«La società, forte dei diritti naturali civili, politici, sociali, riconosciuti e garantiti pur dalle leggi, intende operare energicamente, e disporre di tutti quei mezzi che troverà convenienti e sicuri a raggiungere l'alto suo fine, che è il ristabilimento del progresso morale, politico, sociale; mezzo unico a pervenire all'umana rigenerazione».

Non si tratta dunque più di rivestire l'incredulità con formole mistiche, siccome in Fourier o Saint-Simon, o di relegar Dio di là dalle latitudini accessibili alla conoscenza; ma gli si intima «Vattene dal tuo regno»: si nega la coscienza: riguardansi come quistioni oziose l'anima o l'immortalità, come ipotesi per lo meno superflua la creazione; è l'ironia succeduta all'oltraggio; è la comodità del non credere senza tampoco esaminare, eppure straziar di sarcasmi chi pensa altrimenti; a un popolo soffrente non parlar più d'un padre e d'un giudice, e alla sociabilità, alla simpatia, alla solidarietà affidar l'incarico d'asciugare tutte le lacrime; e far sottoscrivere di non tornare neppure in morte alla religione di nostra madre, della nostra famiglia.

Noi cattolici siam fortunati di essere costretti a difendere ciò che v'ha di grande, di sacro, di nobile: ma il fatto spiacque anche agli Evangelici, e da Milano scriveasi all'Eco di Firenze: «Alcuni corrispondenti di giornali religiosi avevano fatto credere in Inghilterra che la società dei Liberi Pensatori avesse posto salde radici in Italia, e Milano ne fosse il centro, dove contasse sessanta mila adepti. I nostri fratelli d'Inghilterra nol credano. È vero che s'invitò il pubblico alle adunanze, si cominciò a discutere lo statuto; ma quando si giunse all'articolo, che obbliga i socj a rifiutare in qualunque circostanza l'opera di qualsiasi ministro di religione, i pochi intervenuti compresero che si volevano Liberi Pensatori schiavi dello statuto, e lo combatterono, e lasciarono l'adunanza dicendo che ognuno è libero pensatore in casa propria, si cesserebbe di esserlo divenendo membri di una società, e giurando osservarne lo statuto».

Per verità il Caraibo è libero pensatore quanto cotesti; nè noi crediamo miglior pensatore un di costoro che Vico e Galileo, che Dante e Manzoni, che Gerdil e Rosmini. Perchè libero, io credo ai dogmi: ho studiato almen quanto voi; e il mio libero pensiero mi portò a repudiare un materialismo che non vuol solo corrompere, ma sedurre; un despotismo che dice alla coscienza «Taci»: un'idolatria della forza che fa esecrare la debolezza e la carità; mi portò ad aderire al cattolicismo che non ammette una verità se non dopo accertato ch'essa viene da Dio; quel Dio che, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno la cura del suo prossimo.

Fuor d'Italia, gli stessi Protestanti adoprarono le armi loro per combattere il materialismo e il razionalismo, al quale già Bossuet avea previsto che doveva riuscire inevitabilmente la Riforma. Guizot considera il cristianesimo siccome concezione di filosofia divina, che la ragion pura ha diritto di svolgere dalle credenze definite, le quali sono imposte alla coscienza dei fedeli, e particolarmente dalla autorità pastorale che le insegna, le trasmette e le perpetua. Ma i nostri riformati o discutono ancora della giustificazione con Lutero, o col Vergerio rinfacciano alla Chiesa i suoi traviamenti, o con Voltaire ghignano di ciò che ha di più serio l'umanità. Dai giornali non solo, ma dalle cattedre stipendiate si intima a gran voce che le religioni son buone pel vulgo, acciocchè non veda nulla e soffra tutto: pei pensatori sono anticaglie da museo; doversi dare ascolto alla ragion sola, alla ragion pura. Che importa qual idea uno si formi dell'essenza e attività di Dio, del come il mondo esiste? È l'uomo, che, pensando, fece Iddio, questo nome che designa un'ipotesi: l'umanità è uno spettacolo, di cui lo spettatore compone il dramma. La spontaneità creò i miti, poi le legende; ora la riflessione le riconduce all'arte, e piacesi decomporre queste affettuose illusioni. Che è mai la Bibbia se non una bella poesia orientale?

I nostri, incapaci di creare, van dietro ai Tedeschi, nei quali le condizioni d'ogni ricerca feconda, cioè ostinazione al lavoro e passione della verità, son guaste da due difetti, cioè presunzione di sè e sprezzo degli altri; onde riescono stitici nell'ammettere le prove di ciò che è, e temerarj nel ricostruire ciò che dovrebb'essere. Per loro la critica, non più ristretta nell'antico senso di esame e valutazione d'opere d'arte, è il titolo d'una classe di filosofi, i quali, sotto il nome di Kant e di Hegel, rinnovano la formola dell'antico nostro Protagora, l'uomo esser la misura del tutto: tutto da lui comincia e in lui finisce: colle sue idee crea il mondo e Dio: colla sua potenza modifica gli esseri, inventa la società e il diritto e la giustizia: le modifica col continuo e indefettibile progresso; non muore mai, ma la materia di cui è composto si organizza in altre forme: non s'investighino le cause: non si dà assoluto: noi non conosciamo che il fenomeno: ogni verità è relativa; non v'è massime ma solo opinioni, le quali si completano mediante le loro antitesi: bando alla metafisica, all'ideale: solo storia e fisica e meri fatti, sui quali dobbiamo non ragionare ma osservare, non aver ammirazione ma curiosità. Non tenere per vero se non ciò ch'è dimostrato dalla tua ragione: di tutto cerca il perchè e il come, e vedrai che nulla vi è sopra della materia, della forma inintelligente.

Con questo grido di emancipazione, d'indipendenza, s'accordano le scuole filosofiche nel toglier la distinzione fra il sensibile e il soprasensibile, confondendoli nell'unità della sostanza che tutto fa da sè; nello spiegar l'uomo senza il governo della providenza. V'è chi crede che nessuno mai abusasse tanto della parola quanto Hegel, e la travolgesse al suo senso, avendo dottrine ardite e linguaggio ritenuto, sopprimendo le cose e ritenendo i nomi, pensando altrimenti da noi, e affettando parlar come noi. Egli insegna l'identità del no col sì[587], per atto del pensiero crearsi il me ed il non me, e fin la morale e la religione, sicchè l'uomo è Dio a sè, è la legge stessa: società, patria, mondo, devono servire a lui; diritto e dovere più non sono che un calcolo di tornaconto. Di queste dottrine erasi fatto campione il professore Vera, e perciò venne chiamato dal Governo a impiantarle nelle scuole di Milano e di Napoli.

Non crediamo noi a chi ha gran scienza e forte telescopio esistere stelle invisibili? Disapprovando le oziose disquisizioni, il Vico avea detto la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno di quel che dee l'uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti, rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia, per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l'uomo caduto e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione»[588].

E appunto i Tedeschi applicarono man mano i sistemi delle loro scuole alle origini del cristianesimo, ossia al valore storico de' libri sacri. Il protestantismo per abbattere l'autorità della Chiesa avea cresciuto l'autorità della Scrittura, ma la disarmava isolandola dall'interprete vero: oltre che il canone e l'ispirazione de' libri santi riposano sulla garanzia dell'insegnamento tradizionale. Samler, poi dietro a lui Eichhorn dissero che Cristo e gli apostoli dovettero acconciarsi alle opinioni correnti, e interpretare al modo che dagli Ebrei usavasi allora, il proprio pensiero mascherando per non urtare i pregiudizj. Or come distinguere il pensier vero di Cristo da quel miscuglio? Samler suggerisce a tal uopo il Talmud, gli scritti di Filone, gli apocrifi del Vecchio Testamento: Eichhorn trova più giusto il chiedere tal discernimento dalla sola ragione; ciò che non può ridursi alle leggi immutabili dello spirito umano è concessione ai pregiudizj giudaici. Con questa interpretazione morale uniformavasi a Kant, pel quale la religione non è che il complesso delle regole universali della morale. Da qui partendo, gli elementi storici poco importano; non si badi a critica o esegesi; la morale è indipendente dai fatti, siano miracolosi o no, reali o immaginati.

A tale teorica s'adatta Paulus, francamente mettendo Cristo e gli Apostoli sotto l'influsso delle idee popolari: pure annette qualche importanza agli avvenimenti, spiegandoli al suo modo, e i miracoli riducendo a fatti naturali, mal compresi dall'ignoranza o dall'entusiasmo. Di tali interpretazioni arbitrarie non contento, Strauss risolve il racconto evangelico in una leggenda, Cristo in un mito. Da tutti risultava che gli scritti evangelici non appartengono nè agli autori nè ai tempi a cui sono attribuiti, ma vennero successivamente alterati in guisa, che a fatica vi si discerne qualche traccia della primitiva redazione.