Comisti, Berrucaroli, Curamelli, Varini, Ortolani, Sacatensi, Albanesi, Valdesi e d'ogni altro nome. Già nel VOL. I, pag. 86 riferimmo questo processo, il quale fu fatto senza tortura, e i castighi consistevano nell'obbligar a portare sulla veste due croci gialle lunghe un palmo e larghe tre dita, e con queste assister alla messa grande e alla predica, e pagar alquanto. Ai relapsi confiscavansi i beni, ed erano rimessi al castellano di Asti e di Pinerolo per punizione severa. Molt'altre volte bestemmiatori e relapsi troviamo puniti di multe pecuniarie: nel 1272 Pasqueta di Villafranca fu condannata in quaranta soldi perchè faciebat sortilegia in visione stellarum: in quaranta fiorini Antonio Carlavario nel 1363, accusato d'aver fatto scendere la gragnuola in Pinerolo leggendo libri di necromanzia; e nel 1386 in cenventi fiorini d'oro trentadue uomini della valle di San Saturnino, che credeano per incanto far sanare le loro bestie in un'epidemia[381].
Verso il 1440 eransi introdotti altri eretici, causando gran perturbazione; e pigliato ardire, inveivano contro i parroci cattolici, dicendoli ignoranti e che traevano le anime e i corpi in perdizione; due ne malmenarono; uccisero il curato di Angrogna che ne ribatteva i sofismi; batterono quel di Fenile; assalirono quel di Campilione ed altri. Non volle soffrirli impuniti il vescovo di Torino, che nel 1446 inviò frà Giacomo Buronzio inquisitore con una scorta di soldati, et si non fuissent milites qui eum custodiebant, dice un cronista, una cum multis aliis bonis catholicis non redisset vivus. Trovò quasi tutti i valligiani dati all'eresia, e molti relapsi. Tenne anche colloquj, e avendo invitati in Luserna quanti voleano seco disputare, con trecento e più Valdesi ci venne il vecchio barba dottissimo Claudio Pastre, che nè convinse nè resto convinto. Costui altre eresie predicava contro l'incarnazione del Figliuol di Dio e la presenza reale, e teneva adunanze fin di cinquecento eretici, i quali gl'inquisitori o respingevano o assediavano o beffavano. L'inquisitore non volendo usare altre armi che le ecclesiastiche, nè potendo procedere singolarmente contro tanti, pronunziò interdetta la valle, che durò così dal 48 al 53, quando tornatovi frà Buronzio e convertitine alcuni, questi supplicarono perdono da Nicolò V, che in fatti ordinò ai vescovi di Torino e Nizza riconciliasse tutti quelli che abjurassero. E ne fu più di tremila, e il vescovo gli accolse e regalò, ma impose che quelli che ricadessero perderebbero i beni. Ciò non impedì che molti e presto ritornassero al Vomito[382].