I principj attivi di moto sono due: l'uno finito, com'è finito il soggetto; l'altro infinito come l'anima del mondo. L'infinito è immobile; onde l'infinito moto e l'infinita quiete equivalgono. Corpi determinati han determinato moto. Uno è il cielo, continente universale, in cui tutto si muove e scorre; gl'infiniti astri non vi sono affissi, ma si muovono e si reggono; e per esempio la nostra terra ha quattro moti; l'animale del centro, il diurno, l'emisferico, il polare.

Così cercando le relazioni tra il finito e l'infinito, e come riducansi all'unità, anzichè riconoscer una causa creatrice il Bruno vuol mostrare che nell'infinito le contraddizioni cessano, i contradditorj s'identificano. Come tutti gli altri panteisti, pretende combatter il panteismo, e il suo sistema esser l'unico mezzo di evitarlo, perchè «conforme alla vera teologia»[74]. E soggiunge: «Così siam promossi a scoprire l'infinito effetto dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio dell'infinito vigore, ed abbiamo dottrina di non cercare la divinità rimota da noi, se l'abbiam a presso, anzi dentro, più che noi medesimi non siam dentro a noi».

Il suo «Spaccio della bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato dal consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato da Nolano» (Parigi 1594) vien creduto da taluni un'opera spaventevole contro Roma, mentre è solo una stravagante allegoria per introduzione alla morale. Nel Candelajo porgesi grossolanamente osceno. Nella Cena delle Ceneri accenna a due altre opere sue, l'Arca di Noè, dedicata a Pio V, e il Purgatorio dell'Inferno.

Intollerante, sarcastico, esalta se stesso quanto dispregia gli altri; espone dogmaticamente ciò ch'è più che contestato; manca di gravità ne' problemi più serj, ripetendo le celie che correano sulle cose sacre, e nominando il Dio degli Ebrei e i Galilei: attacca l'immacolata concezione e la transustanziazione, la quale riusciva logicamente incompatibile colla sua idea della sostanza una: ogni volta che trova contrasto fra la religione e la ragione, s'appiglia a questa: molte volte le più strane opinioni mette in bocca d'interlocutori, poi si dimentica di confutarle; e si propone di «spegner il terror vano e puerile della morte»; atteso che «la nostra filosofia toglie il fosco velo del pazzo sentimento circa l'Orco e l'avaro Caronte, onde il più dolce della nostra vita ne si rape ed avelena»[75].

Fra le stravaganze ha veri meriti filosofici, che lo fecero paragonare allo Schelling nel padroneggiare coll'astrazione le meraviglie visibili e invisibili nel punto ove si confondono il creato e l'increato. Realmente fu razionalista due secoli prima di Hegel, al quale diede la formola, cioè la concordia dei contraddicentisi[76]; e lo lodano d'aver voluto rivendicare i diritti della ragione, smaniosa di emanciparsi. Ma quelli non erano tempi ove si sapesse distinguere il fallo morale dal civile. Chi conosce il cuor umano e la storia non prenderà meraviglia che il Bruno, dopo sì patente apostasia, osasse ritornar in Italia. Stette tranquillo due anni a Padova in mezzo ad illustri aristotelici, egli loro avversario; ito poi a Venezia, vi si tenne ignoto, finchè un suo confidente lo palesò a quel Governo, che lo colse il 23 maggio 1592, e pose nelle carceri. A nome del cardinale di Santa Severina, l'inquisitore venne a domandarlo «perchè imputato non solo di eretico, ma anco di eresiarca: compose varj libri dove loda la regina d'Inghilterra e altri principi eretici: scrisse varie cose concernenti la religione che non convenivano, benchè parlasse filosoficamente; è apostato, essendo uscito dai Domenicani; visse a lungo a Ginevra, e in Inghilterra; fu per la stessa imputazione inquisito a Napoli e altrove»[77]. Non si volle consegnarglielo, e fu tenuto in carcere sei anni, durante i quali non possiamo che immaginare quanto soffrisse. Due sono i processi ivi fattigli, e sebbene possa attribuirsi importanza colà dov'egli spiega le sue idee, troppo ci è noto come, in tali frangenti, uno le modifichi e temperi per difesa; nè gl'inquisitori veneti poteano esser arguti accademici, da seguire il filo dei suoi ragionamenti. Basti dunque soggiungere che il senato non potè, secondo il diritto internazionale d'allora, negarlo a nuove richieste, e lo consegnò all'Inquisizione romana.

Viveva allora a Roma Gaspare Scioppio, famoso erudito tedesco, nato il 1576 a Neumark nel Palatinato; da Clemente VIII tratto a Roma, e attaccato al cardinal Madruzzi, dove abjurò il protestantismo, dicendosi convinto dalla lettura degli Annali del Baronio. Scrisse opuscoli sulle indulgenze, sul giubileo, sulla supremazia papale ecc., e controversie cogli abbandonati suoi correligionarj, sempre litigioso, talvolta paradossale; difese il Machiavello: accusò Leone Alazio di aver distratto i migliori libri della biblioteca di Heidelberg, acquistata dal papa: e fu creduto autore dei Monita secreta Jesuitarum.

Era egli sui ventiquattr'anni quando il Bruno fu condannato, e raccontandolo a Corrado Rittershausen rettore dell'Università di Altorf, gli dà la sua parola d'onore che nella gran città nessun luterano o calvinista è punito di morte, nè tampoco corre pericolo, purchè non sia recidivo o scandaloso: essendo proposito di sua santità che ognuno viaggi liberamente, e ottenga benevolenza e cortesia. Aggiunge d'un Sassone, che un anno era vissuto familiarmente col Beza, eppure fu umanissimamente accolto dal cardinal Baronio, confessore del papa, e affidato, purchè non desse scandalo. Qui prosegue a narrare come il Bruno venisse sottoposto a processo. Molti teologi recaronsi per convincerlo, e il Bellarmino, il cardinale inquisitore, forse il papa stesso: egli or nicchiava, or asseriva, cercava tirar in lungo, sperando negli eventi. Finalmente il 9 febbrajo 1600 condotto avanti al palazzo dell'Inquisizione, in presenza di teologi, consultori, persone onorevoli per senno, età e cognizioni di diritto e teologia, e del magistrato pubblico, a ginocchio udì la propria sentenza, motivata specificatamente sulle azioni di tutta la sua vita: e non volendo ritrattarsi, ebbe condanna, meritata a parer dello Scioppio, perchè ateo e apostolo di dottrine assurde (nugae).

«Se voi cristiani foste in Italia (dice lo Scioppio) udreste generalmente che fu bruciato un Luterano. Ma sappiate che gl'Italiani non vanno molto per la sottile nel discernere gli eretici, e chiaman tutti luterani. Del resto Lutero, questo quinto evangelista, questo terzo Elia, sarebbe stato trattato dai Romani come adesso il Bruno. Questi due mostri non insegnarono lo stesso genere di errori o d'orrori, ma ciò che insegnarono è del pari falso e abominevole. Lutero sarebbe stato arso pei pretesi dogmi e oracoli suoi: Bruno il fu per aver sostenuto tutte le abominazioni che mai ponessero innanzi i falsi pagani, e gli eretici antichi o moderni. L'uno il fu, l'altro il sarebbe stato, perchè non è permesso a ciascuno di credere e professare ciò che vuole.

«L'Inquisizione non gli imputa le credenze luterane; ma d'aver assomigliato lo Spirito Santo all'anima del mondo; l'ispirazione sacra alla vita dell'universo: paragonati Mosè, i profeti, gli apostoli, Cristo ai magi, agli jerofanti, ai legislatori politeisti, levando ogni barriera fra il popolo santo e gli etnici; ammetteva molti Adami come molti Ercoli; credeva, o almeno (poichè amator del paradosso) sosteneva la magia, e per mezzo di essa aver operato Mosè e Cristo. Che se egli per magia intendea forse la cognizione delle leggi naturali, l'Inquisizione non avea torto di dire che, elevandola così, turbavasi l'intera società, riconosceasi a Belial il potere di sovvertir tutta la Chiesa, attaccavasi la religione nelle coscienze».

Molte asserzioni fisiche del Bruno parvero tanto assurde, che l'Inquisizione neppur si badò di confutarle: come quelle sugli atomi, sulle monadi, sulle macchie del sole; la pluralità dei mondi infiniti parve bestemmia, e l'udirgli parlare di «miriadi di mondi, un concilio di astri, un concistoro di stelle, un conclave di Soli, un tempio dell'universo, un libro aperto dall'oriente all'occidente, e in tutte le lingue del creato». Udendo che la terra non dipende dalla Provvidenza, ma da leggi impreteribili; che la nostra specie, redenta da Cristo, non è lo scopo della creazione, ma abita un de' mille pianeti, il quale non è centro del sistema, ma lanciato nello spazio come gli altri, sgomentavasi l'angusta religione; scandolezzavasi quando il Bruno sosteneva che il sistema di Tolomeo, «piccolo come il cervello d'un peripatetico», restringe l'immensità di Dio, pel quale vuolsi un universo «senza margine»; il cielo non esser diverso dalla terra; noi abitanti, d'un pianeta, siam nel cielo.