Addensavasi intanto la procella contro i Gesuiti, che furono sbanditi dalla Corte, tacciati di stabilir in America repubbliche comuniste, nelle quali invece dei soldati adopravansi i missionarj, invece delle carceri i conventi, invece delle verghe i cantici, invece della forca le penitenze. Quel turpe maneggio è noto, nè speciale al nostro intento, come si sa che re Giuseppe una sera fu assaltato per ucciderlo. Eretto processo per questo attentato, uno degl'imputati nominò per complice il padre Malacrida. Qual bella occasione di vendicarsi di questo e di denigrare tutta la società di Gesù! Cercatane la casa, fra le carte di lui si trovò una lettera, diretta al re, a cui annunziava sovrastargli un gran pericolo. Il Malacrida disse averne avuto rivelazione o ispirazione, come in altre predizioni[460]; ma la giustizia volle vedervi una complicità, e arrestatolo (1759) il condannò. Ma per accusa tanto assurda non si ardì mandarlo al supplizio, onde con un'arte pur troppo non disimparata, si pensò infamarlo[461]. Il Pombal, vantato filosofo, pensò valersi a tal fine del Sant'Uffizio, a cui capo avea posto suo fratello; dopo due anni di prigione vi denunziò come impostore, blasfemo, eresiarca il Malacrida, allora di settantatre anni, facendo sentire esser desiderio del re che fosse condannato, e a tal uopo allontanandone quei che l'avrebbero salvato.

L'accusa poggiavasi principalmente sopra due libri, che diceasi avesse composto in prigione, uno Tractatus de vita et imperio antichristi, l'altro Vita mirabile della gloriosa sant'Anna madre di Maria Santissima, dettato dalla medesima santa coll'assistenza, approvazione e concorso della medesima sovranissima signora e del suo santissimo Figliuolo. In essi parrebbe s'abbandonasse a fantasie mistiche, pretendendo aver visioni, colloqui, rivelazioni dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito Santo, con voce chiara e distinta; essergli soprannaturalmente annunciato vi sarebbero tre anticristi, padre, figlio, nipote; quest'ultimo nascerebbe a Milano il 1920 da un frate e una monaca; sposerebbe Proserpina, furia infernale; e altri delirj. Asseriva pure che sant'Anna fu santificata ancora in seno alla madre, e colà intendeva, conosceva, serviva Dio, avea fatto i tre voti monastici, al Padre di povertà, d'obbedienza al Figlio, di castità allo Spirito Santo: piangeva, e per compassione faceva piangere i cherubini e serafini che le teneano compagnia. In vita poi essa fu la più innocente delle creature, pregava Dio pei cherubini, acciocchè più sempre gl'infervorisse a servire la sua divina maestà. Il Malacrida vi raccontava tante particolarità della vita di Anna e della Beata Vergine, della quale Dio aveagli ordinato di esaltare la grandezza usque ad excelsum et ultra, nè esitasse a comunicarle gli attributi del medesimo Dio. Aggiungeva che i Gesuiti fonderebbero un nuovo impero di Cristo, scoprendo infinite nazioni d'Indiani. Quelle dottrine proferì e scrisse e difese davanti al tribunale del Sant'Offizio, a cui erano state presentate le due opere, ch'egli riconobbe per sue.

All'eresia volle aggiungersi l'infamia del vizio, accusando questo vecchio settuagenario, rotto nelle fatiche delle missioni, d'abbandonarsi in carcere a oscene abitudini. Il Sant'Uffizio, dopo lungo processo fondato su queste assurdità, lo dichiarò «reo d'eresia, di bestemmia, di false profezie, d'empietà orribili, d'aver abusato della parola di Dio: d'aver oltraggiato la maestà divina insegnando una morale infame e scandalosa, scandolezzato col sostenere fin all'ultimo momento le pretese sue rivelazioni ed eresie»; pertanto lo consegnava con morso e berrettone e col cartello d'eresiarca alla giustizia secolare, chiedendo usasse con esso pietosamente, e non procedesse a pena di morte. E il 21 settembre 1761 a Lisbona con cinquantadue imputati di simili delitti, fu strozzato poi arso, secondo gli ordini del filosofo Pombal e cogli applausi di Voltaire.

L'accusa è tanto specificata, la sentenza tanto motivata, che il dubitarne parrebbe insensatezza se non fossimo in un tempo, ove tuttodì s'accettano le asserzioni de' nemici, comunque assurde, purchè stampate, purchè spacciate francamente. Il Malacrida era gesuita: e però il filantropo Voltaire esclamava: «Corre voce sia stato arrestato il reverendo padre Malacrida. Ne sia benedetto Iddio... Queste sì son notizie che consolano»[462]. Ma il buon senso non era stato ancora spento affatto dal filosofismo, e altra volta egli diceva che l'eccesso del ridicolo e dell'assurdità s'aggiunse all'eccesso dell'orrore in quella condanna. Il noto Giuseppe Baretti, che allora, restituendosi dall'Inghilterra al patrio Piemonte, attraversò il Portogallo e la Spagna, descrisse quel supplizio coll'indignazione d'onest'uomo contro l'ingiustizia e la barbarie, e tanto bastò perchè gli fosse proibito di continuare la stampa delle sue Lettere famigliari, e corresse per le bocche coll'orribile taccia di gesuitante.

Se il Malacrida avesse veramente scritto quelle stravaganze, sarebbe bisognato crederlo pazzo o rimbambito, e avea ragione Luigi XV quando, al leggere quella sentenza, proruppe: «Sarebbe come se io volessi far inrotare quel povero matto che crede esser il padre eterno»[463].

Ma non par tampoco fosse pazzo: tutti i Gesuiti che ancora restavano ne celebrarono le esequie come di santo: Clemente XIII esclamò: «Ecco un martire di più nella Chiesa di Gesù Cristo»; ne fu difusa l'efigie con un'iscrizione che lo dichiarava vitæ sanctitate, rebus gestis miraculisque clarissimus... summis infimisque semper mire gratus ac venerabilis; soli invisus dœmoni ejusque fautoribus et ministris... religionis lege damnatus inter bonorum lacrymas et præconia, publico tamen omnium judicio absolutus. Il padre Mattia Rodriguez ne scrisse in latino la vita nel 1762, sopra quanto sapeva direttamente, o raccoglieva da testimonj fededegni, e de' quali riferisce i nomi. Il celebre latinista Cordara scrisse Il buon raziocinio, o siano saggi critico-apologetici sul famoso processo e tragica fine del fu padre Gabriele Malacrida (1782). Il padre Homem, perseguitato esso pure dal Pombal e liberato allorchè questi cadde, stampò De tribus in lusitanos Jesu socios publicis judiciis dissertatio (Norimberga 1793), ove asserisce che l'opera sull'Anticristo era stata composta dall'abate Platel, famoso col nome di cappuccino Norberto, per infamare i Gesuiti; aver il Malacrida scritto bensì una vita di sant'Anna, ma tutt'altra dalla allegata. Su tali documenti una nuova vita, o piuttosto apologia fu stampata testè[464], dove ci parve strano mancasse il documento più importante e più diffuso, cioè l'atto d'accusa e di condanna.

Ma allora quel fantasma spaventevole che dal calamajo sorge col titolo di pubblica opinione, volle fare la prova decisiva dell'onnipotenza sua contro la verità e il buon senso col recare i principi a cacciare, e il papa ad abolire i Gesuiti.

Realmente la fazione filosofistica e massonica che occulta serpeggiava nelle Corti, nelle accademie, ne' presbiterj, voleva attuare quel che fu sistema di tutto quel secolo, di negare l'autorità del papa, eppur pretendere che a tutto intervenisse. Cospiravano coi pensatori i forti: e chi s'è indispettito di veder la Chiesa potente, or può consolarsi di veder porle il piede sul collo i re borbonici ed austriaci, e i loro ministri.

Perocchè i re omai voleano far tutto, spegnendo l'iniziativa e l'attività individuale. Giuseppe II in Lombardia schiaffeggiava la Chiesa ridendo: proibiva ai predicatori di trattar punti dogmatici, agli scrittori di discutere pro o contro le proposizioni giansenistiche, nè d'impugnare alcuna opera stampata negli Stati austriaci, cioè quelle più avverse alla giurisdizione ecclesiastica; disfaceva e rifaceva corporazioni e confraternite religiose; scemò parrocchie[465]: non processioni, non doni votivi nelle chiese; fissata l'ora di aprirle e di chiuderle, e di sonare le campane; e ad un vescovo che gli chiedeva istruzioni sul come contenersi fra ordini così moltiplicati, rispose: «L'istruzione è che voglio esser obbedito». Sottrasse i seminarj lombardi agli ordinarj per costituirne uno solo a Pavia dove s'insegnasse la libertà dei re: lo aperse nel 1786, e in margine al rapporto fattogliene dal ministro Kaunitz, scriveva: «Il punto starà nel trovare un buon rettore e vicerettore che s'accordino per dirigere questi giovani e mantenere il buon ordine», e ne fu chiesto uno dagli Oblati, che allora reggevano nella diocesi milanese sei seminarj[466].

Lo imitava suo fratello Pietro Leopoldo di Toscana, come avremo a divisare. L'arciduchessa Chiara d'Austria, nel 1665 alla morte di Carlo Gonzaga essendo divenuta reggente del ducato di Mantova, diè gran favore agli Ebrei, che col commercio arricchivano quella città, dove fino ad oggi ebbero sempre grand'entratura. Il genovese frà Giacinto Granara, allora inquisitore, pretendeva costringere gli Ebrei, come sempre aveano fatto, a intervenire un dato giorno alla predica in San Domenico, potendo la Chiesa non costringerli a forza, ma adoprare tutti i mezzi per vincerne l'ignoranza. Essi ricusarono, la duchessa gli appoggiò fin coi soldati, e l'inquisitore proferì la scomunica. Si intentò processo contro di loro, ma la duchessa stette ferma, e per buon tempo non si parlò d'altro che della quistione mantovana. Interpostasi la Corte di Vienna, fu conciliato col restituire in uffizio l'inquisitore e assolvere i censurati.