Pag. 319, lin. 5 ultima, aggiungi in nota:

Il Gioberti, nelle opere filosofiche, vuol provare che l'essenza dell'eterodossia consiste nell'idea panteistica; Lutero e Calvino furono fatalisti, e il fatalismo è logicamente inseparabile dal panteismo. Zuinglio poi lo professa, giacchè nel trattato della Provvidenza, dice: Creata dicitur, cum omnis virtus numinis virtus sit, nec enim quidquam est quod non ex illo, in illo et per illud, immo illud sit; creata virtus dicitur eo quod in novo subjecto et nova specie, universalis aut generalis ista virtus exhibetur. E non intende solo dell'universalità di Dio come causa prima, poichè soggiunge: Cum autem infinitum, quod res est, ideo dicatur, quod essentia et existentia infinitum sit, jam constat extra infinitum hoc esse nullum Esse posse... Cum igitur unum ac solum infinitum sit, necesse est præter hoc nihil esse.

Tornavasi dunque al panteismo idealista de' Nominali del medioevo, che già insegnavano l'unità e universalità delle cose, la necessità di quanto succede, e perciò anche del male; l'uomo incatenato dai decreti della provvidenza: il fedele sciolto dalla legge morale; la certezza infallibile della salute, cioè il ritornar di tutti gli uomini a Dio.

Pag. 352, alla nota 37, aggiungi;

Anche Ulrico di Hutten scriveva: Atqui non sum luthericus, verum magis quam luthericus, hostili adversus impiam Romam animo (Bulla, dialog.). E ad Erasmo: Jam palam clamant isti omnium horum auctorem te esse, atque ab hoc fonte omnia profluxisse.

Pag. 353, alla nota 46, premettasi:

Della spedizione del 1532 contro i Turchi faceano parte i capitani italiani Guido Rangone, Gabriele Martinengo, Alfonso del Vasto, Pietro Maria de' Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello. G. B. Gastaldo, Marzio e Pietro Colonna, don Ferrante Gonzaga: il duca di Ferrara mandò cento cavalleggeri: il papa stipendiò diecimila cavalli ungheresi a guerra finita. Suo nipote cardinale ecc.

Pag. 371, alla fine, aggiungi in nota:

Una lettera del 25 maggio 1538, di cui esiste la minuta nella Magliabecchiana (Manuscritti classe VIII, 51), al nunzio di Spagna, parla a lungo della politica di Clemente VII, e come il suo intento, nel colloquio di Marsiglia, non fosse già di maritare la nipote, bensì di conciliare l'imperatore col re, dar assetto all'Italia, e soprattutto riparare all'eresia. A quest'effetto credeva opportuno il Concilio, e l'assenti all'imperatore colla sola condizione che ne fossero contenti anche gli altri principi. Che se dalle risoluzioni del papa derivano poi effetti cattivi, non sono da imputare più che quel padre di famiglia del Vangelo, che seminò buon grano, ma il nemico sorvenuto ne sopraseminò del cattivo.

Pag. 373, alla nota 3, inserisci: