Esorta l'Italia a tenersi stretta agli Spagnuoli perchè cattolici, mentre gli altri forestieri, essendo eretici «le torrebbero l'unica gloria rimastale, il papato». E gran rispetto si deve al papa che «solo con la venerazione difende più gli Stati suoi, che gli altri principi coll'armi: e quando è travagliato, li principi tutti si muovono ad ajutarlo, altri per religione, altri per ragioni di Stato[89].»
Oh come un tal uomo vuol citarsi tuttodì come una vittima della intolleranza cattolica e un martire della Inquisizione romana? Niente a meravigliarsene quando si sappia che gli storici sempre scrivono a passione, e la più parte ripetono il detto, senza vagliarlo. Il Campanella, studiando i filosofi a paragone del senno eterno, cioè della natura, trovò che la legge di Cristo, a fronte di tutte le altre e delle filosofie, è identica a quella della natura, ma avvalorata dalla Grazia e dai sacramenti. Ben nella Chiesa cristiana trovava mal osservati i precetti divini: Lutero e Calvino però erangli l'anticristo, Aristotele la causa del disordine scientifico, Machiavello del morale e politico[90]. Pertanto mirava a una riforma, a un rinnovamento del secolo, intorno al quale disponeasi a dissertare nell'anno del giubileo: la conversione delle nazioni, profetata da santa Brigida, da Dionisio Cartusiano, dall'abate Gioachino, da san Vincenzo Ferreri, da don Serafino da Fermo, da santa Caterina, la quale predisse che i fratelli di san Domenico porteranno l'ulivo della pace ai Turchi[91].
Con tali idee tornato nella Calabria il 1598, vi trovava soffogate ma non estinte le idee dei Valdesi; bollenti le contese di giurisdizione ecclesiastica cogli Spagnuoli, e il vescovo Montario n'era fuggito, lanciando l'interdetto sulla città di Nicastro. «Tutte le città principali (scrive egli stesso) oltre le discordie tra gli ecclesiastici e i regj, erano divise in fazioni; e tutti i conventi erano pieni di banditi, e il vescovo li dava da mangiare per zelo della giurisdizione, mentre erano assediati dagli sbirri in sostegno delle attribuzioni regie». Il Campanella s'intromise di pace fra il vescovo e la città; ascoltato, dice il Naudè, come un oracolo; ma con ciò spiacque a coloro cui le risse giovavano e la scomunica non facea paura; e viepiù quando sostenne le pretensioni ecclesiastiche contro il Governo. Straordinarie inondazioni, tremuoti, eruzioni di vulcani lo persuasero che il rinnovamento fosse vicino: e doverne essere stromento lui, che sentivasi capace «d'insegnar in un solo anno la filosofia naturale, la morale, la politica, la medicina, la retorica, la poesia, l'astrologia, la cosmografia e ogni altra scienza», e di render abile ogni «mediocre ingegno a convincere in una sola disputa tutti gli eretici»: e che cantava:
Io nacqui a debellar tre mali estremi,
Tirannide, sofisma, ipocrisia:
Stavano tutti al bujo, io accesi il lume[92].
La fede può tutto: nulla è impossibile al credente, pensava egli: e più l'animavano i delirj astrologici, perocchè dic'egli stesso; «degli astrologi un tempo fui nimicissimo, e in gioventù scrissi contro di loro, ma dalle mie sventure imparai che molte verità scoprono essi»[93]. Computando sulle nuove scoperte celesti, avea veduto come certe grandi innovazioni succedono nel mondo ogni ottocento anni. Una fu al tempo di Cristo; e ora stavano per compiersi la seconda volta gli ottocent'anni[94], sicchè si attuerebbe una civiltà religiosa, che fosse il regno della ragione eterna nella vita dell'umanità.
Con tali persuasioni è facil credere che tentasse qualche novità: più facile che ne venisse sospettato; novità diretta a sovvertire la dominazione spagnuola in Calabria, benchè dappoi fosse lodatore esagerato degli Spagnuoli: e traendo divinazioni dagli astri, dall'Apocalissi, da varj santi, insinuava che nel 1600 accadrebbero grandi rivolture nel regno di Napoli. Fosse egli motore o stromento, si formò infatti una cospirazione di trecento frati e quattro vescovi. Faceano la propaganda delle sue speranze frà Giambattista di Pizzoli, frà Pietro di Stilo, frà Domenico Petroli di Strignano e altri venticinque Domenicani del convento di Pizzoli, fra cui principalmente frà Dionigi Ponzio, che smaniava di levar tumulto per ammazzare certi frati che aveano fatto ammazzar suo zio: e che valeasi delle parole del Campanella; poi preso, riuscì a fuggire, e si fe turco.
Costoro trovarono ascolto ne' casali e tra le famiglie di Catanzaro, di Squillace, di Nicastro, di Cerifalco, di Taverna, di Tropea, di Reggio, di Cassano, di Castrovillaro, di Sant'Agata, di Cosenza, di Terranova, di Satriano, insomma in quasi tutta Calabria. Già milleottocento banditi eransi raccolti, e ogni giorno se ne ragomitolavano di nuovi; tenevansi intelligenze colla flottiglia turca del bascià Cicala. Trucidati i Gesuiti e i frati che non aderissero, liberate le monache, bruciati i libri, fatto statuti nuovi, doveano fondar una repubblica, cui centro sarebbe Stilo, patria del Campanella; appoggiati, come sempre i sommovitori dell'Italia, dai Francesi.
Il Governo n'ebbe notizia, e li fece arrestare, impiccare, affogare, squartare dalle galee. Il Campanella, ch'erasi ascoso in un pagliajo, fu denunziato, e consegnato al nobile Carlo Spinelli, eletto commissario speciale. I frati reclamarono il privilegio del fòro, onde salvi dalla forca, vennero dati al Sant'Uffizio. A questo spettava pure processare il Campanella, ma si volle far prevalere il delitto di Stato, e il fiscale Sanchez personalmente recossi a Roma onde ottenere che potesse venir tormentato per quarantott'ore con funicelli sino alle ossa, stirato sulla corda colle braccia arrovesciate, e spenzolando sopra un legno acuto, e tagliatagli carne, del che stette poi lunghissimo tempo malato. «Come s'arresterebbe il libero procedere dell'uman genere (esclama il Campanella) quando quarantott'ore di tortura non poterono piegare la volontà d'un povero filosofo, e strappargli neppur una parola che non volesse?».