Qui soggiungerò che sta nell'Archivio di Firenze una cronaca del Settimanni, dove quasi giorno per giorno son notati gli avvenimenti. Il cronista è avversissimo agli ecclesiastici: pure non fa cenno di brutali trattamenti a Galileo. Scrive: «A dì X febbrajo 1632 (stile toscano) giovedì giunse in Roma G. Galilei, celebre astronomo fiorentino, chiamato dalla Congregazione del Sant'Uffizio, e fu arrestato nel palazzo del serenissimo granduca, situato alla Trinità de' Monti, dove abitava l'ambasciadore fiorentino. — Dicembre 1633. Il dottissimo matematico G. Galilei, dopo essere stato circa mesi 5 a disposizione del Sant'Uffizio di Roma, arrestato nel palazzo dell'ambasciadore fiorentino, ed aver abjurato l'opinione di Copernico circa il sistema del mondo, e di poi per ordine del medesimo Sant'Uffizio essere stato circa altri mesi cinque insieme nell'abitazione di monsignor arcivescovo Piccolomini, essendogli stata data libertà di star in campagna, ritirossi alla sua villa di Bellosguardo».

Nel carteggio de' cardinali, in esso Archivio, filza LXXXII, sono lettere del cardinale Federico Borromeo e del cardinale Orsino, che promettono al granduca ogni appoggio al Galilei quando era citato a Roma.

Pag. 341, alla nota 17, aggiungi:

Sul Borro altre notizie si hanno nell'Archivio di Firenze, Strozziane, filza CCXLIV; e filza LXXIX del tomo XI Segretaria Vecchia, coll'abjura di esso.

Pag. 344, linea 8, aggiungi:

In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.

Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine. Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.

Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli Aostani col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno stesso troviamo quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia di Calvino, e Ami Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva: «Il duca ci dice d'aver molto a che fare di là dai monti, in parte a cagione del vangelo, che si diffonde per tutte le città. La cosa conviene che proceda, poichè essa viene da Dio, a dispetto de' principi».

La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi nascosto nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile Francesco Leonardo Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse biglietti per esortare gli abitanti a mettersi in libertà, e allearsi ai Cantoni svizzeri protestanti. Il pericolo fu scongiurato con prediche e con processioni, alle quali assistevano col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte Renato d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette decurie nel Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni innovamento in fatto di religione o di fedeltà. Poi in assemblea generale si fece divieto, a nome di sua altezza, sotto pena della vita di lanciar qualsiasi proposizione contraria al sovrano o alla religione.

Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente Buttier sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le montagne di Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani alzate fecero una pubblica professione di fede, e solenne giuramento di vivere e morire nella religione cattolica, e stabilirono una processione il giorno della Circoncisione e la terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva tutta la città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di Gesù.