Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia ecclesiastica se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella Storia degli Anni Santi, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si hanno le lettere di quell'anno; neppure dal martirologio de' Protestanti. L'Archivio del Vaticano contiene il processo, non la condanna e l'esecuzione.
Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia, scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di Guglielmo Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a Roma scrivendo contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra: arrestato per avere scritto contro un ministro di Francia, gli si trovò un libro violento contro il papa, onde fu decapitato. L'abate Du Bois che avea scritto contro i Gesuiti, poi n'era stato guadagnato, domandò di poter andare a Roma e n'ebbe licenza, ma preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi che dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. Et tamen sicut is non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus decipiendus. Il Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che vorrebbe punirsi majoribus remediis quam cartaceo igne. Sarebbe stato il luogo di mentovare il supplizio del Bruno.
J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra il Bruno e il Campanella, col titolo Zwei Martyrer der Wissenschaft.
Alle Opere di Giordano Bruno, ora per la prima volta raccolte e pubblicate da Adolfo Wagner (vol. 2, Lipsia 1830) precede una costui vita, dove son mentovati tutti quelli che prima n'aveano scritto, e mostrasi quanto mal lo facessero. Non si sa quando nacque: posto che cominciasse a scrivere a vent'anni, e avendo scritto, al più, per tredici anni, poi passatene sette in prigione, dovea esser giovane allorchè morì nel 1600. Col repudiare le dottrine peripatetiche si fe molti nemici, per sottrarsi ai quali gittò l'abito di domenicano, ed uscì d'Italia come il figliuol prodigo, dic'egli, per poi tornarvi. Arrivava a Ginevra quando vi moriva Francesco da Porto; ma coi discepoli del defunto Calvino e con Beza non aveva comune se non l'avversione a Roma: e risoluto a sciogliere colle proprie forze i problemi che tormentano l'umanità, non potè reggere all'intolleranza religiosa, che diveniva anche intolleranza filosofica a favore di Aristotele. A Tolosa, che titolavasi la Roma della Garonna, egli eccita rumore colle sue dottrine: ond'entra in Parigi nel 1579, e partecipa a quei Galliæ tumultus suscitato per motivi religiosi. Ad Enrico III profonde lodi servili; e così alla Sorbona, ove dà lezioni pubbliche e private, e in disputa solenne proclama un suo sistema di logica universale, somigliante all'Arte di Raimondo Lullo[64].
Migliori accoglienze ottiene in Inghilterra, dove stampa gran parte dell'opere sue. Vi regnava allora Elisabetta, e le prosperità politiche del costei regno distesero un velo sovra le persecuzioni di cui essa lo macchiò, ben più cupe e calcolate che quelle d'Enrico VIII, il quale, per abolire la diversità d'opinioni, avea moltiplicato i casi di Stato, accumulando le pene di tradimento a quelle d'eresia. L'aver il papa ricusato di riconoscer il divorzio di questo facea che Elisabetta venisse considerata come bastarda, donde un'ira personale contro del pontefice e de' Cattolici. È però falso che il papa ne irritasse gli sdegni, anzi Pio IV cercò ogni via di calmarla, e mandò Vincenzo Parpaglia, uom d'ingegno, favorevolmente conosciuto alla regina per esser dimorato in Inghilterra sotto il regno precedente; il quale dovea portar una lettera tutta affetto, promettendole non solo tutto quanto potesse contribuire alla salute dell'anima sua, ma pur quanto ella desiderasse per assodare la sua dignità regia, conforme al ministero affidatogli da Dio. «Se ritornate in sen della Chiesa, come desideriamo e speriamo, saremo pronti a ricevervi coll'amore e la gioja onde il padre del Vangelo accolse il reduce figliuolo: tanto più che voi ricondurreste tutto il popolo inglese».
Il legato non potè tampoco arrivare in Inghilterra; Cecil e gli altri consiglieri di Elisabetta ne aizzarono i rancori, ne sbigottirono l'ambizione, e proruppe una persecuzione, ove eroicamente sepper resistere alcuni Cattolici, che formano una nuova serie di martiri[65]. Re e parlamento sancirono leggi d'un'intolleranza, qual mai non si era veduta ne' paesi cattolici, e che è bene ricordare quando colà sono abolite, mentre s'impiantano o s'invocano in paesi cattolici, a nome della negazione e d'una bugiarda libertà. A qualunque ecclesiastico usi altro rituale che l'anglicano, carcere a vita, come a chi assista a preghiere o riceva sacramenti con rito diverso: la morte de' traditori e la confisca a chi sostenga la giurisdizione spirituale d'alcun prelato straniero: incapacità d'ogni officio a chi non giuri la supremazia spirituale del re: chi dalla anglicana trae taluno alla Chiesa romana è reo di tradimento; di complicità chi non le rivela. L'assistere alla messa porta la multa di ducento marchi e dodici mesi di prigione. Chiunque, compiti i sedici anni, non interviene all'uffiziatura anglicana, paghi venti sterline per mese: ducento se persiste, e la prigione: anzi dappoi vi si aggiunsero l'esiglio e la confisca. Qualunque prete entri nel regno, s'abbia per traditore e mandisi a morte. La dichiarazione contro il papismo sia mandata a tutti i papisti, e devano sottoscriverla, pena il bando o la prigione a vita. Cento lire sterline di premio a chi arresta un prete o vescovo papista, o lo convince d'aver detto messa, o fatto altro atto di quel culto[66].
Alla memoria di Elisabetta o della sua gran nemica e vittima Maria Stuarda annettesi quella di David Rizio. Questo torinese, ito a Edimburgo col conte della Moretta rappresentante della Casa di Savoja presso la regina Maria Stuarda, acquistò le grazie di questa, e la serviva da segretario, confortandola a perseverar nella religione cattolica. In conseguenza dava uggia al partito protestante, che desiderava la dominazione dell'Inghilterra su tutta l'Isola; e volendo perderlo cominciò, dal calunniarlo, dicendo fosse amante della regina. Lo credesse o no, Enrico Darnley, marito di essa e d'accordo cogli acattolici, lasciò che il duca di Rothsay e Ruthwen lo pugnalassero, invan rifuggito dietro alla regina, gravida. Si moltiplicarono romanzi e tragedie sugli adulterj della infelice Stuarda: essa la più bella regina d'Europa, il Rizio piccinacolo e contraffatto: lo stesso Ruthwen le dichiarò averlo ucciso perchè fautore dei Cattolici[67]. Così col corrompere l'opinione preparavasi l'assassinio legale che della Stuarda fece la superba Elisabetta.
A questa Elisabetta retoriche adulazioni prodiga Giordano Bruno, chiamandola «unica Diana, qual è tra noi quel che tra gli astri il sole». Ad Oxford egli sostenne l'immutabilità dell'anima e il moto della terra, che allora era rifiutato dalla patria di Newton; ma quella Università avversava pur essa i liberi lanci dell'immaginazione, talchè il Bruno non potè durarvi. Recatosi in Germania, s'indugiò a Wittemberg, già palestra di Lutero e di Melancton, il quale vi avea tornato in onore Aristotele. Il Bruno loda la tolleranza di que' professori anche ver lui, benchè diverso di fede[68]; e sfrenatamente esalta Lutero. «Il vicario del tiranno dell'inferno, volpe e leone, armato delle chiavi e della spada, di astuzia e di forza, di finezza e violenza, di ipocrisia e ferocia, aveva infetto l'universo d'un culto superstizioso e d'ignoranza brutale, sotto il titolo di sapienza divina, di semplicità cara a Dio. Nessuno osava opporsi a questa belva vorace, quando un novello Alcide si levò per riformar il secolo indegno, l'Europa depravata a stato più puro e più felice; Alcide superiore all'antico perchè più grandi cose compì con minori sforzi, uccise un mostro più potente e pericoloso degli antichi: e sua clava fu la penna. E donde venne questo eroe se non dalle fiorenti rive dell'Elba? Qui il cerbero da tre teste, cioè dal triregno, fu tratto dal tenebroso orco, costretto a guardar il sole, e vomitar il suo veleno.... Tu vedesti la luce, o Lutero, tu intendesti lo spirito divino che ti chiamava, e gli obbedisti, e corresti, debole e senz'armi, contro allo spaventevole nemico de' grandi e dei re; e coperto delle sue spoglie, salisti al cielo»[69].
Questi vanti a Lutero non significano gran cosa per chi abbia letto le putide lodi che il Bruno sparpagliò lungo tutto il suo viaggio. Pur la leggenda popolare ritenne che a Wittemberg egli avesse fatto l'elogio del diavolo, e patteggiato con esso. Aveva in fatti parlato spesso del diavolo con una famigliarità, che dovea scandolezzare quando tutti il temevano; chiamatolo uom da bene; trovatolo accorto perchè mostrò i regni della terra non dall'antro di Trofonio, ma dal vertice d'una montagna; e sperare che anche i demonj sarebbero salvati, non potendo nè Dio restar eternamente implacabile, nè essi aver luogo in un mondo perfetto[70]: e chi sa che non abbia voluto di sottilità dialettica e oratoria far prova coll'elogio del diavolo? Mal conchiusero si fosse fatto luterano, perchè nella Oratio consolatoria habita in ill. Academia Julia di Helmstedt accenna essere stato ad reformationis ritus exhortatus.
In realtà, con ardore d'apostolo predicò nelle varie Università e Corti d'Europa la teoria di Lullo, il sistema mondiale di Pitagora, il panteismo eleatico, vestito di forme neoplatoniche; or applaudito ora scomunicato; non rassegnandosi alle dottrine legali, sempre irrequieto e in battaglia cogli emuli, coi Calvinisti a Ginevra, coi Cattolici a Tolosa e Parigi; sempre geloso della libertà del filosofare, nella quale non conosce punti di fermata; sempre guidato da una superbia fin ridicola[71]. Vantavasi d'esser esule dalla patria per gli onesti argomenti e studj suoi sulla verità, pei quali di rimpatto trovavasi cittadino tra gli stranieri; ivi esposto alla vorace gola del lupo romano, qua libero; ivi morto dalla violenza de' tiranni, qua vivo per la giustizia e cortesia d'ottimi principi. E spesso si lagna, come han dovuto far tutti gli Italiani, di persecuzioni e invidie patrie. «Bisognava che fosse un animo veramente eroico per non dimettere le braccia, disperarsi e darsi vinto a sì rapido torrente di criminali imposture, con quali a tutta possa m'ha fatto impeto l'invidia d'ignoranti, la persecuzione di sofisti, la detrazione di malevoli, la mormorazione di servitori, li sussurri di mercenarj, le contraddizioni di domestici, le suspizioni di stupidi, gli scrupoli di riportatori, gli zeli d'ipocriti, gli odj di barbari, le furie di plebei, furori di popolari, lamenti di ripercossi, e voci di castigati».