«Essendomi toccato la sorte di servire il reverendo padre Lorenzo de Ricci, già fu nostro preposito generale, non manco darle parte come il medesimo mi impose nella sua ultima e penosa malattia di raccomandarlo a sua divina maestà con delle messe... Ha pregato che siano rimunerati tutti quelli che l'hanno servito sì in vita come in morte. Ha pregato che si rimandi quella croce di ebano, la quale gli fu lasciata dal suo signor fratello, desiderando l'abbia lei per sua memoria...
«Non le posso esprimere la rassegnazione e gli atti buoni che faceva. Già subito che si ammalò diceva: — Signore, il vicario di Cristo diceva che m'avrebbe liberato presto e bene: giacchè non l'ha potuto fare lui, fatelo voi presto e bene, acciò non vi abbia più da offendere. — Poi, prima di ricevere il santo viatico, fece una protesta avanti al Santissimo, che fece piangere tutti, della sua innocenza e de' suoi religiosi: questa protesta suppongo che l'averà avuta da altri, onde, per non crescer plico, non gliela mando».
Ci sta pure una nota di quanto il generale, avanti morire, disse a don Giuseppe Nava, e la lista di varj oggetti, de' quali, come appartenenza sua particolare, disponeva in ricordi ad amici.
Tutto ciò noi ricaviamo dalle carte di Scipione Ricci, le quali, benissimo ordinate da lui, in centotto filze furono conservate dalla sua famiglia, poi compre dal granduca Leopoldo II, dal cui gabinetto passarono nell'archivio di Stato di Firenze. Ma prima s'erano lasciate a disposizione del De Potter, vescovo apostata e autore d'una Storia del cristianesimo, nella quale demolì tanto, ch'egli stesso indietreggiò sbigottito[478]. Su quelle carte, e massime sull'autobiografia, il De Potter scrisse una vita di Scipione Ricci, che è piuttosto una diatriba di poco criterio e meno prudenza, diretta a magnificarlo come eresiarca. Noi rivedemmo quell'amplissimo carteggio, e non ci parve che il Ricci, onesta mediocrità, si staccasse mai di cuore dalla Chiesa cattolica, benchè a molti errori lo traesse la smania del figurare e la bassa condiscendenza ad un principe, qual fu Pietro Leopoldo, ligio alle idee antipapali degli Austriaci, e voglioso degli applausi d'un popolo, che s'annojava della sua quieta beatitudine.
I cominciamenti del Ricci, prometteano in lui tutt'altro che la più clamorosa personificazione del giansenismo in Italia. Piissimo, sopratutto zelava il culto della beata Caterina de' Ricci; racconta di grazie ricevute per invocazione del beato Ippolito Galantini, fondatore de' Vanchettoni; e si querela che il digiuno quaresimale, «troppo necessario per soddisfare in qualche modo ai debiti colla divina giustizia», venga negletto, nè la refezione si limiti a fichi secchi e zibibbo[479].
Fatto vescovo di Pistoja, tolse correggere la disciplina che in certi monasteri, sotto la direzione non dei lassi Gesuiti ma degli austeri Domenicani, era degenerata in una licenza appena credibile, cogli errori e le laidezze de' Gnostici, fomentata dalla lettura di Voltaire e Rousseau, mantellata qualche volta da un osceno quietismo, fin a dire che la nostra perfezione consiste nell'unirsi con Dio; e siccome tutti partecipano della natura di Dio, perciò ogni carnale unione fra gli uomini esser vincolo di perfezione e d'unione con Dio.
Non pago a ciò, egli tolse a modificare il culto e i riti; riduceva ad un solo gli altari d'ogni chiesa per togliere la simultanea celebrazione delle messe, «introdotta con molta indecenza contro lo spirito della Chiesa e mantenuta dalla ignoranza, irreligiosità e interesse de' ministri del santuario»: e ne levava le tabelle che li dichiaravano privilegiati, o prometteano liberazione d'anime purganti; processò reliquie ed immagini miracolose, sopprimendo le meno autentiche, tutte proibendo di coprirle con mantelline; abolì le cappelle domestiche e certi giorni festivi: non si recitino panegirici; alla festa i regolari tengano chiuse le loro chiese per non distrarre dalle parocchiali. Avrebbe anche voluto tutte le preci in italiano, per quanto alla religione universale convenga un linguaggio universale, ond'esser in comunicazione con tutti i popoli, e non dover variare coi tempi e coi papi le sue formole, le sue invocazioni, le sue decisioni.
Al tempo stesso favorì l'edizione delle opere di Machiavello, che l'austriaco granduca aveva affidata alle cure dell'abate Tanzini, imbevuto delle dottrine de' regalisti francesi e tedeschi. Queste erano venute allora in moda, e dirigevansi contro l'autorità pontifizia, sia coll'attribuirne gran parte ai vescovi, sia col sovrapporvi la principesca. Come sempre, i colpi maestri dirigevansi alla testa; ed allegavasi come ragione l'averne Roma abusato, coll'usurpare facoltà che non avea da principio. Risalendo ai primordj della Chiesa, se ne esaminavano la disciplina e i riti, e ciò che in que' principj non si trovava, sentenziavasi riprovevole: voleasi tornare il papa alla povertà di Pietro, e il ministro Giani diceva che il clero, quando fosse spogliato dei beni, vedrebbesi costretto ad acquistare meriti reali. È il metodo de' Luterani ortodossi; senonchè i Giansenisti non rinnegavano la papale supremazia; solo la voleano limitare, controbilanciare, press'a poco come i costituzionali in politica, i quali, s'anche trovano follia e assurdo il potere monarchico ereditario, non osano spingersi fino alla sovranità del popolo, e s'arrestano a mezza strada: onde Lacordaire la definiva «eresia sleale, che non osando attaccare la Chiesa in faccia, come un serpente le si ascose in seno».
In tutta quest'opera noi ci siamo proposto, anzichè affrontare gli avversarj, difendere noi e i nostri: se qualche amarezza ne trapelò, se alcuna ingiustizia commettemmo, ci sia di scusa la natura stessa della difesa, la quale suppone che l'autore creda aver ragione, e torto il combattuto. Onestà di modi noi ci sentiamo viepiù obbligati a tenere verso Cattolici, che per alcun dissenso particolare la Chiesa non ha espressamente respinti dalla sua unità.
Bisogna stare a ciò ch'è antico, diceano essi. — Sì, quanto alla fede nella parola di Cristo, com'è scritta dagli agiografi o conservata dalla tradizione; in ciò la Chiesa pretende esser oggi qual era nel cenacolo, e ripudia il concetto d'una successiva formazione dei dogmi, pur ammettendone una successiva esplicazione. Via via che nasceva un errore, la Chiesa lo chiariva, lo definiva, interrogando quel che le varie chiese aveano tenuto sul punto controverso, e definendo secondo era apparso allo Spirito Santo e ad essa.