Per questi oggetti egli trattava coi ministri esteri, e poichè ai senatori e a chi stesse in lor casa era proibito parlare con rappresentanti stranieri, gl'inquisitor di Stato, cui già era accusato d'appartenere ad una società di ottanta gentiluomini che si burlavano del papa, delle preghiere, dei miracoli, lo fecero arrestare, mettere in una barca, e deporre a Crespino terra di papa. Non vi fu scoperto, e passò a Modena, indi dai Trivulzj a Milano, città che per un momento si trovava sotto al Piemonte, poco contenta d'un re di dubbia indipendenza, di soldati che invadevano i vescovadi, di professori scomunicati. Tornò allora offrirsi al re sardo mediante il conte Pettiti e il marchese D'Ormea, promettendo che «con tutto lo spirito avrebbe in suo servizio sagrificato tutto il rimanente della sua vita, in qualunque occasione la sua opera e la sua penna potesse essergli di gradimento». Ma un ordine preciso del re gl'intimò d'uscire di Lombardia. Traversò il Piemonte nel novembre 1735, e poichè Roma mostrava desiderio fosse arrestato, onde, fissatosi in paese d'eretici, non portasse danno, il marchese d'Ormea le dava contezza che, saputo come si dirigesse a Ginevra, avea spiccato l'ordine d'arrestarlo. E al cardinale ministro Albani scriveva il 13 dicembre 1735: «Vostra eccellenza avrà inteso che, sulla notizia datami dal grancancelliere di Milano delle intenzioni di Pietro Giannone di voler passare a Ginevra, s'erano date disposizioni necessarie per farlo arrestare. Or devo aggiungerle che, essendosi trovato partito da Milano, ne feci far qui le più esatte diligenze, e finalmente scoprii, non senza grande stento, stante che qui s'era nominato per Pepe Anello, che non avea fatto che qui pernottare la notte del 27 caduto, essendo partito la mattina del 28. Spedii subito l'ordine sulla rotta (strada) ma essendo già passati alcuni giorni dacchè era in viaggio, più non si potè cogliere. Se sua santità avesse da principio lasciata intendere la sua intenzione che fosse arrestato, non sarebbe certamente mancato il colpo, e se fosse riuscito dopo che qui se ne era presa spontaneamente la risoluzione, avevo risoluto di mandarlo legato al papa sino dentro Roma, scortato da un distaccamento di dragoni. Desidero sinceramente che le attenzioni incaricate novamente al signor conte Piccone (governatore della Savoja) sortiscano il loro effetto; perchè in tal caso sua santità potrà conoscere che, se nelle cose temporali la disgrazia ha voluto che non si sono potute incontrare in cotesta Corte le dovute convenienze, nelle spirituali non v'è chi superi sua maestà nella sua devozione ed ossequio verso la santa sede e la persona di sua santità, ne chi più vivamente s'interessi per il sostegno e vantaggio della nostra santa fede».

E fu allora che venne ordito un infame tranello, d'accordo col governatore Piccone. Giuseppe Guastaldi, gabelliere a Vesenà, villaggio sardo vicin di Ginevra, finse interesse per la sorte del Giannone e d'un figlio naturale che menava seco, e volerlo riconciliare colla Corte. A tal uopo gioverebbe mostrasse non esser vero che avesse apostatato, nè altra cosa il proverebbe meglio che il far pasqua; andasse seco a riceverla nel vicino villaggio savojardo. E il Giannone vi andò il 24 marzo 1736, ma v'erano disposti birri regj, incaricati d'arrestarlo «con destrezza e piacevolezza»[449] come fecero. Roma attestò al re «simili ingegni turbolenti dover celeremente essere sconcertati e allontanati dal consorzio degli uomini»: il re significò al governatore Piccone l'agrément très-distingué avec lequel il avait reçu la nouvelle de l'emprisonnement de Giannone: il marchese d'Ormea sollecitò perchè se ne raccogliessero i manuscritti, se ne esplorassero le intenzioni, e se avesse apostatato o ci pensasse: voleva anche farlo tradur a Roma, ma la clemenza del re s'accontentò di gettarlo nella rócca di Miolans poi a Torino, sottoponendolo per dodici anni a una prigionia brutalmente severa e vessatoria. L'Ormea assicurò Roma che mai, per qual fosse ragione non sarebbe liberato: il padre Prever fu mandato per convertirlo, pur dichiarandogli che, qualunque fosse l'esito della sua missione, non isperasse libertà, e soltanto pensasse all'anima sua: ond'egli fece la più ampia ritrattazione; desiderare che della sua Storia perisse fin la ricordanza; ringraziare Dio e il re e suoi ministri che, col tenerlo prigione, l'aveano campato da altri errori[450].

Quest'atto a nulla gli valse; non lo sporgere istanze; non il rammentare quanto fosse stato devoto alla Casa di Savoja, e che dall'arcivescovo di Napoli e dal Sant'Uffizio era stato assolto; la durezza de' ministri e l'avidità de' castellani peggiorava la sua miseria, nella quale lasciavasegli fino ignorare che ne fosse del suo figlio e della madre di questo, a spogliare i quali s'erano affrettati i parenti.

Che avesse rinnegato la religione de' suoi padri non appare. La sacra Congregazione proibì la Storia di lui per «dottrine false, temerarie, scandalose, sediziose, ingiuriose a tutti gli ordini della Chiesa, erronee, scismatiche, empie, e che a dir poco sanno d'eresia (hæreses ut minimum sapientes)» non però veramente ereticali. Ma oltre di quella avea scritto il Triregno, opera che non fu stampata, e neppure compita, ma della quale fra' manuscritti del prigioniero trovossi una copia dall'abate Palazzi di Selve bibliotecario dell'Università di Torino, incaricato dall'Ormea di esaminarli, e da lui trasmessa alla sacra Congregazione dove si conserva. Un'altra copia era a Ginevra in mano del ministro calvinista Isacco Vernet, che la cedette a un librajo olandese, e questi a un abate Bentivoglio, il quale la vendette al papa. D'un'altro esemplare, rimasto al suo figliuolo, diede estratti e indici il Panzini, tanto da poter ricomporre anche le parti che mancano.

E ciò tolse a fare un'ingegnoso quanto dotto nostro contemporaneo, il quale, per esaltarlo davanti a un uditorio prevenuto, vi legge «riflessioni senza che vi siano», vi suppone uno scopo, una connessione ideale, mettendo il pensiero scettico d'oggi al posto della quistione avvocatesca d'allora.

Sull'orme dei filosofi inglesi e francesi che rompevano guerra alla tradizione religiosa, il Giannone combatte la Chiesa, cercando le leggi della storia in quelle della mente umana. Secondo la sua teorica, il pontefice dichiara che scopo della vita terrena è conquistare il regno del Cielo. Chi gliel'ha rivelato? chi intese la voce di Dio? e al mondo chi diè principio? Nessuno; è eterno; ha vita inerente alla materia, e produttrice di tutti i viventi; immutabili sono le sue leggi. Essa produsse anche l'uomo, se pur non è eterno: e in lui nulla parla di Dio; dalle bestie non differisce che per maggior grado d'immaginazione e d'esperienza, pei vizj, per la facoltà di errare, e di adorare gli Dei, formati dalla nostra immaginazione.

Una di queste creazioni della fantasia è il Dio di Mosè, ma questi non parlò di vita futura, e solo di prosperità o tribulazioni mondane, accompagnate anche da miracoli, nulla però accennando a retribuzioni postume; nè gli Ebrei, nelle varie età della loro storia ebbero altro concetto che di un regno terreno. Queste dottrine di Mosè concordano con quelle degli Egizj, de' Fenici, dei Greci, e non ne sono punto superiori. Meglio ancora i Romani vagheggiavano la grandezza terrena: e la discrepanza dei profani dai sacri sta solo nelle forme, nelle metafore; concordando del resto nel credere che uno spirito animasse tutto l'universo, una vita sola desse moto agli animali tutti; colla morte, quell'alito ritorna al principio da cui derivò. La vita spirituale e immortale è invenzione de' pontefici, nè tampoco conosciuta a Tertulliano e a Lattanzio.

Insomma il Giannone riduce tutto all'anima del mondo di Gassendi e agli atomi d'Epicuro, repudiando fin Cartesio che discerne il nostro essere in anima e corpo, in sostanza estesa e sostanza cogitante.

Ma prosegue il Giannone, le austere tradizioni egizie, conformi alla natura, cioè materialiste, vennero guaste dalle fantasie de' filosofi e poeti greci, onde la filosofia tramutavasi in mitologia, la verità in favola, e ne nacque tutta l'ontologia degli Ebrei negli ultimi tempi, come de' popoli classici. Sempre togliendo per suo bersaglio il pontefice, il Giannone gli chiede se i dogmi suoi concordino con quelli degli ultimi Ebrei, cioè di Cristo. Nel regno annunziato da questo trova tutt'altro che il paradiso, e sempre affacciando nuovi dubbj, sventa i mezzi proposti per acquistare il regno promesso. I primi Cristiani, persuasi che il mondo fosse per finire onde dar luogo a un nuovo, popolato dai morti resuscitati, sprezzavano i beni temporali, viveano in comune, aveano soli sacramenti il battesimo e la cena, senza significazioni magiche o soprannaturali. La risurrezione de' morti era il dogma fondamentale, il motore di tutte le azioni de' primi Cristiani: la punizione o il premio delle azioni susseguono alla risurrezione[451].

Questo dogma vacillò quando si vide tardare la venuta del regno di Dio: poi Basilide ed altri eresiarchi l'impugnano: nel confutarli, i Padri trascendono, ammettono un regno de' cieli, vi collocano i martiri e i santi: ne deriva un culto, e comincia la mitologia de' papi con Gregorio Magno, cioè la credenza che le anime salgano al cielo direttamente senza aspettare la resurrezione e il giudizio universale, e subito fruiscano della beatitudine eterna: sicchè riesce inutile il giudizio universale mentre s'inventano il cumulo delle opere sante, e i suffragi pei morti e le immagini devote, e le feste, e il culto di Maria e delle varie fasi della sua vita, l'annunciazione dapprima, poi la purificazione, la natività, la morte, l'assunzione, la concezione, indi la visitazione, i sette dolori, il rosario, lo scapolare, il matrimonio, le varie immagini, la casa, i tanti patrocinj; l'invocarla al principio di tutte le prediche, siccome introdusse san Vincenzo Ferreri; il ricorrere a Cristo per mediazione di lei; il farsela regina come gli Ungheresi.