Questi volea dapprima entrare gesuita, allettato da una profezia che correva di san Francesco Borgia, che nessuno di quell'istituto andrebbe a perdizione; dappoi avviatosi per la carriera ecclesiastica, fatto auditore di nunziatura, poi vicario generale dell'arcivescovo Incontri, si condusse a Roma in occasione delle feste per l'elezione del papa Braschi, nella speranza di poter parlare al detenuto generale. Questi comunicava all'esterno coi soliti mezzi di qualche inserviente, e come il seppe giunto, scriveva a Scipione:

«Signor canonico riv. amat.

«Che buon vento l'ha qua portato? quante cose ho a dirle! per ora alcune: il latore del presente è il soldato che mi serve, ecc. ecc.

«Mi sta nel cuore una spina da lungo tempo. Temo che facciano spendere a Lei, a titolo di mia richiesta, mie voglie e mio sollievo, in cose che non chiedo e non mi si danno. Non incolpo veruno, e non so veramente a chi attribuire certi intrighi, ma è necessario ch'ella sia prevenuto... Non creda già ch'io sia un capo di fuorusciti. Sono stato trattato come tale, ma grazie a Dio non lo sono, ecc.».

E in un'altra:

«I miei pensieri, se sarò lasciato in libertà, son questi. Voglio venire a passare gli ultimi giorni miei in Firenze. Se i suoi signori fratelli mi gradiscono, voglio stare in casa loro, come Lei mi ha offerto. Spero che non darò incomodo: se mai questo accadesse, si prenderà partito. Le mie occupazioni saranno, fare un poco di bene per me, giacchè l'età mia mi rende inutile agli altri; e lo farò volentieri; divertirmi con libri di materie sacre, scrittura, teologia, ecc., e conversare con persone pie, savie e dotte...».

E torna ad insistere sul non arrivargli, o decimate, alcune delicature che la famiglia gli trasmetteva.

Gli ex-Gesuiti patrocinavano il nostro Scipione, che però resistette alla tentazione di mettersi a Roma in prelatura. Ebbe udienza da Pio VI, che non gli dissimulò la sua venerazione pel prigioniero: al quale, «per riguardi ai principi», tenuto coi rigori che all'ingiustizia son necessità e punizione, Scipione non potè mai ottenere di far visita: onde quegli scrivevagli il 2 luglio 1775:

«Mi conviene sagrificare il piacere grandissimo che avrei avuto di vederla e che speravo. Sia fatto il santo volere di Dio. Ma Lei potrà convincersi dell'oppressione inumana che mi si fa da' malevoli, con impedire le ottime intenzioni di nostro signore, e senza ragione alcuna, poichè mai ho fatto male a veruno. Il foglio che le ho mandato lo custodisca con molto segreto; acciò non si prenda da quello occasione di nuocermi. Dopo la morte mia desidero che si renda pubblico. Non mi resta altro che ringraziarla e darle il buon viaggio, che le pregherò dal Signore. Lei non mi può dare ciò che desidero umanamente, ed è la libertà: in altre materie non mi manca il bisognevole, ed i miei desiderj sono assai ristretti. Sa come io mi son contenuto, e penso di non passar questi limiti. Se mai pensassi a passarli e mi fosse possibile, glielo farò sapere. Si regoli nel mandare a me, o piuttosto non mandi a me cosa veruna, perchè non mi arriva, o al più arriva solo quello che è guasto e inservibile. Se desidero cosa alcuna, sarebbe solo qualche denaro di volta in volta e non molto, o per soddisfare una voglia che mi venisse d'un libro o simile, o per aggiungere qualche ricompensa all'uomo che mi serve oltre la sua obbligazione. Vi dovrebbe essere del denaro presso il signor cardinale Torrigiani. Il solo desiderio che ho è di molti suffragi dopo la mia morte, poichè la soppressione della mia religione me ne priva di molte migliaja, ecc.».

La carta quivi accennata era una protesta dell'innocenza sua e della sua Compagnia contro le incolpazioni ch'erangli date; ed è scritta tutta di suo pugno, come anche il sunto del processo ch'ebbe a subire, e ch'egli desiderava fosse conosciuto, affinchè il mondo non ne avesse informazioni bugiarde. Vi trovammo inoltre una lettera del laico Giovanni Maria Orlandi, diretta a Scipione da Roma il 1º dicembre 1775, ove lo ragguaglia degli ultimi momenti di quel pio: