Lorenzo Ganganelli, che allora succedette col nome di Clemente XIV, fu sfigurato da amici e da nemici; dagli uni come intrepido distruttore de' campioni della santa sede; dagli altri come vittima dell'intrigo e delle paure. Degli scrittori di moda dicea: «Col combattere il cristianesimo ne mostreranno la necessità»; di Voltaire: «Non bersaglia sì spesso la religione se non perchè essa lo importuna»; dell'autore del Sistema della natura: «È un insensato il quale crede che, cacciato il padrone della casa, potrà assettarla come gli garba».

Vedendo i re minare il trono papale d'accordo coi nemici loro stessi, dicea: «La santa sede non perirà, perchè è la base e il centro dell'unità, ma ritoglierassi ai papi quanto a loro fu dato»; e in tal persuasione lasciava che i re lentassero più sempre i vincoli che stringevano le nazioni a Roma. Se i vescovi faceano rimostranze contro le regie prepotenze, egli si rimetteva alla loro prudenza; facessero in modo che non v'apparisse istigazione del papa[474]. Cessò di promulgare la bolla In Cœna Domini, sperando colle condiscendenze indurre i principi a desistere dal chiedere l'abolizione dei Gesuiti; ma per quanto pregasse, blandisse, si tenesse invisibile, si mettesse malato, minacciasse abdicare, i Borboni non gli concedeano tregua, nè rispondeangli se non «Abolite i Gesuiti». E dovette farlo per amor della pace della Chiesa, e sant'Alfonso di Liguori, esclamava: «Povero papa! cosa poteva fare?». Il Ricci loro generale fu chiuso in Castel sant'Angelo perchè denunziasse le smisurate ricchezze che la Società dovea possedere, e che non apparvero nè allora nè poi. Ai membri di quella Compagnia impose obbligo di non difendersi; onde i persecutori ebbero bel campo a insultarli; i filosofi, tripudianti di questa condiscendenza come sintomo della totale rovina della Chiesa, a questa rinfacciavano di rinnovare contro poveri religiosi le persecuzioni dell'Inquisizione. Erasi assicurato che, col distruggere i Gesuiti, si restituiva la primitiva purezza alla religione, e la riconciliava coi progressi del secolo: fra venticinque anni fu dichiarato non solo abolito il cattolicismo, ma Dio. Si era detto che cessava la scellerata dottrina del regicidio; e mai non fu, come dopo d'allora, praticato non solo ma giustificato[475]. I principi credettero aver dimostrato che ormai poteano ogni loro volere: ma invece la demagogia si sentì trionfante quando vide la tutrice dell'autorità ridotta a dar soddisfazione alle grida tumultuarie delle piazze, e alle non meno ignobili de' gabinetti[476].

Più tardi un pontefice, per domanda unanime delle potenze, ripristinò quella Compagnia, che per unanime domanda delle potenze era stata distrutta: e che, anche nelle tanto cangiate forme, infonde ire e paure; e sulla quale si disse e si scrisse tanto, che l'uomo rimane indeciso se abbia più giovato o più nociuto alla civiltà e alla Chiesa.

Ma allora, come altre volte, il titolo di gesuita si applicava a chiunque mostrasse maggior dottrina e zelo per la verità e le tradizioni; e tolti via que' campioni, le armi si diressero contro le altre corporazioni religiose, poi contro tutto il clero. Questo, sbigottito dalla vulgare opinione, armata di pubblicità, di concordia, d'ingiurie, di riso, perdeva il coraggio; e se la pietà dominava nel maggior numero, e conservavasi anche nei dotti, mancava lo zelo della persuasione e la franchezza d'affrontare il rispetto umano. Pertanto non disputavano di peccato ma di vizio; non di precetti divini ma di morale filosofica, e schivando di citare la Scrittura, foggiavano le prediche secondo il raziocinio e il buon senso, vestendole col linguaggio pulito del tempo, e cercando, non di sbigottire come in una missione divina, ma di convincere come in un'arringa, escludendo non soltanto il mistero, ma fin il sublime della rivelazione, restringendola a porgere motivi alla morale.

Il nuovo pontefice Pio VI nell'enciclica sua prima professava che «uno sfrenato filosofismo scioglie i vincoli sociali degli uomini fra loro e coi sovrani, ripetendo che essi son liberi, che è stupidità in curvarsi alle leggi, che la concordia del sacerdozio coll'impero è una barbara cospirazione contro le libertà naturali»; ma sentì troppo ch'era omai vano e il resistere e il cedere. Bell'uomo, e compiacendosene, di maestoso portamento, di modi graziosi, tutto decoro ne' ricevimenti, nelle funzioni, nelle benedizioni; gran tempo consumava all'abbigliatojo e alla digestione: crebbe il museo Pio Clementino, migliorò il porto d'Ancona e gli acquedotti di Terracina; ma con iscrizioni pompose volea rammentati i suoi benefizj, tra i quali fu insigne il prosciugamento degli stagni ferraresi e delle Paludi Pontine; irritavasi facilmente alle contraddizioni, e di gravissime gliene vennero in un tempo ove l'autorità pontifizia era subìta piuttosto che accettata.

Sbigottito alle incondite innovazioni di Giuseppe II, gli scrisse una lettera con riverenti riflessi, e poichè non vi si badò, mosse egli stesso, pellegrino apostolico, per Vienna. Rallegratevi, o Italiani! il vostro papa va supplichevole a Vienna, mentre un tempo Gregorio VII intimava all'imperatore di Germania di venire a' suoi piedi. E nulla potè conchiudere, e mortificato da un vano cerimoniale e da una ipocrita venerazione, tornò a Roma a deplorare le usurpazioni de' re e l'imminenza della rivoluzione[477].

Così davasi il crollo ad una società, dove erano costituzioni dispotiche ma pratiche libere, leggi cattive ma consuetudini buone o almeno opportune. I principi non s'avvidero del precipizio se non quando la belva, abbeverata del sangue francese, ustolava l'italiano; e diedero indietro, ma tardi e sconsigliatamente. Pio VI propose quel che altri suoi predecessori e successori, una federazione degli Stati italiani, ma i potentati ebbero paura di questa difesa; come i rivoluzionarj sbuffarono allorchè Pio VI ospitò le vittime d'una rivoluzione che germogliava dall'empietà proclamata, e lanciò la scomunica contro que' demagoghi, i quali, in punizione della pietà e della giustizia, scesero fra gli applausi nostri a toglierli lo Stato, e lo strascinarono prigioniero a Valenza, ove morì, ultimo, dicevano essi, dei papi.

DISCORSO LIV. SCIPIONE RICCI. PIETRO TAMBURINI. CONCILIO DI PISTOJA. LA RIVOLUZIONE.

De' Gesuiti l'ultimo generale era stato Lorenzo Ricci: e i re, secondando bassamente lo spirito persecutore de' liberalastri, cui non era bastato che abolisse la Compagnia, vollero che il papa tenesse prigione esso Ricci, il quale era reo di averla difesa sino all'estremo, e preferito vederla perire, anzichè consentire a snaturarla.

Restava a Firenze suo fratello Corso, il quale diede il proprio nome, poi la pingue eredità a un suo agnato, ch'è lo Scipione Ricci che tanto fece parlare di sè.