Avanti procedere a tali riforme bisognava fondare l'Università e l'insegnamento laicale, togliendo ai Gesuiti l'istruzione: stampare un'istruzione popolare sulla distinzione fra l'autorità spirituale e la temporale; e difondere gli scritti di frà Paolo Sarpi.

L'opera alla quale precede il racconto dei fatti che su riferimmo, nella stampa fu dedicata a Carlo III Borbone delle Due Sicilie; e poichè confidava diventerebbe re di tutta Italia rifacendo la nazione, gli offriva questi pensieri come conducenti a tal fine. È scritta con vivacità e acrimonia, attaccando anche l'autorità spirituale, e proponendo a modello Enrico VIII e il czar. Suggerisce però ai principi si mostrino zelanti della religione per ingannare il popolo, e averlo favorevole nella lotta contro gli ecclesiastici: non tocchino il dogma per non offendere gli altri sovrani.

In Inghilterra si amicò a Collins, a Tyndal ed altri spiriti forti, e per secondarli avventò contro la Chiesa una finta lettera all'imperatore Trajano, ove si pongono a parallelo Maometto e Sosem cioè Mosè. Fece pure una Storia succinta della professione sacerdotale antica, dedicata all'illustre e celebratissima setta degli spiriti forti da un libero pensatore (freethinker) cristiano nazareno; e il Racconto fedele e comico della religione dei canibali moderni, di Zelim Moslem, in cui l'autore dichiara i motivi che ebbe di rinunziare a tal idolatria abominevole. Ivi numera le cause che pervertirono i costumi dei Cristiani, i mali che la moltiplicità de' templi e degli ecclesiastici causò alla repubblica cristiana, e i modi con cui si formò e si mantenne la monarchia papale; mentre l'autorità sacra come la civile spetta di diritto al sovrano.

Dappoi nella Dissertazione sulla morte (1733) sostenne la fatalità degli atti e giustificò il suicidio; essendo l'uomo semplice materia, ch'ebbe la vita per essere felice, può rinunziarvi quando manchi lo scopo. Per questo libro processato insieme collo stampatore, dall'Inghilterra dovette uscire, e vagò in Olanda, in Francia, impugnando anche le verità bibliche, massime nel libro La religione maomettana comparata colla pagana dell'Indostan da Ali-Ebn-Omar-Moslem, e in un sermone che fingea predicato nell'assemblea de' Quacqueri di Londra dal famoso fratello Elvell (1737).

Si sa che Vittorio Amedeo abdicò, ma volendo intrigarsi ancora d'affari, e forse ripigliare la corona, fu dal figlio fatto arrestare. Di questo fatto vergognoso le invereconde e spietate circostanze furono tenute occultissime; e poichè allora non v'avea giornali onde far propagare la bugia, il marchese d'Ormea ministro finse che una relazione di quei fatti fosse diramata alle legazioni, e la fece arrivare agli ambasciadori stranieri residenti in Torino quasi provenisse da infedeltà d'un impiegato. L'ebbe pure il Radicati, e tradottala in inglese, offrì al ministro di Piemonte a Londra cavalier d'Ossono di cedergliela, sperando così amicarsi Carlo Emanuele III, e ottenerne il rimpatrio. Non gli si badò: ond'egli, fingendo gli fosse mandata in forma di lettera da Torino, e aggiuntevi altre notizie, la pubblicò: più volte ristampata, fu una delle scritture più lette di quel tempo, e gli storici ne adottarono le favolose circostanze, come troppo spesso confondendo il proibito col vero. Dicono che il Radicati, morendo in man di ministri protestanti, abjurasse gli errori contro il cristianesimo.

Nelle controversie stesse s'agitò Pietro Giannone d'Ischitella (1696-1758), uno de' più pertinaci sostenitori dell'onnipotenza regia. A tacere varie scritture polemiche, fe la Storia civile del Regno (1723), quasi unicamente diretta ad abbattere le opposizioni che i feudatarj o i Comuni o la Chiesa mettevano agli arbitrj de' regnanti, sempre appellando alla legalità ch'e' confonde colla giustizia; tornando al sistema pagano che non v'abbia diritto se non quel che è promulgato, nè alcun diritto contro ciò che fu promulgato: e la dedicò all'austriaco Carlo VI, «del cui felicissimo regno il maggior pregio è l'aver col decoro dell'imperiale maestà sostenuto tra noi le sue alte e supreme regalie». Quanto devoto ai re, è avverso ai papi, sui quali e sulle cose sacre versa facezie indecenti, intento ad opprimere l'autorità spirituale sotto ai pronunziati del diritto romano, e dare la società all'arbitrio dei giureconsulti; con durezza ed acrimonia piuttosto da curiale che da storico, e talvolta travisando il testo[446]. Secondo lui, la Chiesa da principio era nell'Impero; gl'imperatori anche battezzati chiamavansi pontifices maximi, episcopi ab extra; e quelle della Chiesa sono usurpazioni, continuate per secoli con un freddo calcolo, per cui la repubblica invisibile del sacerdozio soverchiò ogni repubblica politica.

Il suo odierno panegirista dice ch'e' fa la storia del diritto contro la Chiesa, coi soli dati dell'esperienza, come se Dio non fosse; e contro «le critiche tradizionali della scuola storica, e la falsa superiorità della scienza municipale di chi prende a censurare gli storici passati»: e non solo il difende, ma non dubita affermare che la Storia Civile sovrasta «al tanto celebrato Discorso sulla storia universale di Bossuet, nel quale non si trova nè filosofia nè storia», mentre il Giannone è fondatore della filosofia della storia.

A tale vanto non assentirà chi veda come le epoche sue il Giannone deduca non da idee, ma da fatti, cioè da conquiste, da regnanti; osservi le leggi fatte in ciascun'epoca, non i loro motivi e intenti; non induca la legittimità delle tante e sempre facili conquiste dalle aspirazioni e soddisfazioni popolari: nonchè sciogliere, neppure ravvisi i grandi problemi della «contraddizione tra la follia del papato e il costante suo elevarsi» (Ferrari): dell'antagonismo fra la Sicilia e la terraferma, della rispondenza o contrarietà cogli avvenimenti dell'alta Italia; della predilezione federativa dapprima, poi della centralizzazione imposta dalla più popolosa città. Protervia d'uomini, malvagità di natura, volontà di principi sono le spiegazioni ch'egli reca, anzichè disegnare il gran moto della civiltà e della religione. Teme il progresso, teme la stampa, e se crede usurpazione la censura affidata alla Chiesa, dice «ai principi importa che lo Stato non si corrompa, che i suoi sudditi s'imbevino (sic) d'opinioni che ripugnino col buon governo: nel che ora più che mai è bisogno che veglino per le tante nuove dottrine introdotte, contrarie alle antiche ed ai loro interessi e supreme regalie, poichè da quelle ne nascono le opinioni, le quali cagionano le parzialità che terminano poi in fazioni e in asprissime guerre»[447]: si rallegra delle restrizioni messe nel regno ai vescovi di stampar senza licenza neppure i calendarj, «ciò che poi si è inviolabilmente osservato sempre che ministri del re han voluto adempire alla loro obbligazione, ed aver zelo del servizio del loro signore».

Per difendere i Longobardi che, nel vulgare sogno d'un'unità regia in Italia, assalivano il pontefice, sostiene che non erano stranieri, perocchè non aveano altro dominio fuori d'Italia; ragione che varrebbe anche pel Turco in Grecia, e che egli applica ai Saraceni, i quali dice «erano omai fatti siciliani»[448] perchè da un secolo tiranneggiavano la Sicilia.

Tutto re, nulla aspettando dal popolo, fu dal popolo preso in sinistro a segno, che il presidente Argento, valentissimo giureconsulto napoletano, diceagli: «Vi siete messo in capo una corona, ma di spine»; e il vicerè cardinale Altan lo consigliò di ricoverarsi in Austria. Insultato a Barletta, a Manfredonia, non trovò pace che arrivando a Trieste e Lubiana, donde a Vienna, dove undici anni godette una pensione di mille fiorini assegnatagli da Carlo VI, che allora teneva il trono delle Due Sicilie. Di là il Giannone chiese dall'arcivescovo di Napoli e dal sant'Uffizio l'assoluzione per la sua storia e l'ebbe, onde fu sopito il processo. Nè per questo desisteva dal sostenere i diritti regj contro la curia, e contrastar «le vittorie riportate dalla prevalente astuzia del vero», come dice il suo panegirista. Ma quando l'italica indipendenza si trovò quasi compiuta, e Carlo VI perdè la dominazione della Sicilia, Vienna cessò di careggiare i fuorusciti, e sospese la pensione al nostro storico. Il quale allora stabilì ritornare in patria ad offrire i suoi servigi a re Carlo III. E prima errò per varj paesi, trovando contraddittori alle falsità e nemici alla mordacità della sua storia: a Venezia il senatore Pisani ben l'accoglie; il senato gli offre cattedra di pandette a Padova, ma egli allega non aver l'uso del latino; cerca gli si agevoli il ritorno in patria, ma Carlo III nol vuole: si offre alla Corte di Torino per servirla nelle controversie allora vive con Roma, ma è politamente ricusato (1735).