«Ma se (interruppe ella) il predicatore è del gran numero di quelli che, invece di predicar Cristo, ciarlano cose vane e inutili, tratte dalla filosofia o da non so qual teologia: che contano baje e favole, volete ch'io lo segua?»
Valdes. «Fate in tal caso quel che vi pare preferibile. I momenti più cattivi per me sono quelli che perdo a sentir predicatori quali voi li descrivete; onde rado mi succede.»
Giulia. «Due parole ancora: qual uso fare della libertà cristiana?»
Valdes. «Il vero cristiano è libero dalla tirannia del peccato e della morte: è padrone assoluto delle sue affezioni; ma è anche il servo di tutti»(1).
(1) Valdes conservò questo dialogo in forma ben più estesa, nel suo Abecedario spirituale, chiamato così perchè destinato a far conoscere gli elementi della perfezione cristiana. Ultimamente fu riprodotto nella Enciclopedia di Herzog.
Pag. 47, linea penultima, aggiungi questa lettera del Tolomei:
«Ritornando alli dì passati di villa in Roma, mi fu subito detto una nuova, la quale non solamente mi parve nuova, ma stolta, incredibile e spaventosa. Mi fu detto che voi, non so con quale istrano consiglio, siete passato dal campo de' Cattolici agli alloggiamenti de' Luterani, consecrandovi a quella sètta eretica e scellerata. Tutto subito mi raccapricciai, e, come si dice, mi feci il segno della croce. Di poi, essendomi da quattro, da sei, e finalmente da ciascuno confermato il medesimo, fui costretto a mio malgrado a crederlo, parendomi aver udito assai più stravagante nuova, che se mi fosse stato detto che le colombe si convertissero in serpenti, o le caprette diventassero pantere. Ma pensando poi come Lucifero bellissimo angelo divenne diavolo, cominciai ad avvedermi che agevolmente potevano avvenire queste orribili trasformazioni; onde molti giorni sono stato in dubbio s'io dovevo scrivervi, oppur s'egli era meglio il tacere, ristringendo intra me stesso il dolore ch'io ho sentito e sento per questa vostra nuova e spaventevole mutazione; perciocchè da un lato mi pareva non poterci guadagnare scrivendo, poichè avete sì fisso il pensiero in questa nuova sètta, e mostrato al mondo non solo con le parole, ma con l'opere ancora, il risoluto animo vostro; e più tosto temevo che voi col rispondermi non mi travagliaste la mente, ch'io sperassi di potervi ritirare indietro da questo viaggio che avete preso; perchè io so bene quanta sia la dottrina vostra, quali e quante sieno le fiamme della vostra eloquenza, le quali due cose agevolmente avrebbon potuto nella loro dolcezza invaghirmi, e invaghito in qualunque pericoloso luogo trasportarmi. Ma d'altra parte temeva tacendo di non essere poi costretto a far poco onorato giudizio di voi; che, non sapendo le vostre ragioni nè quale spirito vi abbia mosso a partirvi, io non saprei mai appresso molti che v'accusano, scusarvi abbastanza; e solo mi rimane un luogo volgare d'iscusazione, dicendo ch'io non posso credere che un frate Bernardino Ochino, mostratosi per uomo di molta prudenza, di bontà singolare, di somma religione, sia ora senza giusta cagione trapassato in una tale diversità di pensiero e di vita. La quale allegazione, sebbene forse a qualcuno parrà verosimile, nondimeno a me soddisfa poco, ed agli altri molto meno, parendo loro che l'innovar le cose stabilite nella religione, il disobbedire al suo superiore, il trapassar da' cattolici agli eretici non sia cosa nè da prudente nè da religioso; e finalmente che il partirsi da questa santissima verità, la quale dai primi apostoli s'è di mano in mano insino ai nostri tempi conservata nella Chiesa romana; che il partirsene (dico) non sia lecito nè concesso in caso veruno; anzi si deve sopportare ogni pena per confessarla, per difenderla, laddove gli strazj si convertono in piacere, le carceri in libertà, i tormenti in gioja, la povertà in ricchezze, la morte in vera ed eterna vita, siccome già fecero tanti antichi martiri, i quali non si vollero mai discostare dagli articoli confessati dalla Chiesa cattolica, la quale è (come disse san Paolo) colonna e firmamento della verità. Quando dunque io sento che così si parla di voi, allora tutto mi conturbo, e mi attristo in tal guisa, che alla fine mi son risoluto scrivervene, pregandovi, s'egli è onesta preghiera, che mi rispondiate, e vi sforziate d'illuminarmi le tenebre di questa vostra non aspettata mutazione; perchè insino a tanto ch'io non ne ho altra luce, non posso se non credere che ella non abbia avuto la luce di Dio.
Forse mi dirà qualcuno che voi vi siete partito d'Italia perchè vi siete stato perseguitato, e che in ciò avete imitato l'esempio di Cristo e di Paolo e d'alcuni altri santi, i quali, essendo perseguitati, si fuggirono dalle mani e dalle unghie de' perseguitatori; e mi dirà che spesse volte gli accusati dal mondo sono iscusati da Dio, e i dispregiati dal mondo sono onorati da Dio. Ma io non so in prima come a ciascuno sia lecito il fuggirsene via contro i comandamenti e decreti del suo maggiore, al quale egli è sottoposto ed obbligato ad obbedire, siccome è intervenuto a voi; di poi non intendo qual sia stata questa persecuzione, nè qual sia questa accusazione, o qual disonore v'è stato fatto, onde vi fosse necessario il fuggire. Ben mi ricorda che in Italia eravate apprezzato, onorato, riverito, e quasi cosa divina adorato, e predicando voi il santo nome e la vera legge di Cristo, eravate con tanta divozione da tutta Italia ascoltato, che nè in voi maggior grazia, nè in lei miglior spirito si poteva desiderare. Nè per essere voi in tanto onore e riverenza nel mondo, eravate (come credo) in minor grazia di Dio; anzi in tanto maggiore, quanto maggior frutto facevate, ed ispiravate continuo amor di Dio nelle anime cristiane, siccome ancor fu il nostro primo padre e maestro san Francesco, il quale da' popoli e da' principi sommamente riverito, fu nondimeno così caro servo a Dio, ch'egli meritò d'esser segnato di quelle stimmate che soffrì il nostro signor Gesù Cristo in Croce.
Ma si dirà che nelle ultime vostre prediche alcune cose dette da voi furono avvertite, notate, riprese ed accusate, come piene di non sana nè cattolica dottrina. Che dirò io qui, se non che quella accusazione era giusta o ingiusta? Se ingiusta, di che temevate voi? perchè non piuttosto, chiamato, venivate a Roma, e qui dinanzi a questo giustissimo principe, il quale sommamente v'amava, avreste come oro nel fuoco raffinata quell'opinione che s'aveva della bontà e della virtù vostra? Ecco san Bernardino nato, pur nella vostra patria e dell'Ordine vostro, il quale accusato come idolatra, venne a Roma, e si purgò chiaramente; onde molto più venne gloriosa e lucente la santità della vita sua, e ne seguì maggior frutto nel popolo di Dio. Non poteva esser tanta la malignità dei vostri accusatori, che non fosse maggiore la forza della verità, sostenuta e difesa ancora da quel favore che era per voi, non pur in Roma, ma in tutta Italia.
Ma se la loro accusazione era giusta, io non so quel che si possa dir qui, se non che, o per ignoranza o per malizia era sparsa da voi quella dottrina nel volgo; di che, per dire il vero, l'uno mi par malagevole, e l'altro quasi impossibile a credere. Ma sia stato pur o l'uno o l'altro. Se fu per ignoranza, grande obbligo avevate agli accusatori vostri, i quali accusandovi, erano cagione che voi doveste riconoscere il vero, e partendovi dalle tenebre dell'errore, potevate ridurvi nella luce della verità, la qual cosa non era altro che ridursi a Cristo, somma verità, fonte, principio ed origine di tutti i veri; e se fu per malizia, reo pensiero è questo, nè so qual luogo da difendervi ci rimanga, quando che questo fine è biasimato nell'uomo, abborrito nel cristiano, condannato nel religioso, anatemizzato in colui che predica la parola di Dio: e crederei quasi che, chi si conduce a sì reo effetto, già più non sia uomo, ma ch'egli siasi trasformato in demonio.