Levò maggior rumore il caso di Tommaso Crudeli (1703-45) discreto poeta lepido, che mettea ne' discorsi più fuoco e ne' versi più idee che non si solessero, ma che fu lodato oltremodo perchè perseguitato. Encomiò il senatore Filippo Buonarroti perchè «frenar solea il tempestoso procellar del clero»; di che nimicatigli i preti, fu mandato al Sant'Uffizio il maggio 1739. Il processo è stampato colle esagerazioni che si adoprano quando si è deliberati di ruinar una causa: la bontà amichevole che gli mostrava il vicario dovea dirsi ipocrisia e artifizio per esplorare; doveano comparirvi tutte le tergiversazioni del puntiglio nell'accusarlo e volerlo reo. Era imputato d'appartener ai Franchimuratori, de' quali diceasi esistere trentamila in Toscana, aver assistito ai costoro convegni in casa del prussiano barone di Stoch; come avviene nei processi scoprironsi altre sue colpe che sariano passate inavvertite; celiare sulla Madonna dell'Impruneta e su San Cresci; legger libri proibiti, quali il Marchetti, il Sarpi, la vita di Sisto V; dir la scolastica una scienza chimerica; invece della messa alla festa andare alla caccia del paretajo; non inginocchiarsi al suon dell'avemaria alla sera o al mezzogiorno; aver detto che l'eucaristia non era che una cialda. La sacra Congregazione di Roma ordinò al sant'Uffizio di consegnarlo al governo secolare, che lo pose in fortezza, e la sera del 20 agosto 1740 in San Pier Scheraggio davanti all'Inquisitore e a magistrati fu sentenziato a rimaner nella sua casa in Poppi, e dire i sette salmi penitenziali per un anno una volta il mese.
Anche un frà Cimino napoletano, cancelliere del sant'Uffizio in Siena, avea fatto cogliere e battere un cittadino, si disse per togliersi da' piedi l'impaccio ad una sua tresca. Il capitano di giustizia lo pose in carcere: e perchè riuscì a fuggire, vennero condannati i suoi complici, e convenuto di non ammettere più al sant'Uffizio che nazionali. Già nel 1738 erasi proibito ai famigli del sant'Uffizio di portar le armi, e stabilita la censura de' libri indipendentemente da esso. Questo se ne lagnò come fa sempre chi perde un potere, e dichiarò proibito ogni libro che non avesse il suo visto; induceva gli editori a sottoporgli le stampe; e il governo arrestò questi libraj, tanto più perchè il clero aveva anche in istampa avversato la tassa sul macino[456].
Il conte Emanuele di Richecourt, capo della reggenza di Toscana, veduti i casi del Crudeli e di frà Cimino, nel 1744 fece schiudere le carceri dell'Inquisizione e sospenderne d'esercizio: poi si concordò con Roma di ristabilirla, però al modo di Venezia, cioè coll'assistenza di alcuni laici, e specificando i casi, che fossero di sua competenza. Infine Pietro Leopoldo la abolì il 15 luglio 1782 «usando dei mezzi che la podestà suprema ci somministra per mantenere e difendere la nostra santa religione nella sua purità»; con l'obbligo di consegnar gli archivj, e le carte ai vescovi «che soli hanno ricevuto da Dio il sacro deposito della fede».
Anche a Napoli l'Inquisizione romana non cessò d'operare per mezzo dei vescovi, che dichiarava suoi delegati, finchè sotto Carlo d'Austria ne fu spento ogni vestigio, volendo che in avvenire «nelle cause di fede si proceda dagli ordinarj per la via ordinaria, conforme si procede negli altri delitti comuni, e sta disposto ne' sacri canoni»[457].
Malta può riguardarsi come isola italiana sì per la lingua che v'è comune, sì per la dipendenza che ebbe dal regno di Napoli. Come in questo, v'era stata introdotta l'Inquisizione, contro gli abusi della quale nel 1760 reclamò presso la santa sede il granmaestro don Emanuele de Pinto, e principalmente contro i molti che, col titolo di famigliari del Sant'Uffizio, otteneano patenti di portar armi e restar immuni dalla giurisdizione ordinaria. Pertanto il pontefice, con bolla del 31 luglio 1760, restrinse que' patentati a soli sessantotto, e che dovessero venir notificati al governo. Il re di Napoli, come signor supremo di quell'isola, pretese dovesse togliersi affatto al nunzio il diritto di dar tali patenti, solo al re spettando il difendere la podestà feudale, da Carlo V concessa al granmaestro; ma Clemente XIII raccomodò quel disenso.
Nell'isola di Sardegna, dominata dalla Spagna, era stata con poca difficoltà stabilita l'Inquisizione, dipendente dalla suprema. Abbiamo memoria d'un processo che nel 1725 fece a Pietro Palla di Castelvecchio, che perdendo al giuoco, bestemmiò Cristo; nel 1719 a un Battioli, che dicea messa senza esser sacerdote, e fu appiccato: nel 1729 un forestiero che avea proferito non esservi altro inferno se non questo mondo ove si soffre tanto, e altre insanie sull'annunciazione di Maria, sulla natura di Cristo, fu condannato ai pazzarelli. Nell'anno stesso un letterato che teneva libri proibiti, fu condannato a dieci anni di prigionia, così altri per bestemmie, per peccati contro natura, per sollecitazione in confessionale.
È notevole che il paese donde mosse la persecuzione contro i Gesuiti, cioè la Spagna, rimaneva tuttora esposto alle procedure più severe dell'Inquisizione. Attenendoci a cose patrie, accenneremo Giovanni del Turco fiorentino, viaggiatore e letterato, che in Madrid fu inquisito per avere manifestato sentimenti eterodossi intorno ai sistemi filosofici: e dovette la sua salvezza alla protezione di Maria Luisa di Borbone granduchessa di Toscana, figlia di Carlo III.
Anche il colonnello Malaspina, pur di Firenze, percorsi per tre anni mari ignoti, spedì il ragguaglio de' suoi viaggi alla Corte, ma certe opinioni ivi espresse su fatti fisici, lo fecero sottomettere all'Inquisizione.
Più famoso è Gabriele Malacrida, nato il 1689 a Menaggio nel Comasco[458] da un valente medico, padre di undici figli, de' quali uno professò teologia a Roma, uno fu canonico in patria, uno si stabilì in Germania. Gabriele, dedito alla pietà dalla prima fanciullezza, educato dai Somaschi nel collegio Gallio, poi nel seminario di Milano, si fe gesuita, e fu destinato alle missioni nel Maranham, allora appartenente al Brasile, già benedette dal martirio d'altri Gesuiti. Oltre dirigere il collegio e la colonia, il Malacrida si spinse fra i selvaggi del Para, e con zelo instancabile e intrepida carità ottenne frutti stupendi, affrontando gli stenti, le malattie, la morte, più fiate minacciatagli, sicchè va contato fra i più insigni di quegli eroi, che la storia dovrebbe esaltare ben più che gli uccisori d'eserciti e soggiogatori di popoli: e le terre di Bahia, di Pernambuco, dei Tupinambi, dei Barbadi ne conservarono la memoria, finchè non divenne vanto moderno conculcare tutto il passato[459]. Non si mancò di circondar di miracoli le sue azioni.
Dopo dodici anni di stupende fatiche venne a Lisbona il 1749 per invocare la protezione e l'assistenza del re sul seminario e il convento che colà avea fondati, e quivi pure moltiplicavasi a servigio delle anime. Ma a Giovanni V che lo venerava successe Giuseppe, datosi affatto in balìa del marchese di Pombal, devoto alle fantasie de' filosofisti e odiatore de' Gesuiti. Il Malacrida, reduce da un nuovo viaggio in America nel 1754, incontrò l'ira del Pombal per le ragioni che non mancano mai fra due spiriti diretti su via opposta, e massime contro di chi ottiene la popolarità, ambita invano dai prepotenti. In occasione del tremuoto, sciaguratamente famoso, che sovvertì Lisbona l'ognisanti del 1755, il Malacrida spiegò uno zelo e un coraggio, che furono giudicati indiscreti dal Pombal, e tanto più l'aver quegli, in un opuscolo, attribuito quel disastro a punizione del cielo, mentre il Pombal volea non vi si vedesse che mera conseguenza di cause naturali; dal nunzio apostolico Acciajuoli lo fece esiliare a Setubal, ma colà lo seguivano i devoti, per fare sotto lui gli esercizj.