Le libertà siciliane, cioè il diritto che là vanta la monarchia di non dipendere da Roma, vi fecero estendere il giansenismo più che altrove: ai vescovi mancava ogni autorità, essendo concentrata nel tribunale della monarchia, dal quale dovea venire fin l'exequatur per la nomina d'un priore dei frati, o la licenza a questi di portarsi a Roma; proteggeva coloro che professavano le massime regaliste, alle quali inclinavano gli scrittori[467]. Tra questi però faceano bella eccezione Spedalieri, Barcellona, Saitta. Colà pure, come a Napoli e come ora nel regno d'Italia, si affidò la direzione degli ospizj e delle pie opere a secolari, il che le mandò preda d'ingordi o d'ignoranti, mentre spegneva lo spirito delle famiglie e l'obbligo tradizionale della carità cristiana: alla libera azione religiosa del clero si sottrassero i ricoveri della povertà, le carceri, i varj luoghi di misericordia per sostituirvi o la venale sorveglianza o la fastosa burocrazia. Bernardo Tanucci, ministro di Carlo III di Napoli, e amico a questo anzichè al paese, scarso d'intelletto e d'educazione, turbava il clero con minute insolenze curialesche, scriveva al papa con villana alterigia. Dopo che, per l'abdicazione di Carlo III, rimase arbitro del fanciullo re Ferdinando, gli fece proibire la costituzione Apostolicam, colla pena di trecento scudi a chi la tenesse, per ciò moltiplicando visite, perquisizioni, arresti; e fatte esaminare le costituzioni de' Gesuiti, se mai contenessero nulla di repugnante al poter regio, indusse il re ad usare «dell'autorità suprema indipendente che tiene immediatamente da Dio, inseparabilmente unita per l'onnipotenza di lui alla sovranità»; ed espellerli colla forza e con umiliazione[468].

Il francese Du Tillot, ministro del duca di Parma, aizzò questo contro Roma, trattandola d'autorità straniera; a preti e a frati menò la guerra in cui sogliono pompeggiare di coraggio quei che non ne hanno altrove; e finalmente fe cacciare i Gesuiti. Nel 1765 fece erigere una real giunta di giurisdizione per difesa dei diritti della sovranità «che sono quei soli raggi che rendono luminosa la corona», e dovea soprattutto badare che i vescovi non avessero alcun secolare nei loro tribunali, non stamperia propria: non affiggessero carte senza licenza del Governo; non traessero laici al loro Foro; non pubblicassero atti procedenti da Roma senza il beneplacito di essa giunta: questa accettasse i reclami contro le curie ecclesiastiche; potesse chiedere ai corpi ecclesiastici le fondiarie e informarsi de' loro beni e dell'uso che ne faceano; invigilasse sui conventi e i monasteri e le loro adunanze; restringesse le doti e le spese che si faceano per monache; potesse commentare le opere; traesse al Foro civile le cause per decime, nè all'ecclesiastico lasciasse portare causa alcuna dal giudice civile senza suo ordine: procurasse diminuir il numero de' cherici; e in tutto procedesse senza formalità di giudizj, ma in via economica.

Francesco III di Modena l'imitò, abolendo le riunioni ecclesiastiche, e molte corporazioni religiose. E principi, e repubbliche chiarivansi contro Roma, sino a far colpa di Stato il ricorrere ad essa, e si facevano gloria di questi trionfi contro un passato ormai impotente a difendersi; e il bel mondo si scandolezzava che il papa ignorasse il vivere del mondo al segno, d'osar dire no, quando i governi pretendevano dicesse .

Di quelle invasioni consolavasi Pietro Tamburini, quasi «il Signore avesse suscitato in Israele dei buoni, e zelanti principi, che mossi dagli abusi grandissimi che, coll'essersi moltiplicati e dilatati, aveano piantate profonde radici, prestavano tutta l'opera loro per la necessaria riforma. Nelle varie parti di Europa alcuni vescovi illuminati e probi corrispondevano con tutto lo zelo alle savie mire de' principi. Dotti maestri nelle varie Università del mondo cattolico spargevano i giusti principj della dottrina, che servivano a consolidare la esecuzione delle diverse provvidenze de' sovrani sugli articoli dell'ecclesiastica disciplina. La Toscana sotto gli auspicj dell'immortale Leopoldo apriva il più bello, e giocondo prospetto della desiderata riforma agli occhi dei giusti estimatori delle cose, ed ai veri amatori del bene della Chiesa. Nella Lombardia austriaca e nella vasta Germania le providenze, principiate da Maria Teresa e continuate da Giuseppe II, consolavano le speranze de' buoni, ed annunziavano vicino il compimento della riforma ecclesiastica. I seminarj generali aperti, le Università ristorate, i varj abusi soppressi, il progresso de' buoni studj, la unità delle massime, i varj capi di disciplina ristabiliti, tutto prometteva il felice ritorno dei più bei giorni della Chiesa di Gesù Cristo. Se dappertutto non trionfava la verità, a fronte degli inveterati pregiudizj ancora dominanti, dappertutto almeno respirava dalla dura schiavitù, in cui si era tenuta nei secoli antecedenti dai nemici di ogni bene e dai carnali figliuoli della Chiesa. L'appoggio che essa avea per divina misericordia trovato ne' principi, rendeva sicura la difesa della medesima, e prometteva in un breve giro d'anni la più felice rivoluzione nelle menti degli uomini. In questo apparato di cose ognuno riconosceva il dito del Signore e la voce di Gesù Cristo, che facendo cessar la procella portava la calma, ed annunziava alla sua sposa giorni lieti e sereni»[469].

Qualcheduno vorrà certo ricordarsi dove siano oggi tutte queste dinastie, che prendevano gelosia della Chiesa, e conculcavano l'autorità del papa. La meno rea fu certo la savojarda, che, sbollite le ire di Vittorio Amedeo II, tessè varj accordi. Che se colle istruzioni 20 giugno 1755 fu vietata la lezione propria di Gregorio VII, «con altri infiniti libri maligni e sediziosi non meno di quelli che tentano di rendere al papa soggetta la podestà temporale de' principi, insegnando che i medesimi, quando sono scomunicati, non si possa obbedire di coscienza, o che al papa spetti il deporli, o sciogliere, i popoli dal giuramento di fedeltà»[470]; è a ricordare come si concordò sarebbero liberi i vescovi di tenere sinodi, promulgare costituzioni, andare a Roma quando volessero, erigere benefizj, riservare e modificare i titoli di patronato; le curie vescovili tenessero uscieri proprj e notaj con attribuzioni eguali ai notaj regj, e proprie prigioni; e giudicassero i reati di bestemmia, eresia, furto di vasi e arredi sacri, poligamia, profanazione delle feste; ammesse le appellazioni alla santa sede in tutti i casi dal diritto canonico indicati; al regio exequatur fossero solamente soggetti i documenti che provenissero da paesi forestieri, mentre i prelati dello Stato rimanevano indipendenti da ogni censura e revisione; eccettuate fossero dal regio exequatur le bolle dogmatiche, le bolle ed i brevi morali, o relativi ad indulgenze e giubilei, e quelli della sacra penitenzieria e le lettere informative della congregazione dei cardinali. Anzi Vittorio Amedeo III vietava di scrivere nè pro nè contro la bolla Unigenitus e le quattro proposizioni gallicane, nè lasciava andare i suoi giovani alla giansenistica Università di Pavia.

Ormai dunque contro il pontefice non sorgeano più individui ereticali, bensì i re medesimi, lo Stato; il pensiero riottoso erasi annicchiato nelle secreterie; con uscieri e gendarmi lottavasi più che con teologi; la riforma non toccava il dogma, ma sbizzarriva sulla morale, sulla disciplina, sulle leggi: nè trattavasi della libertà delle coscienze o dei popoli, sibbene della libertà dei re.

Non vorrete però, o lettori, contare fra i secoli più infelici della Chiesa quello che incomincia colla pietà di Benedetto XIII e si chiude col martirio di Pio VI e tra altri insigni pontefici annovera il generoso Benedetto XIV e il pio Clemente XIII. Ma v'è tempi dove gli avvenimenti incalzano per modo, che si direbbe parimenti nuocere e il resistervi e il secondarli.

Clemente XI, Benedetto XIII e Clemente XIII vollero far fronte alle novità, traendo forza dalla natura e dai mezzi del papato, e non soffrendo la degradazione cui volevasi ridurlo. Clemente XI, che fu detto aliis non sibi clemens, serbò sul trono il modesto trattamento e gli studj: parenti non volle a Corte: spedì missionarj in Persia e in Abissinia, e potè riunir alla nostra Chiesa molti Armeni, e Greci: e a tacere tante fondazioni e fabbriche sue, citeremo il carcere penitenziario che pose a San Michele a Ripa, con celle distinte e morale e artiera educazione, modello dei moderni. Benedetto XIII conservò in Vaticano le abitudini del chiostro; umile cameruccia con scranne di paglia, immagini di carta, crocifisso di legno; non soffriva che i preti gli si inginocchiassero davanti; ed egli baciava la mano al superiore del suo convento. Passò dapprincipio per un altro Pio V spirituale e temporale, e i letterati temevano in lui un persecutore, i preti un rigorista, i positivi un irremovibile; ma le cose di Stato abbandonò a chi meglio le intendeva; rinunziò alle pretensioni sulla monarchia di Sicilia, e fece un concordato con Vittorio Amedeo: proibì il lotto, non arricchì parenti, canonizzò Gregorio VII, e nel 1725 tenne in Laterano un concilio per riformare i costumi ecclesiastici.

Clemente XIII parve, in un secolo di beffarda incredulità, rinnovare Gregorio VII; condannò l'Enciclopedia, «quell'oceano ove stillato ogni velen si bee»; e figliuolo di mercanti, osò resistere ai re ed ai filosofanti, principalmente nelle ostilità loro ai Gesuiti. Che il calunniare e francamente spacciare fatti falsi, e ripeterli e divulgarli sia l'arte di preparare ogni rivoluzione, i miei contemporanei lo san meglio d'altri. E già Calvino avea detto: «I Gesuiti bisogna ammazzarli, e se ne manchi il comodo, espellerli o per lo meno opprimerli sotto la menzogna e le calunnie»[471]. Fra i loro stessi compagni trovarono accusatori violenti, nè qui è il luogo di difenderli o denigrarli. Ma istituiti principalmente per combattere, non mai col rigore[472], ma col ragionamento gli errori che, dopo la protesta, metteano in iscompiglio la Chiesa e la società civile, aveano ostato anche alla giansenistica e alla filosofica. Noi però dovremmo registrarli fra i peggio eresiarchi, atteso che il parlamento di Parigi dichiarò che erano notoriamente colpevoli di aver insegnato in tutti i tempi e perseverantemente, con approvazione de' loro superiori e generali, la simonia, la bestemmia, il sacrilegio, il malefizio, l'astrologia, l'irreligione, l'idolatria, la superstizione, l'impudicizia, lo spergiuro, il falso testimonio, la prevaricazione de' giudici, il furto, il parricidio, l'omicidio, il suicidio, il regicidio; d'aver favoreggiato l'arianesimo, il soccinismo, il sabellianismo, il nestorianismo, i Luterani, i Calvinisti ed altri novatori del XVI secolo; di riprodur le eresie di Wicleff, di Fichonio, di Pelagio, di Cassiano, di Fausto, de' Marsigliesi, de' Semipelagiani; di cadere nell'empietà dei Montanisti e insegnare una dottrina ingiuriosa ai santi padri, agli apostoli, ad Abramo!

Esaminare e discutere la pubblica opinione sarebbe lesione del buon gusto: onde le accuse, spinte fin dove può arrivare la pubblica stupidità, accettate con leggerezza erano ripetute con asseveranza, senza badare se sia possibile che una società qualunque si proponga di sovvertire le leggi più elementari della morale, ed erigere in dogma la menzogna, il furto, l'impudicizia. Ma ribaldi così fatti, qual nazione potea tollerarli? La Spagna e il Portogallo li presero rinfusamente, e stivati in vascelli li gettarono sulle coste d'Italia, come un tempo aveano fatto coi Marrani; il papa dovette soccorrerli di vitto, e molti si resero celebri anche adoperando la lingua nostra e cose nostre illustrando, quali l'Arteaga, il Dell'Isla, autore del romanzo Frà Gerundio, ingegnoso quanto il Don Chisciotte, il Lampillas, l'Eximeni, il Requeno, l'Hervas, il Clavigero, l'Azevedo, il Tentori, il Serano, lo Scherlok[473]. Fra i Gesuiti italiani molti n'aveva allora di gran virtù e gran dottrina in ogni ramo dell'albero enciclopedico; potrebbe anzi dirsi appartenesse a quella società ciò che di meglio fioriva nelle lettere e nelle scienze.