Son note abbastanza le ragioni che li facevano temere e le arti con cui venivano indicati all'odio; eresia, gallicanismo, giansenismo, filosofismo cospirarono contro di loro: paventavasi soprattutto la loro efficacia sul popolo: asserivasi che essi corrompevano la Chiesa, e si assicurava che, tolto via questo scandalo, la sposa di Cristo tornerebbe pura, efficace, venerata e cara come ne' migliori suoi tempi; i laici invece d'osteggiarla ne diverrebbero passionati; la morale regnerebbe, riconcilierebbonsi principi e popoli dacchè fosse con loro abolita la dottrina del regicidio. Maria Teresa li difendeva: ma fu assicurata che il padre Parchammer suo confessore avea rivelato esser ella pentita d'avere cooperato allo sbrano della Polonia; del che indignata, accondiscese alla loro distruzione. Le Corti borboniche, alleate a quest'intento, non temeano certo la dottrina del tirannicidio, comune del resto anche ai Domenicani; non la sopreminenza dei papi, quand'erano così fiaccati: non la prevalenza di quest'Ordine, mentre aveva ostili tutti gli altri; non che s'impedisse l'incamerazione dei beni ecclesiastici, che Clemente era disposto a consentire: bensì temettero che l'Italia, asfisiata nelle dinastie, sorgesse a indipendenza, mentre essi Borboni fantasticavano farne un regno per la loro stirpe. Si asserisce che il Ricci di Macerata, generale de' Gesuiti, palesasse tale divisamento al papa, il quale scappò a dire: «Voi siete matto». Rispose: «Anche il duca di Ferrara dicea matto al Tasso».
D'accordo co' Borboni di Francia e Spagna, i Borboni di Napoli e di Parma chiesero al papa abolisse i Gesuiti, e desse in lor mano esso Ricci e il cardinale Torrigiani loro protettore. Clemente non solo non obbedì, ma osò lodare i Gesuiti e riconfermarli; onde i re indispettiti occuparono i paesi di esso, minacciarono bloccare Roma, ammutinando il popolo contro di esso. Ed egli esclamava: «Avessimo anche forza da opporre, ci asterremmo, non volendo, padre comune, aver guerra con verun principe cristiano, e tanto meno con cattolici. Spero che i sovrani non faranno cadere il loro scontento sopra i miei sudditi, incolpevoli di questo affare: se sono irritati con me, e pensano snidarmi come altri miei predecessori, subirò l'esiglio, anzichè mancare alla causa della religione o della Chiesa».
Queste generose voci doveano replicarsi per un secolo intero di umiliazioni inflitte dai forti, e sostenute generosamente dai deboli.
I papi succedutigli parvero convinti che il naufragio era inevitabile, e conveniva almeno camparne qualche cosa col riformare e sistemare. Mentre dunque i loro predecessori aveano ispirato il mondo, essi lasciaronsi dal mondo ispirare; invece d'un papato onnipotente, assoluto, iniziatore, ne accettavano uno illuminato, socievole, conformantesi a ciò che pareva si domandasse dal popolo, il quale dal baciar i piedi dei papi passava a stringersi fra le braccia dei re, coll'idea di redimersi dalla tirannia ecclesiastica.
Benedetto XIV (Prospero Lambertini) coll'opera De servorum Dei beatificatione dissipava le calunnie de' Protestanti contro la soverchia facilità della Chiesa nel riconoscere i meriti de' santi e i miracoli; profondo conoscitore di liturgia e storia sacra e Concilj, promosse quelli che coltivavano tali studj; pubblicò il Bollario, il Martirologio espurgato coll'opera del cremonese padre Ricchini; riformò l'Indice dei libri proibiti, e diede sapienti norme a quella sacra Congregazione: una ne istituì per esaminare i vescovi: condannò il duello; istituì quattro accademie per le antichità romane e per le cristiane, per la storia della Chiesa e dei Concilj, pel diritto canonico e la liturgia: abbellì chiese: aggiunse alla Vaticana la biblioteca del cardinale Ottoboni, fe misurare due gradi del meridiano. Nella bolla del 1721, ove approva i frati dell'abate De la Salle, diceva: Ignorantia, omnium origo malorum, præsertim in eis qui fabrili operæ dediti sunt. Ecco indicato il bisogno d'istruir principalmente gli operai, un secolo prima de' filantropi odierni.
Ma se zelava la disciplina, i diritti pontifizj era disposto sagrificare al bene della pace. Per isviare la coalizione de' potentati contro la Chiesa, volle questa ringiovanire e farla conforme ai tempi per intelligenza e ragione e governo; e diceva: «Viviamo in tempo ove bisogna tirarsi da banda. Dopo aver tanto gridato contro i quattro articoli gallicani, fortunati noi se possiamo indur i popoli a limitarsi a quelli!» Pertanto restrinse il numero delle feste; teneasi in corrispondenza col Muratori e col Maffei, non meno che con Voltaire e con Federico II: lasciò dibattersi indiscretamente Giansenisti e Molinisti, enciclopedici e parlamento; non vietò s'imponessero tasse al clero. Quando morì, il conte di Rivera piemontese scriveva: «Meraviglia inaudita! il popolo non sparla del papa morto; neppure Pasquino».
Il fatto supremo d'allora era la guerra rotta che le Corti borboniche aveano intimata ai Gesuiti; per indurre il papa a distruggerli, la Francia minacciava torgli Avignone, il re di Napoli Pontecorvo e Benevento. Questa domanda si ripeteva durante il conclave, mentre più positivo il popolo, al nuovo eletto gridava: «La benedizione, santo padre, e pagnotte grosse».
Accidente segnalato di quel conclave fu il comparirvi Giuseppe II, venuto a filosoficamente beffarsi di tutto. Visitando i Gesuiti, al generale chiedeva: «Quando deporrete cotesta tonaca?» e vedendo la statua d'argento di sant'Ignazio: «Che ricchezza! guadagni dell'India, eh?» Il buon popolo raccontava in solucchero: «E' s'è gettato boccone davanti alla tomba de' santi apostoli — Ha udito due messe a ginocchio in Gesù Maria. — S'è confessato da frà Martino. — S'è comunicato con tutti i fedeli. — Alla Trinità de' Monti disse le ore delle tenebre in coro coi frati. — A san Pietro stette in coro col rituale in mano. — Fece la scala santa».
I signori raccontavano ch'e' si divertiva a guardare i tavolini di giuoco; che s'accostava a tutte le dame, anche le vecchie; che alla cena dai Corsini spiegò il tovagliuolo, e spartì il pane, e ne offrì a una signora; che non prendea mai rinfreschi; che a' suoi pranzi spendeva cinquecento scudi il giorno, che danzò all'incantevole ballo mascherato del palazzo di Venezia.
Di più ne diceano i prelati e i loro camerieri; e di quando addomandò di fare cinque soli passi entro la clausura del conclave, e vi penetrò col fratello; e di quel che disse a ciascun cardinale e di ciascun cardinale; delle domande, che affollava, e a cui non attendea risposta. E il vulgo povero e il ricco, sempre curvo agli idoli del giorno, gli gridava: «Viva l'imperatore. Siete in casa vostra. Il padrone siete voi».