Quanto all'evangelizzazione, congratulavansi del suo estendersi, provato dagli operaj accorsi da tutti i punti della penisola. Da quegli atti appare che John Henderson, il quale nell'interesse di quella Chiesa contribuiva ogni anno 750,000 lire, morendo vi fece il lascito di 125,000 lire. Il reverendo Robertson annunziando ciò, e la fondazione d'una Waldensian aid Society in Inghilterra, soggiungeva: «La guerra che voi fate in Italia non è solo a benefizio dell'Italia, ma della Gran Bretagna, della Scozia, dell'Irlanda (sic), del mondo tutto: voi crollate le fondamenta del trono del nostro gran nemico: voi discendeste coraggiosamente nel pozzo: noi tenemmo ferma la corda».

Questi fatti, che anche i dissenzienti dichiarano avversi al sentimento comune, per quanto appoggiati dal Governo e da' suoi giornali, potevano compiersi senza grave scontento, non solo del clero, ma degli onesti amatori della patria e dello Statuto? Vero è che, essendosi in pochi anni tanto perduto d'onore, di alterezza, di coscienza pubblica, di sentimento del diritto e discernimento del male e del bene, la prostrazione de' caratteri e la codarda paura che a moltitudini degradate ispirano scrittori o grossolanamente ignoranti o brutalmente maligni, non lasciano all'opinione oppor la coscienza, ai prepotenti le maggioranze; e pochi vogliono affrontare i tedj d'una disputa, o i giudizj della folla, o la disaffezione d'amici e parenti, onde tutelare in pubblico ciò che venerano clandestinamente. Certo non mancarono coraggiosi, persino nel parlamento; ma, con meraviglia sua, sentì salutarsi di inattese congratulazioni un deputato che osò protestare d'essere e voler essere cattolico, e dire alla Camera, «Qui io sono solo, ma dietro me ho tutta la nazione»; e fu qualificato di cinismo cattolico il suo portarvi le lodi di Pio IX, non più sonatevi dopo il 1848.

Contro alle vessazioni e alle inurbanità quotidiane che i dominanti fanno ai riti e alle consuetudini della nazione; contro alla predilezione apertamente concessa agli apostati; contro all'impedire l'obolo che i fedeli danno allo spogliato lor padre, mentre la propaganda eterodossa profonde tesori; contro al rappresentarsi o drammi di sprezzo pei papi e la Chiesa, e in balli e in Opere vescovi e cardinali e i riti più augusti; contro alle irritanti calunnie ripetute a proposito di Calvino, di Galileo, del Bruno, fin di Sisto V e più di Pio IX, tace o bela la folla, che crede far molto col non partecipare al peccato. Ma contro agli insulti recati ai riti, disturbando le devozioni, interrompendo le prediche, schiamazzando all'atto della benedizione, e fin gettando per terra le ostie e il vino consacrato, le moltitudini più volte protestarono a loro modo, a fischi ed anche a colpi; alle case dove ergeansi cappelle o cattedre minacciò metter fuoco il popolo, che allora dovea chiamarsi plebaglia, e asserir che era incitato dai preti. A Palermo, sentendo i ministri insultare alla verginità di Maria nelle conferenze al Ponticello, assalse il predicante. Così ad Adernò: così nel Bresciano. Un Gaetano Giannini, legnajuolo fiorentino sproveduto di studj, era andato evangelizzare a Barletta con uno spacciatore di Bibbie; e adunate fino a cinquanta persone, con loro le leggeva e commentava; e assicurando che venticinque s'erano convertiti, invocava si stabilisse una vera scuola. I preti naturalmente attraversavano i costui armeggi, e i ragazzi gridavano per le vie, Viva Gesù e morte al diavolo; sicchè gli adepti s'adunavano in armi. L'autorità ben guardavasi dall'impedire gli evangelizzanti, pure non avrebbe potuto ostare all'universalità del popolaccio: il quale nottetempo assalse la casa del Giannini, e al grido di «Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi, Viva la fede» maltrattò quelli che non poterono fuggire. Ciò fu il 19 marzo 1866[585]. Il Giannini campò, e così Teodoro Meger inglese, pastore evangelico; che ricoveratosi ad Ancona, vi tenne una riunione per rassicurare i suoi adepti. Quivi pure poteasi temerne disordini per la reciproca irritazione, onde persone savie andarono a chiedere al prefetto d'impedire le conventicole; ma il titolo della quiete pubblica non valse questa volta, mentre suol valere per impedire feste cattoliche e rimuover vescovi e parroci.

Acquistata nel 1866 al regno d'Italia anche la Venezia, vi accorsero tosto i predicanti, fra cui il Gavazzi ed Emilio Comba, e subito empirono di loro grida le città di san Marco, di san Zeno, di sant'Ermagora; tutto fu inondato de' libri propagandisti, colla sciagurata accompagnatura degli osceni ed immorali. Il cardinale Trevisanato patriarca di Venezia credette dover suo, nella quaresima del 1867, premunire i fedeli contro questo veleno, e contro le «grame dicerie d'un infelice, che avendo miseramente smarrita la fede, vorrebbe strapparla anche dal cuore degli altri». A quella pastorale ne fu opposta un'altra, intestata «Alessandro Gavazzi, per la grazia e bontà di Dio ministro dell'evangelo, a don Giuseppe Luigi Trevisanato, per divina misericordia patriarca di Venezia». Scritto solazzevole e pagliaccesco dichiara egli la pastorale: «composizione di senile imbecillità, condita coi lazzi del trivio: quintessenza di buffoneria, di ragli da sacristia»: qualifica il patriarca «campione d'inurbanità, Sancio Panza del carnevale»; e si scaglia contro la «santa bottega, insegnatrice di un evangelo diverso da quel di Cristo, frutto dell'apostasia, della ventraja, dell'errore; vero paganesimo sotto nome di cattolicismo romano». Subito ad esso patriarca e ai vescovi di Udine, di Treviso, di Padova, si fecero insulti grossolani; in varie chiese di Venezia furono interrotti i predicatori quaresimali da lazzi, da minaccie, fin da percosse; a Verona si impose di sonar sull'organo l'inno di Garibaldi. Scene altrettanto dolorose si rinnovarono altrove con petardi lanciati duranti le prediche o negli appartamenti vescovili, e peggiori nella processione del Corpus Domini a Verona. L'autorità nè preveniva nè difendeva. Un tale nega levarsi il cappello davanti al viatico, e grida ch'è mero pane: un fedele lo abbatte con uno schiaffo, e la punizione cade su questo.

Dicono che tali atti villani sono inevitabili: certo furono o tentati o compiuti anche in paesi ormai non nuovi alla rivoluzione. Appena all'arcivescovado di Catania recentemente eretto, era nominato il padre Dusmet, dovette uscire con una pastorale a calmar il popolo, indignato contro persone che una notte deturparono le immagini pubbliche, collocate «quasi punti di riposo dove il cuore faticato va cercare la pace, la luce, la consolazione ed un po' di quella freschezza che non si trova nell'atmosfera soltanto degli uomini e degli affari». A Comacchio il nuovo vescovo è festeggiato il giorno dal popolo; la sera un altro popolo schiamazzante ne assale il palazzo. A Trani un calzolajo insulta il vescovo che amministra la cresima: diciannove padri di famiglia che ne mostrano indignazione son gettati in carcere.

Udimmo testè come Napoli si segnalasse per quantità di preti, che menarono moglie pur conservandosi sui benefizj, anche parrocchiali. Ivi più che altrove fu esercitata la persecuzione ufficiale, distruggendo immagini, edicole e croci, che ad esuberanza ornavano le vie; si proibì quanto metteano di scenico nel culto quelle fantasie meridionali; se ne misurarono i gesti, i rumori, le genuflessioni; poi nella persecuzione della legge Crispi si relegarono a folla e incarcerarono i sacerdoti. Il cardinale Riario Sforza, ch'era venerato come un san Carlo per l'immensa carità, mostrata principalmente al tempo del cholera, quando dal diuturno esiglio potè tornare, ottenne che le chiese, usurpate dai riti evangelici o amministrate da apostati, fossero restituite al culto cattolico, il che diede occasione a solennità, berteggiate da coloro che chiamano vulgo e lazzaroni quando manifesta i proprj sentimenti quel popolo, di cui jeri avean esaltata la sovranità co' plebisciti; e che, come dagli altri tiranni, così ripugna da quelli che lo obbligano a rinnegare la sua coscienza e le sue abitudini.

E l'Eco della verità parla continuo di minaccie e dimostrazioni fatte contro gli Evangelici, volendo con ciò farli compassionare come vittime, mentre attesta che ripugnano al sentimento popolare, sicchè trovano bisogno di provocare la forza contro i supposti persecutori. Chè veramente ci corre fra il perseguitare e il non lasciarsi insultare; non lasciarsi dire «Voi siete così scimuniti da credere... Voi villani continuate la buffonata delle sagre»: il non lasciar vilipendere l'intera nazione, come si fa secondo un patriotismo di moda[586]. Ma è doloroso il vedere l'Italia dilaniata nell'intimità dei pensieri e de' sentimenti; e incamminarsi a barbarie nuova per gli odj da cittadino a cittadino e per reciproche nimistanze. Vero è che l'indignazione, ispirata sulle prime da questi insulti de' privati e de' magistrati, vien dissipata dall'abitudine, a nulla avvezzandosi gli uomini più presto che all'ingiustizia: quegli stessi che dapprima non sapeano parlarne che col labbro fremente, ora li scusano come colpa de' tempi, come aberrazione politica, come conseguenza inevitabile de' cambiamenti odierni.

È questo l'effetto del giornalismo, che infatuato dalla propria inattaccabilità, non ha più duopo nè di arte nè di verità, bastandogli d'abbassare gli scritti a livello del lettore, anzichè rialzar la mente di questo, e di usar una lanterna cieca che lascia vedere in una sola direzione. Come l'individuo resta ora annichilato nel panteismo dello Stato, così l'aristocrazia dell'ingegno nella trivialità, i libri nel diluvio de' giornali, dove s'affoga il senso comune; lo spirito perde l'individuale libertà davanti all'audacia surrogatasi all'autorità; l'esagerazione, che è il linguaggio delle società scadenti, sopprime la verità ch'è il bisogno delle ordinate e rigenerantisi; spacciando francamente la bugia che non inganna nessuno, neppure se stessa: adoprando tutta l'arte della spudorata calunnia, dell'ipocrita ritrattazione, della maligna interpretazione per iscassinare tutte le credenze; al vizio accordando ogni perdono; alla virtù appena concedendo di scusarsi: e a chi li confutasse apponendo di mancar della carità cristiana, di fallire al precetto cristiano del soffrire e pregare.

Così, vuoti di carità perchè vuoti di fede, esercitano un'abilità senza principj sopra una sincerità senza lumi, in un tempo dove il leggere è divenuto un'infingardaggine mascherata. Ma troppo dell'indole loro fuggevole e di circostanza tengono anche i tanti opuscoli venuti ad appoggio dell'eresia; e dove la mancanza di calma attesta la mancanza di fiducia. Lungo sarebbe l'annoverarli, e scegliendo fra' capi, ci troviamo costretti registrarne uno, che altrove ponemmo fra i campioni della verità, Vincenzo Gioberti. Per un tempo diede la parola all'Italia cattolica, sicchè fu detto che i politici pareano seminaristi, guidati al passeggio da un teologo. Ma già avvezzo a piegarsi secondo le circostanze, dacchè, ubbriacato al vino della disobbedienza, smarrì il lume della verità che era sua passione, s'implebejò in tempestose discussioni e in pagine violente, ove diede sfoghi crudeli alla polemica personale, nel tempo stesso che dall'arsenale teologico traeva projettili contro la Chiesa. Peggio comparve quando un'amicizia più ammiratrice che prudente mandò in luce postumi lavori che aveva appena abbozzati, oppure scritti, come sempre soleva, sotto all'impressione del momento e all'ira degli acerbissimi disinganni che colpirono la sua vasta superbia; scritti che probabilmente avrebbe o distrutti o corretti nei giorni della riflessione; o dove, riferite objezioni di pretto razionalismo, si riservava forse di rispondere, mentre ora parrebbero dottrine da lui concepite e adottate. Più dunque che l'autore, son le opere stampate col nome di lui che meritano riprovazione. Massimamente nella Filosofia della Rivelazione, come credere che, tra splendide verità e un'insigne difesa del sopranaturale e del miracolo, uscisse affatto dall'unità cattolica, professando che molti precetti del Vangelo fossero meramente adatti al tempo: che i dogmi della predestinazione, del piccol numero degli eletti, dell'eternità delle pene, del perfezionamento e della espiazione nell'altra vita sono assurdi (p. 342); che la propaganda moderna dee essere principalmente laicale: che l'epoca nostra si può definire la secolarizzazione intera dell'Evangelo? Il dire vi siano tanti cattolicismi quanti gli spiriti umani è conseguenza di quell'altro teorema che l'atto libero concretivo dell'individuo fonda con un fiat la sua fede, e con essa fede il suo oggetto; crea a sè stesso la sua chiesa, il suo Dio, il suo culto, il suo dogma (pag. 189); teoria troppo conosciuta di Hegel, ch'egli forse intendeva confutare. In opposizione diametrale a' suoi primi libri, insiste sulla decrepitezza del cattolicismo, in cui la mancanza di vita è cento volte peggiore dell'eresia e dello scisma; tronco morto che si sostiene pel suo proprio peso e per l'inerzia. Nella Riforma Cattolica della Chiesa mette che il cattolicismo è ridotto immobile da Roma, dalla disciplina ecclesiastica, dalla teologia, onde a volerlo svecchiare bisogna riformar Roma, la disciplina, la teologia. È errore puerile il volere che tal riforma venga da fuor della Chiesa, come con Montano e Lutero; bensì è legittima quando venga da Gregorio VII o dal Concilio di Trento. Pure, qualvolta non possa ottenersi dalla gerarchia, la procurino sopragerarchicamente, non contragerarchicamente gl'ingegni cattolici, rivestiti della dittatura ideale.

Questo surrogare l'autorità dell'individuo o dell'opinione a quella della Chiesa, mena dritto allo scisma e alla protesta. E di fatto egli vede in Roma mancare l'armonia dialettica; il temporale nuocere allo spirituale: ne critica il governo civile, senza suggerire come renderlo perfetto; nè certo diverrebbe tale coll'imitar qualsiasi degli odierni. Quanto all'ecclesiastico, vorrebbe entrasse in una fase di larghezza teologica, di civiltà, di tolleranza, e molte riforme suggerisce alcune buone, altre insensate come gli eroi di Hugo: dividere i preti in sapienti e operanti, in celibi e no: abolire una quantità di pratiche che fanno perdere il tempo; erigere atenei ecclesiastici, dove e il vescovo e lo Stato istruissero; scegliere alle alte dignità scrittori di opere insigni; disapprova le devozioni e le astinenze, dimenticando che questa vita è preparazione ad una eterna. Così Kant, per paura del misticismo, restringeasi a freddo stoicismo.