Tale è la leggenda. Persone, che consideravano come delitto l'apostasia e la cospirazione, cercarono scusare il Campanella[95]: altri che giudicavale eroismo, sostenne l'opposto[96]. Il servile Parrino, e dietro a lui il Giannone, poi il Botta copiandoli, il fan reo di aver cospirato contro la monarchia spagnuola con frati e vescovi. Fatto è che si è tuttora incertissimi sul costui processo, e tre differenti ne esistono; uno che mostra volesse ribellar il Regno per sottoporlo al papa; uno per darlo al Turco; uno per ridurlo a repubblica eretica; poi nel Sant'Uffizio se ne costruì un nuovo, dove i testimonj delle predette accuse si ritrattarono. Forse alcuni, raccogliendo parole sparse e avventate, lo denunziarono come cospiratore: lanciata una accusa, ogni scaltrito sa come sostenerla e darle apparenza di vero, al che singolarmente s'adoprò il fiscale Luigi Xarava, che essendo stato scomunicato, avea preso vendetta col far un processo di Clemente VIII e dei vescovi. L'assecondarono quei molti che sempre avversano chi ha ingegno distinto e opinioni non comuni; e difensore del Campanella fu sempre il papa. Il Giannone (L. XXXV, 1) sempre ricalcando il Parrino, dice che il Campanella aveva in Roma sostenuto lunga prigionia «per la sua vita poco esemplare, e anche per sospetto di miscredenza», dopo di che fu rimandato al suo convento di Stilo. Nulla di ciò risulta; e il nunzio pontifizio, dandone ragguaglio l'11 febbrajo 1600, non ne fa cenno: bensì che a quella sua azione non avea mai voluto dar nome di ribellione, «ma detto che volea fare repubblica la Calabria per mezzo delle armi e delle prediche, quando però seguissero i garbugli d'Italia, che lui si era presupposto». E in fatti, se macchinò, non dovea mirare a sovvertimento, bensì a organar il paese al modo della sua Città del Sole, ricongiungendo la legge di natura colla cristiana.
Chiuso in prigione, senza libri, senza comunicazione, scrisse varie opere, lodate perchè d'un martire come l'intitolarono, ma dove la vanità è pari all'immensa inopportunità. Per riguardo al re lodava la Spagna: per riguardo al papa protestava della sua ortodossia; prometteva, se lo lasciasser libero, comporre libri che convertirebbero i Gentili delle Indie, i Luterani, gli Ebrei, i Maomettani: e in prova dice aver fatto un'esposizione del Capo VIII dell'epistola ai Romani, della quale moltissimo si giovano Calvinisti e Luterani.
Lettere sue ultimamente pubblicate, se nulla aggiungono alla cognizione del suo intelletto, attestano un esaltamento che tocca alla pazzia, se non vogliasi perdonarlo alla sua smania di liberazione, stando «dentro una fossa puzzolente dove non vedo giorno, sempre inferrato e morto di fame e di mille afflizioni fra cinquanta leopardi che mi guardano.... Son accusato per ribello ed eretico, per lo che otto anni cominciano che sto sepolto.... Sono stato preso io e molti frati per ribello, quasi volessimo ribellar il regno a favor del papa, in tempo che molti officiali e baroni del regno erano scomunicati, e perseverano, e la città di Nicastro interdetta, e in tutte queste cose io mi trovai, e fu gridato in Seminaro Viva il papa dal clero, che armata manu liberò un chierico dalle carceri secolari. Furo necessitati gli amici di dire che ribellavano per far eresie, e non per il papa: altrimenti morivano tutti de facto inconsulto pontifice».
Così scrive al cardinal Farnese[97] e proseguendo, dà in delirj astrologici, promette mari e monti a migliorar il regno di Napoli, fabbricar al re una città mirabile, salubre, inespugnabile, che sol mirandola s'imparino tutte le scienze storicamente; far vascelli che senza remi navighino anche senza vento, quando gli altri stanno in calma, con magistero facile; far camminare le carra per terra col vento; far che i soldati a cavallo adoprino ambe le mani senza tener briglia, e guida in bene il cavallo; e far libri contro i machiavellisti e la dottrina greca, zizania del Vangelo, e persuadere all'unità, convertire principi di Germania e screditare Calvino. Conchiude firmandosi frà Tommaso Campanella spia delle opere di Dio.
Sul tenore stesso va una lettera latina al papa e cardinali. Post Lutherum triginta annos expectatur antichristus magnus, ut prophetavit Joachinus abbas, qui etiam Lutheri adventum prædixit, et astipulantur Ubertinus et Joannes Parisiensis, et d. Seraphinus Firmanus et alii multi; jam præsens est, vel anno 1630 revelabitur: et hoc tempore luna convertetur in sanguinem etc.... Dixit Dominus ad divam Catherinam nostram, renovationem Ecclesiæ mox futuram, de qua D. Vincentius, et B. Joannes episcopus, et B. Egidius et Savonarola, et B. Brigida et B. Raymondus et magister Caterinus expectant, et alii innumeri, et ille Firmanos vir prudens et spiritualis: et addidit se facturum flagellum de funiculis creaturarum malarum ad purgandam Ecclesiam ab ementibus et vendentibus. Quis autem non vidit illud? In Græcia invaluit, in Germania convaluit, in Italia præsto est. Ego natus sum contra scholas anticristi, contra Aristotelem qui dixit mundum æternum, et æquinotia et stellas et motus semper eodem ordine et situ et modo fieri. Et ego ostendam quod non perseverant sicut ab initio, et quod verum est quod dicit D. Seraphinus, quod Aristoteles et Averroes sunt unum de septem capitibus Antichristi, et phiala iræ Dei.... Machiavellus dogmatisavit cum eo quod religio sit inventio sacerdotum et illusio populorum: et ubi Macometus et Lutherus non habent potestatem (hoc est in Italia et Hispania) regnant Machiavellus et Politici.
E la tira innanzi lunghissima ed irta di citazioni; e raccomanda allo Scioppio di presentarla: Si porrigas pontifici literas, non malum puto. Si de miraculis quæ policeor riserit, dicito me habere fidem, quantum sinapis granum.
Di simil tenore scrive al re di Spagna, all'Imperatore, agli arciduchi d'Austria, quoniam reipublicæ christianæ salus omnis in invictissima, piissimaque familia vestra versatur.
Ad esso Scioppio dicea: Videant me non modo hæreticum non esse, sed etiam a Deo excitum ad omnes hæreses eliminandas præcipue vero philosophorum et astronomorum et latentium machiavellistarum, quorum opera evangelium latet. E lo esorta a persuader il pontefice ch'egli non opera per magia o strologamenti, ma per vera fede, e crede che miracoli evidenti accadranno per convertire i Tedeschi e far unire contro i Turchi: confida che, coll'ajuto di Dio, svellerà dalla mano dei Luterani san Paolo: con un solo argomento insegnerà anche agli illetterati a sterminar tutte le eresie... «S'io dirò ai Luterani, passiamo pel fuoco, e chi sarà abbrucciato non è da Dio, credi che l'oseranno? ma io sì. Così il padre mio Domenico e san Francesco sedarono le eresie: perchè non gl'imiterei?».
E miracoli proponeva, appellandosi a Pio V contro le testimonianze false di suoi compatrioti, che erano premiati e decorati se lo avversavano, sospettati se lo difendevano; laonde invoca d'esser tratto a Roma. Accenna bensì che fu accusato d'eresia, ma dice la inventarono i frati per sottrarlo al giudizio secolare di ribellione; mentre invece i ministri del re l'accusavano di voler rivoltare il paese a vantaggio del papa. Egli stesso avere chiesto di far rivelazioni al vescovo di Caserta e al nunzio: ai quali mostrò come avesse tolto a paragonar la legge di Cristo colla pitagorica, stoica, epicurea, peripatetica, telesiana, e tutte le sêtte antiche e moderne e le leggi, e assicuratosi che la pura legge di natura è la legge di Cristo: saper ribattere le difficoltà che nascono sul nuovo mondo, e sull'incarnazione, sulle profezie e i miracoli. Il vescovo trovò che aveva poca umiltà, e che avendo vagato per tante sêtte, non era troppo ossequioso a Cristo. Se anche ciò fosse, egli dichiara non essersi mai ostinato; altrimenti sarebbe uscito d'Italia: e giura esser saldissimo nella fede[98].
Dotti e principi presero interesse pel Campanella; Paolo V spedì lo Scioppio a Napoli per trattar della sua scarcerazione: e questi, se non altro, gli ottenne di poter leggere e scrivere e carteggiare. Urbano VIII riuscì alfine a trarlo a Roma, col pretesto che al Sant'Uffizio competesse il giudicarlo perchè avea professato profezia: e avutolo, il pose in libertà. Allora il Campanella passò in Francia, ove trovò applausi come vittima della Spagna, e pensione e onoreficenze, finchè morì il 21 maggio 1639.