E perciò le signorie vostre diranno esser venute in nome di questa città da sua santità per supplicare come a vicario del sommo Iddio in terra, e trattandosi di cose della fede, e per essere sua santità della nostra patria, e nostro vero padre e protettore, alla cui santità è notissima la nostra religione, e sincera e vera fede con le opere verso l'onnipotente nostro Signore Iddio, acciò sua santità non solo non venga in questa opinione de innovare cosa alcuna in questa causa, ma ancora ne ajuti e favorisca appresso la serenissima cattolica maestà del re n. s., che per le suddette cagioni si contenti fare il medesimo, e ne tenga in quell'opinione, che convien esser tenuti sì buoni, sì veri e sì antichi cristiani, e amorevoli e fedeli soggetti a S. M., come noi siamo, e devoti alla sedia apostolica, e che di questo ne faccia piena fede a sua santità e di ciò ne resteremo tutti, e in universale e in particolare obbligati alli predetti signori, e che per questo la nostra città non ha ancora inviato oratori da sua maestà.
Poi le signorie vostre andaranno a baciar le mani all'illustrissimo e reverendissimo cardinale Borromeo, nostro arcivescovo e pastore, supplicandolo in nome di questa città di favore e ajuto presso sua santità, sì per essere di questa comune patria, sì per trattarsi dell'interesse de sua signoria illustrissima, non solo come nobilissimo membro di questa patria, ma come pastore e arcivescovo, al quale appartiene ordinariamente la cura e cognizione della fede e della Inquisizione, e dell'onore del suo gregge: onde parerebbe, che per trascuraggine de suoi agenti fosse bisogno di nuovo ordine e più rigoroso tribunale: sì per essere e per sangue, e per dignità e per valore sua signoria ill. tanto grata a sua santità, e perciò sia contento aggiustar il negozio, e introdurre le signorie vostre da sua santità[53].
E così ancora le signorie vostre procureranno il medesimo con l'illustrissimo e reverendissimo cardinale San Giorgio, e reverendissimo signor Castellano di Sant'Angelo, e col reverendissimo Datario, e altri nostri cittadini, e con tutti li illustrissimi, e reverendissimi cardinali in Roma, e con ispecie con li illustrissimi e reverendissimi cardinali Santa Croce, Ferrara e Castelli, quali s'intende averne favoriti, ringraziandoli sommamente e supplicandoli di consiglio e favore, che tutti insieme gli siam perpetuamente obbligati, dando a ciascuno le lettere credenziali, che se gli danno: ed allo reverendissimo Alessandrino dandogli le lettere, e pregando ne voglia aggiustare. E poi fatti tutti questi e altri caldi officj, quali meglio pareranno alle signorie vostre circa questo negozio, le signorie vostre procureranno quanto più presto baciar li santissimi piedi di sua santità, supplicandola come di sopra, presentando a sua santità le lettere di credenza che se gli danno.
Da questa nota, così stranamente mista di rozzezza e pretensione, appare quanto fosser temuti dai Milanesi da un lato la reputazione di eretici, dall'altro i danni che ridonderebbero dall'Inquisizione fin ai loro commercj e ai possessi.
Contemporaneamente Brivio Sforza era spedito allo stesso fine al Concilio di Trento; ed è riferito dagli storici che esso e un altro ambasciadore supplicarono i prelati e cardinali della Lombardia ad aver pietà della patria comune, la quale, se ai tanti mali s'aggiungesse questo gravissimo, vedrebbe molti cittadini migrare. Che se quelli che esercitano il Sant'Uffizio in Ispagna, sotto gli occhi proprj del re, abusavano tanto, e rigidamente pesavano sui compatrioti, che non farebbero nel milanese, lontano e non amato? I prelati lombardi del Concilio, uniti scrissero al papa e al cardinale Borromeo, come quello a cui viemmeglio spettava la tutela della patria, e mostravano come qui non militassero le ragioni che l'aveano fatto istituire in Spagna; che, oltre portare sicura rovina nella Lombardia, avrebbe avviato a istituirla anche nel regno di Napoli, con diminuzione dell'autorità della santa sede, giacchè i prelati si sarebbero conservati devoti non ad essa, ma al principe.
Anzi i Padri domandavano che nei decreti del Concilio si mettesse qualche espressione, che esentasse e assicurasse i vescovi dal Sant'Uffizio spagnuolo, e stabilisse il modo delle procedure. Il cardinale Morone, presidente al Concilio, dava qualche promessa di ciò, ma non ne fu fatto nulla; pure l'incidente tenne turbato e sospeso quel sinodo finchè non si seppe che il governatore duca di Sessa, vedendo pericolo che i Milanesi imitassero i Fiamminghi e si facessero protestanti, sospese il decreto, che poi fu lasciato in dimenticanza.
In una relazione dello Stato di Milano di quel tempo, deposta nella biblioteca Trivulzio, leggiamo: «Essendo il re di Spagna e per sua propria volontà e per varj suoi rispetti principe veramente cattolico, di sua volontà e comandamento nello Stato di Milano sono gravemente perseguitati gli eretici, e novamente ha comandato sua maestà che tutti i fuggitivi degli altri Stati d'Italia per la religione, non siano tollerati nel detto Stato, per provvedere che non infettino gli altri. E di più si suppone che al presente sua maestà disegni d'introdurvi l'Inquisizione al modo di Spagna: mossa a ciò non tanto da zelo delle cose della religione, quanto da molti sospetti in che sono entrati gli Spagnuoli del suo consiglio, a suggestione di quelli che sono in Milano, circa alla devozione verso lei de' sudditi di quello Stato; vedendo gli Spagnuoli che niuna cosa possa maggiormente tener in freno i suoi vassalli, che la severità di questo Ufficio. La quale essendo grandemente abborrita dai Milanesi per il sospetto che hanno che, con questa via, abbiano ad essere spogliati di tutti i loro beni, si fa giudizio che abbiano a rendersi molto difficili in accettarla».
Segue riferendo che, al 29 agosto 1564, pubblicavasi dal governatore De la Cueva una grida, per la quale «informata, l'enissa mente di sua maestà essere che tutti i Regni e Stati, e massime lo Stato di Milano siano preservati da ogni pravità eretica....... in nome di sua eccellenza si fa pubblica grida..... che niuno il quale sia eretico dannato nominatamente, o fuggito di mano dell'Offizio della Santa Inquisizione, o scacciato dal suo paese e da' suoi signori per causa d'eresia, o partito da qualsivoglia parte e luogo, e andato in altra parte e luogo ovver paese, dove e acciò possa vivere liberamente in eresia, ardisca di stare, praticare, nè vivere nel detto Stato di Milano, sotto pena della disgrazia di sua maestà cattolica, e di essere punito dall'Offizio della Santa Inquisizione secondo le sacre leggi. Item sua eccellenza ordina e comanda che, capitando alcuno il quale si sappia esser tale, come di sopra, nel detto Stato di Milano ad ostaria, che gli osti e padroni de li luoghi prefati, barcaroli e portinari siano tenuti subito a dar notizia di tali eretici e ut supra alli prefati inquisitori, e prestargli ogni ajuto e favore perchè detti eretici e ut supra siano presi e consegnati all'Offizio predetto della Santa Inquisizione, sotto la pena sopradetta» con quel che siegue.
S'interessarono i Cantoni Svizzeri, e con calore grandissimo Zurigo per far togliere il pregiudizievole generale divieto; ma pei novatori dinotati dal Sant'Uffizio, e pei fuggiaschi d'Italia fu mantenuto, come dal dispaccio in ispagnuolo 17 dicembre 1565 dello stesso governatore Gabriele della Cueva. Finalmente per interposizione dei deputati di Lucerna, Uri ed Untervaldo, recatisi espressamente a Milano, alli 13 gennajo del 1579 si ebbe dal marchese d'Ayamonte nuovo governatore l'esplicita dichiarazione che i Locarnesi emigranti, fatti cittadini in Zurigo e Basilea, eccettuato il solo evangelista Zanino, potessero, venire in questo Stato «e anco a Milano e contrattare; con che, per quanto spetta a la religione, stiano molto riservati, non parlando nè facendo cosa che sia in offesa di essa, nè meno usino cibi proibiti, nè vi portino libri reprobati. Li processati però per l'Offizio della Santa Inquisizione, e che si sono assentati e fatti fuggitivi da questo Stato non possino rientrar in esso; meno sarà lecito che entrino quelli, che avendo abjurato, sono tornati a reincidere, così in questo Stato come fuori. Sarà parimenti proibito a li dottori ed altri che non sono della vera fede cattolica.... e che non averanno contrattazione e non saranno artefici, di entrar e fermarsi nel Stato, se non dieci giorni per volta, e in quel tempo averanno da servare il contenuto ne li suddetti Capitoli. Averanno però da avvertire che, sopra tutto i detti Locarnesi, se vogliono praticar qui, e non essere molestati dal Santo Offizio, conviene che servino i detti Capitoli inviolabilmente».
Gli eretici credeansi nemici pubblici, e quindi lecita ogni rappresaglia contro di essi, fin sequestrarne le merci, come si fece a robe dei Pelizzari e dei Lumaga di Chiavenna, massime se libri: Beatrice Fiamenga, nobile bresciana, per simile titolo si separò da suo marito Geremia Vertemate di Piuro: a Vicenza trovavansi arrestati quaranta protestanti, la più parte Grigioni; e tanto era il sospetto, che i Cattolici provenienti dai Grigioni munivansi di bollette dei parroci loro. Un Teodoro da Chieri, figlio del ministro di Tirano nel 1583, e Lorenzo Soncino da Chiavenna nel 1588 furono consegnati all'Inquisizione di Milano[54].