Ben presto, a capo dell'arcidiocesi milanese venne uno de' più zelanti promotori della riforma cattolica, Carlo Borromeo. E in relazione a quanto accennammo da principio, è notevole l'avversar che fecero i Milanesi a un santo, il quale, a tacer la pietà, fu ammirato per una splendidissima carità e per insigni istituzioni, tanto che, in un tempo dei più esorbitanti, fu presentato all'imitazione come modello di ottimo patriota[51]. L'emendazione ch'egli volle fare dei frati Umiliati gli concitò l'inimicizia di questi, spinta fino a tirargli una fucilata. I gran savj milanesi poi mormoravano che il Borromeo volesse far troppo; pretendesse al monopolio della carità, anzichè lasciar che tutti la applicassero come più voleano; criticavano quel che facea, suggerivano quel che avrebbe dovuto fare; asserivano che il tanto suo adoprarsi venisse per ambizione d'esser nominato, per fare scomparire gli altri, per acquistarsi l'aura popolare. Ai pensatori s'insinuava come le tante sue riforme fossero puerili, da sacristia, come volesse sostituire in man de' nobili il rosario alle spade, i confratelli ai bravi, i tridui ai duelli, invilendo così la nazione milanese. Alla plebe si insinuava com'egli co' suoi divieti contro le profanazioni della festa, contro il prolungamento delle gazzarre carnovalesche, diminuisse i divertimenti, che pur sono la ricreazione del povero popolo e un giusto sollievo dopo tante fatiche. Poi, sempre per patriotismo, s'insinuava all'autorità ch'egli voleva far prevalere la sua giurisdizione, a scapito della secolare; che invadeva le competenze del municipio o del governo; che, durante la peste, quando i governatori erano fuggiti ed egli era rimasto a dividere ed alleviare i patimenti, aveva sin fatto decreti ed esecuzioni, represso i ribaldi, e altri atti, che son devoluti solo ai magistrati.
E coi magistrati sostenne lotte durissime; e i cittadini si piacquero di trarne occasione di scandali; e il capitolo di Santa Maria della Scala arrivò fin a chiudergli in faccia la porta della Chiesa: dalla stessa autorità municipale accusato al papa e al re come trascendente in fatto di giurisdizione, Carlo più d'una volta dovette interrompere le sante sue sollecitudini per andar a Roma o spedire a Madrid, onde scagionarsi. E se non vorremmo sostenere ch'egli avesse sempre ragione nella quantità e nei modi, nessun ci contraddirà se asseriamo che sempre era mosso da rettissime intenzioni.
Ciò sia di conforto a' suoi successori; e in simili contrarietà pensino come la giustizia soglia rendersi anche qui dopo la morte.
Restano, ed hanno vigore ancora moltissimi atti del suo episcopato, ma pochissimi si riferiscono ad eretici di quel paese. Giulio Poggiano, di Suna nel novarese, uno de' più belli scrittori latini di quel tempo, adoprato come secretario di molti cardinali, della Congregazione del Concilio Tridentino e di san Carlo, in lettera al cardinale Sirleto descrive la venuta di quest'arcivescovo a Milano nel 1565, e come «cantò messa nel duomo, dove fu il principe e il senato con tutti li magistrati..... È ferma opinione che fossero alla messa più di venticinque mila persone. Un canonico fece una orazione al cardinale assai impertinente e lunga, nihil boni præter vocem et latera. Il cardinale a mezza messa fece un sermone, nel quale parlò della giustificazione, a proposito del vangelo Plantavit vineam. Della materia se n'era informato dal padre Benedetto Palmio....»
Da qui appare che il santo toccava anche nelle prediche ai punti fondamentali della dottrina. Il Poggiano aggiunge: «Ho inteso che, oltre all'Aonio, qui sono due o tre letterati, ma perchè, non so per qual disgrazia o maledizione loro, si mormora che sono infetti di opinioni poco cattoliche, son risoluto di non parlargli, nè vederne alcuno»[52].
La vicinanza della Lombardia al Piemonte pose Filippo II in paura non ne contraesse le nuove credenze, sicchè insistette presso Pio IV onde potervi istituire l'Inquisizione alla spagnuola, cioè indipendente dal vescovo e dai magistrati. Portata la domanda in concistoro, molti cardinali vi repugnavano; nè il papa inclinava a far questo infausto dono a' suoi concittadini: pure alfine vi consentì nel 1563. Sbigottissene il paese, fioccarono i reclami; il governatore Cordova mandò procurando dissuaderne il re. Al quale la città deputò Cesare Taverna e Princivalle Besozzi, ma non conosciamo nè le commissioni date loro nè l'esito. Bensì nell'archivio diplomatico stanno le commissioni, che furono date ad altri, che al tempo stesso e per lo stesso effetto erano inviati a Roma. Eccole:
Istruzione di quanto avranno a dir e negoziar in nome di questa città l'illustre signor conte Sforza Morone e molto magnifico signor Gotardo Reina, vicario di provisione, oratori in nome di questa città appresso a sua santità nostro signore.
L'illustri e molto magnifici signori sessanta, rappresentanti il consiglio generale della città di Milano, hanno fatto elezione delle persone de v. s. quale vadino a Roma con la maggior celerità sia possibile, e prima ricorreranno dalli illustrissimi signori don Aloisio de Avila commendatore maggiore, e ambasciatore Vargas, e baciatogli le mani in nome di questa città, gli presentaranno le lettere credenziali che se gli danno, e gli esporranno che, essendo avvisata e certificata questa città come si tratta di porre costì una Inquisizione molto più rigorosa del solito, il che ha fatto stupire, e restar piena di meraviglia tutta la città e Stato, vedendo che tutte le novità aggravano e danno infinita discontentezza alli popoli, e eterno aggravio appresso a tutta Italia e cristianità. Perciocchè essendo stata questa città delle prime del mondo, che ricevettero la santissima fede del nostro Signore Gesù Cristo, sino al tempo di San Barnaba apostolo, e così per mille cinquecento e venti anni e più sempre è perseverata nella santissima fede cattolica romana, nè mai ha deviato in cosa alcuna. Questa città fu la principale che scacciò li Ariani, e sotto li imperatori Greci, che favorivano le eresie più presto si lasciò quasi distruggere e desolare, che mai consentirgli. Furono a Milano a migliaja de questi cittadini fatti martiri per non voler consentire ad adorare li falsi Dei, siccome gli comandavano Diocleziano e Massimiliano Erculeo imperatori, quale Massimiliano allora abitava in questa città, e qui depose l'impero, e più sotto Valerio Maximino suo successore: e come altro Massimiano inondò la nostra città del sangue de martiri, e molto più sotto l'imperio del terzo Massimiano erede del tirannico furore del primo e secondo suoi predecessori, si numerano più martiri milanesi, fatti per la fede del nostro Signore Gesù Cristo, che non sono di quattro altre città delle prime. Non si ritrova che da molti e molti anni in qua a l'ufficio della santissima Inquisizione sia mai stato, non che condannato, ma anche accusato alcun milanese; come sua santità potrà venirne in cognizione ordinando che gli sia fatta relazione delli processi fatti alla santissima Inquisizione, ovvero mandato li libri. E se alcuni sono stati accusati e condannati, quali abitavano in questa città, non sono milanesi, onde non accade la medicina dove il corpo è sano, nè la pena rigorosissima e il proceder simile dove mai non fu delitto nè superstizione. Poichè questa nuova istituzione non è mai stata introdotta nè in questa città, nè in questo Stato nè in alcuna parte delle nostre regioni, e così siamo perseverati per più di mille cinquecento venti anni continui, nè ora è accaduto, ovvero accade cosa, per la quale si abbi di caricar le città dello stato d'una sì insolita ed infamatoria novità, stando la città e Stato caricata e colma d'ogni sorta di carichi, nè per soprasomma se gli dovrebbe aggiungere questa sì universalmente mala contentezza di tutto lo Stato, il quale presuppone che questo gli sia peggio, che se tutto fosse distrutto e desolato. E sebbene alcuni delli vicini sono macchiati della maledetta, e scellerata eresia, non è però da temere che un popolo, nè alcuno del popolo tanto cattolico, tanto pio e tanto confirmato nella nostra religione si debba mai partir o separarsi dall'unione della santa madre Chiesa Romana, nella quale per tante e tante centinaja d'anni è perseverato e persevera, il che apertamente dimostrano tanti ospitali, tanti luoghi pii, tanti monasteri, tante chiese, tante congregazioni, che si mantengono con le elemosine si fanno, e si edificano ogni giorno, e si esercitano in questa città, ed il concorso universale che si fa da tutti e continuamente alli divini officj, e sagramenti e all'udir le sacre prediche, e a pigliar le santissime Indulgenze, alle quali tutte concorre indistintamente e a gara tutto il popolo. Chi potrebbe tener le lagrime veggendo in tutte le chiese parrocchiali di questa città, quali sono infinite, in un medesimo tempo pubblicamente esposto il santissimo corpo di nostro Signor Gesù Cristo, avanti il quale, giorno e notte senza intermissione ogni sorta di gente umilissimamente con singulti e pianti, misti con grandissimi prieghi e supplicazioni, e con ogni sorta di voti supplicano la divina clemenza, ragionando tutti i tempi delle divine litanie, e d'ogni sorta di salmi e orazioni, che si degni infondere e inspirare la grazia dello santissimo Spirito nelli cuori di sua beatitudine, suo vero vicario in terra, e di S. M. che sono in mani sue, quello che sia per onore della santissima sua Chiesa e che convenga alla religione e pietà nostra antichissima, acciocchè dove meritiamo lodi non siamo infamati appresso tutta la cristianità senza colpa nostra, il che parerebbe troppo duro a questa città tanto ubbediente, affezionata e schiava a sua santità e sua maestà, di vedersi con questa innovazione senza sua colpa quasi infamare. Il che risulterebbe in non poco dissertivo a S. M. perchè essendo il nervo di questa città le mercanzie e arti che qua si esercitano, tanto dispiace questa cosa a tutti, che sarebbe fargli abbandonare per una gran parte, e trasportar le merci e arti altrove, donde ne patiranno assai li dazj e entrate di S. M. perchè la città, e così la patria di sua santità, si verrebbe a despopolare, il che si comincia a fare sin ad ora, perchè non si ritrova chi voglia per prezzo ancorchè vile comprar alcuna cosa di stabile; impauriti come sono della fama di questa innovazione.
E se rispondesse che questo si fa per conservar pura e chiara questa città, atteso l'incendio e il fuoco che arde nelli vicini nostri, e per la contrattazione che si fa tra essi e noi, si può rispondere come di sopra, che al corpo sano e alla virtù continuamente esperimentata non si ha da adoperare più forte medicina, ovver maggior freno del solito, anzi il dar medicina ad un sano gli porta spasmo e repentina morte. Ma quello, che non meno importa sarebbe questo ungere la piaga di contrario liquore, perchè essendo a questa città alcuni delli vicini eretici veri nemici a noi, per essere noi cattolici e essi scismatici, veggendo il modo rigoroso della Inquisizione, dubita che, acciecati dall'odio ed ardenti dal furore, somministrarono falsi testimonj contro di noi cattolici per infamarne e distruggerne. E se è bastato l'animo ad un eretico ammazzar il principe di Ghisa, generale di un tanto re, circondato e amato da un tanto esercito, e macchinar nella propria vita del re cristianissimo per esser cristiano, che cosa faranno potendone rovinar nell'onore, nella vita e nella roba con falsi testimonj? E per le sacre istorie si vede esser così stato fatto per li eretici alli cattolici e sovente, e ne bastino alcuni esempj di Eustachio episcopo d'Antiochia, che per esser cattolico, li Ariani colla falsa deposizione d'una donna, alla quale allora per il rigore si credeva, ingiustamente fu detenuto, e poi scoperto ma tardo, fu restituito all'episcopato: e san Atanasio illustre e santissimo uomo episcopo de Alessandria, dalli Ariani sotto Costantino imperatore cristianissimo fu per simili vie ancora nel Concilio Niceno tanto travagliato e per tanti modi, che si può dir ebbe infiniti martirj. L'altro delle persecuzioni per testimonj falsi fatte a san Gerolamo dalli eretici sono notissime. Nè una legge conviene a tutti li popoli, siccome nè un rimedio ad ogni infermo, e manco alli sani. E qua vi sono bonissimi ordini sopra la santissima Inquisizione, i quali si servano. Egli è un tribunale della santissima Inquisizione, osservato con antichissima consuetudine, nel quale, conforme alli sacri canoni, intervengono molti teologi di tutte le religioni, molti ecclesiastici, per assessori molti dottori del collegio di Milano e un senatore: al qual tribunale non gli manca alcuna sorte di braccio e ajuto, chiamandolo, e dal principe, e dal senato, e hanno ogni autorità opportuna, e l'illustrissimo e invitto principe di Sessa più e più fiate si è offerto in pubblico di prender con le proprie mani li eretici, e consegnarli all'Inquisitore e ne ha mandato a prender dalla sua guardia tanto da piedi, quanto da cavallo. Nè manca al Sant'Officio d'ogni ajuto l'eccellentissimo senato, e questo è notorio.
E perciò si supplica sua santità sia contenta non dar credenza alle false lingue, nè a chi, forse sotto specie di bene, non cessa seminar zizzania. E se per tanto tempo alcuni delli vicini eretici non hanno mai potuto infettare questa città, il che si ha da tener per certo, non riuscirà nell'avvenire con l'ajuto del nostro Signore Iddio. E se altrimenti è stato persuaso sua santità ovvero a sua maestà, è proceduto da persone o male informate, o malevole, e poco amorevoli al beneficio di sua maestà, e di questa città.