Fu sotto questo vescovo Ludovico da Romagnano, che, avendo alcuni ladri rubato un ostensorio colle sacrosante specie, il giumento che le portava, passando per Torino, si buttò a terra, e l'ostia elevossi luminosa (6 giugno 1453): miracolo sin ad oggi festeggiato.
Questi ed altri prodigi di quel tempo non tolsero che i Valdesi persistessero nell'errore; onde nel 1475 si decretò che nessun contratto con essi avesse valore e frà Giovanni d'Aquapendente curava che i magistrati a ciò s'attenessero.
Il 23 gennajo dell'anno seguente, Jolanda, sorella di Luigi XI, vedova del beato Amedeo di Savoja e tutrice di Carlo, d'accordo coi vescovi ordinava ai castellani di Pinerolo e Cavour e al podestà di Luserna facessero osservare gli ordini dell'Inquisizione, e adoprassero tutte le vie per ricondurre i Valdesi alla Chiesa cattolica. V'andò poi inquisitore Alberto de' Capitanei, arcidiacono cremonese, i cui rigori eccitarono a resistere; da Pietro Revel d'Angrogna nel 1487 fu ucciso il Negro di Mondovì, e malmenate le truppe venute per opprimerli. Violentemente li perseguitò il beato Aimone Tapparelli d'Azeglio inquisitore nel 1495. Margherita di Foix, vedova del marchese di Saluzzo, si accontò col vescovo di questa città per escluderli dal marchesato nel 1499; onde i Valdesi si restrinsero nelle valli. Per quanto vi si tenessero tranquilli gli alpestri silenzj non sempre li sottraevano a sospetti e animadversioni de' governi, massime per parte della Francia, ombrosa della loro vicinanza. Re Carlo VIII avea tolto a perseguitarli, e papa Innocenzo VIII eccitato i credenti contro questi aspidi velenosi; e il legato condusse un esercito nelle placide valli d'Angrogna e Pragelato. Al suo rincalzare alcuni abjurarono, altri si ridussero fra monti più inaccessi: ma re Luigi XII, dopo presane informazione, ebbe ad esclamare: «Son migliori cristiani di noi».
Giudice incompetente! Ma nel 1517, Claudio Seyssel arcivescovo di Torino, venerato per sapienza, e per incarichi affidatigli da Luigi XII e Francesco I, avendoli conosciuti nella visita pastorale, s'adoprò a ricercare fin nella radice gli errori, e convertire i Valdesi, che giudica una genia abjetta e bestiale, avente appena tanta ragione che basti a distinguere se bestie o uomini sieno, se vivi o morti: e quindi non occorre con essi alcuna disputa formale. Pure ne divisa le dottrine, e non sono quelle che poi professarono i Riformati. La principale consisteva nel far dipendere l'autorità del ministero ecclesiastico dal merito delle persone, nè poter consacrare e assolvere chi non osserva la legge di Cristo; in conseguenza non doversi obbedir al papa e ai prelati, perchè si sono distolti dalla via degli apostoli; e Roma, carica d'ogni mal mendo, è la meretrice dell'Apocalisse. Ben soggiunge che «alcuni fra essi, dotti d'alta ignoranza, ciarlano più che non ragionino intorno alla sostanza e alla verità dell'eucaristia; ma quel che ne dicono come un segreto è talmente alto, che appena i più esperti teologi arrivano a comprenderlo».
Non trattavasi dunque della assenza reale, massima la meno alta, e la più conforme ai sensi. Anzi esso arcivescovo fa dire a un Valdese: «Come mai il vescovo e il prete, ch'è in ira a Dio, potrebbe propiziarlo agli altri? Colui ch'è sbandito dal regno di Dio, come potrebbe averne le chiavi? Se la preghiera e le azioni di lui non hanno utilità veruna, come mai Gesù Cristo, alle parole di esso, potrebbe trasformarsi sotto la specie del pane e del vino, e lasciarsi maneggiar da uomo, ch'egli ha interamente rejetto?»[383].
Bossuet che, nella Storia delle Variazioni, esibì pur quelle de' Valdesi, assicura esistere in una biblioteca i processi fatti il 1495 nelle costoro valli, raccolti in due grossi volumi, dove, tra altri, è l'interrogatorio d'un tal Quoti di Pragelato. Alla domanda su qual cosa i barbi insegnassero del sacramento dell'altare, risponde com'essi «predicano e insegnano che, quando un cappellano che abbia gli Ordini proferisce le parole della consacrazione, sull'altare egli consacra il corpo di Cristo, e il pane si cangia nel vero corpo»; ch'egli ricevea tutti gli anni a pasqua «il corpo di Cristo»: e i barbi dicevano che per ben riceverlo bisogna esser confessati, e meglio dai barbi che dai cappellani, cioè dai preti, perchè questi scapestravansi a vita libera, mentre quelli la menavano giusta e santa. Sempre riferivansi dunque alla teorica del merito personale, dogma loro principale; e lo ripetono anche gli altri, e che confessavansi ai barbi, i quali hanno facoltà di assolvere; confessavansi a ginocchio; e per ogni confessione davano una moneta; riceveano penitenze, le quali per lo più consisteano in un Pater, un Credo, non mai l'Ave Maria; proibito il giurare; non doversi invocare i santi nè pregar per i morti.
Così seguitarono a vivere e credere fin quando, mal per loro, ebbero contezza della Riforma predicata da Lutero. Ad abbracciarla non erano spinti per riazione, come gli Svizzeri e i Tedeschi. Invitati però da questi, nel 1530 deputarono Pietro Masson, Giorgio Morel e Martino Gonin loro barbi, a conferirne in Basilea con Ecolampadio, a Strasburgo con Bucer, a Berna con Bertoletto Haller ed altri campioni. Ai quali esposero come essi praticassero la confessione auriculare; i loro ministri vivessero celibi; alcune vergini facessero voto di perpetua castità.
A chi le negazioni protestanti appoggiava sugli usi del primitivo cristianesimo, spiacque il riconoscere che questi pretesi contemporanei degli apostoli discordassero in punti così controversi, e che prendessero scandalo delle asserzioni di Lutero contro il libero arbitrio. Pietro Gilles loro storico nota che que' maestri gli ammonirono di tre cose; 1º di alcuni punti dottrinali, ch'e' riferisce, sui quali voleano si riformassero; 2º di meglio disciplinare le assemblee; 3º di non permettere più che membri della loro chiesa assistessero alla messa, nè aderissero in verun modo alle superstizioni papali e ai sacerdoti cattolici[384].
Del resto da nessun autore trapela che avessero una confessione canonica di fede; sicchè quelle che si producono è presumibile venissero compilate dopo la riforma loro, per la quale cessarono d'essere quel che prima, e si misero sull'orme de' Protestanti, mentre volentieri si spacciano per loro precursori. Lo stesso Beza confessa che i Valdesi aveano «imbastardita la purezza della dottrina», e declinato dalla pietà e dalla dottrina[385]; e il protestante Scultet, nel riferire la loro conferenza con Ecolampadio[386], fa da uno dei deputati confessare che fin allora aveano riconosciuto sette sacramenti; ma ripudiavano la messa, il purgatorio, l'invocazione dei santi; i ministri erano in supremo grado ignoranti, siccome persone costrette a vivere di lavoro onde di limosine, e non da essi, ma da preti romani riceveansi i sacramenti, del che domandavano perdono a Dio, perchè non poteano di meno; ch'essi ministri non menavano moglie, ma spesso fornicavano, e allora restavano esclusi dalla società dei barbi e dal predicare. E per loro istruzione domandavano non solo «se al magistrato sia lecito punire i criminali di morte», ma anche se sia permesso uccider il falso fratello che li denunziava, attesochè, non avendo giurisdizione fra loro, quest'unica via trovavano a reprimerli; se gli ecclesiastici potessero ricever doni, e tenere cosa alcuna in proprio; se accogliere la distinzione del peccato in originale, veniale, mortale; se i bambini di qualunque nazione sono salvati pei meriti di Cristo; se gli adulti che manchino di fede possono giunger a salute in qualunque religione. Sopratutto mostravansi colpiti da ciò che in Lutero aveano letto sulla predestinazione e il libero arbitrio, «mentre credeano che gli uomini avessero naturalmente alcuna forza e virtù, la quale, eccitata da Dio, avesse qualche valore, conforme alla parola Battete e vi sarà aperto. Che se i predestinati non posson divenire riprovati e viceversa, a che tante prediche e scritture? a che, se tutto arriva per necessità?»
Maggiore conformità si pretese trovarvi colle dottrine di Calvino, il quale, penetrato nella val d'Aosta allorchè abbandonò la duchessa di Ferrara, diede calda opera perchè que' valligiani abbracciasser la sua credenza, e sottraendosi a Savoja, si fondessero coi Cantoni protestanti svizzeri. Gli stati però di quella valle, adunatisi nel febbrajo 1536, presero severi provvedimenti per la conservazione della fede cattolica. Meglio riuscì coi Barbetti il celebre ginevrino Farel, e gl'indusse a pubblicare la loro professione di fede, e chiarirsi o divenire calvinisti, abolendo i suffragi pei defunti, i digiuni, il sagrifizio della messa, tutti i sacramenti eccetto il battesimo e la cena, e credere alla predestinazione e alla salvezza per mezzo della sola fede, nè altri che Cristo esser mediatore fra Dio e gli uomini.