Una storia di Sisto V in senso affatto opposto alla buffoneria del Leti, compilò il Novaes, nella quale, oltre il resto, son indicate le premure di esso papa per le manifatture della lana e della seta. A dir solo di quest'ultima, ordinò che per tutto lo Stato si piantassero almeno cinque gelsi ogni rubbio di terreno; al qual uopo somministrava quindici mila scudi dall'erario; onde si esteser anche le piantonaje, che poterono spacciarsi utilmente di fuori: nella sua villa, che poi divenne dei Massimi, molto propagò la coltura de' bachi, e volea stabilirvi fiere franche: in case attorno alla piazza di Termini fe porre filatoj e torcitoj. Avendo l'ebreo Magino di Gabriele veneto promesso un segreto per aver due ricolti l'anno, il papa gliene diede privilegio per sessant'anni, e di abitar colla sua famiglia fuori del ghetto, e il cinque per cento de' guadagni che la Camera apostolica trarrebbe da tale innovazione, più un'oncia ogni libbra di seta. Ma il trovato non riuscì.
Sisto eresse anche grandi edifizj, concepiti in senso religioso: protestò demolirebbe il Campidoglio se il popolo si ostinava a tenervi le statue che v'avea messo di Giove tonante fra Minerva e Apollo; e se lasciò Minerva, le sostituì alla lancia la croce; rizzò l'obelisco famoso in piazza del Vaticano, ma vi pose la croce e reliquie di santi: compiè la cupola di San Pietro, condusse l'acqua Marzia, congiunse con ampie vie le basiliche antiche.
Dopo gli ingenti dispendj di Leon X, Adriano VI avea trovato l'erario esausto, impegnate le gioje; ed essendosi egli proposto di non impor nuove gabelle nè centrar debiti, dovette parere spilorcio, e lasciò nel tesoro appena tremila scudi: pure avea mandato quarantamila ducati in Ungheria e tre navi ai cavalieri di Rodi per resistere ai Turchi. Clemente VII, il quale vide il maggior disastro che a Roma fosse mai tocco, introdusse nuove imposizioni, istituì prestiti, fra cui notevole il Monte della Fede per soccorrere Carlo V contro gl'irrompenti Musulmani. A Paolo III si attribuisce la prima ordinata imposizione sopra tutto lo Stato, qual fu il sussidio triennale, ma ed egli e i successori usarono sempre con grande riguardo delle gabelle e delle taglie. Spese immense sostenne Pio V nell'interno, oltre le quali, ebbe la campagna di Levante, coronata dalla battaglia di Lepanto; diede ajuto alla Francia, agli Inglesi cattolici, alla regina di Scozia; distribuì due milioni di scudi d'oro ai poveri, ne lasciò un milione nel tesoro, e cinquecentomila che maturavano fra tre mesi: e nella propria camera tredicimila scudi, destinati a limosine manuali, e centomila presso il mastro di casa.
Sisto V non introdusse un buon sistema: e chi lo conosceva allora? ma si fisse in mente che bisognava avere assai denaro per poter assai; onde, dopo avere speso secentomila scudi nella guerra de' Turchi, e cinquantamila per gli obelischi, ducentomila per l'Acqua Felice, ottocentomila per l'abbondanza, oltre le magnifiche fabbriche, ripose un tesoro di quattro milioni di scudi, che siamo meravigliati di trovare menzionato ancora ai giorni nostri nel trattato di Tolentino.
Non affatto scevro del nepotismo, fece cardinale suo nipote Alessandro Peretti di quattordici o quindici anni, con ricchi benefizj e pingui abbazie; ma questi ne fece ottimo uso; dotava cento zitelle l'anno, e oltre le limosine a mano, dispensò più d'un milione di scudi d'oro.
Memorabilissimo è l'aver Sisto V, alle sette congregazioni dell'Indice, dell'Inquisizione, dell'esecuzione e interpretazione del Concilio, de' vescovi, de' regolari, della segnatura, della consulta, cresciuto importanza e ordine, e aggiuntene altre otto; una per fondar vescovadi nuovi, una sopra i riti, le altre per ispacciare le cause temporali portate alla Santa Sede, a questa riservando le più gravi. Poco poi, nella Congregazione de propaganda fide, dovuta a Gregorio XV e a suo nipote Lodovico Lodovisi, tredici cardinali, tre prelati, un secretario furono destinati a diffondere la religione e dirigere i missionarj; che con portentosa attività dall'Alpi alle Ande, dal Tibet alla Scandinavia, dall'Irlanda alla Cina si spargono a convertire Protestanti, Maomettani, Buddisti, Nestoriani, Idolatri. E mentre la civiltà non portava ai selvaggi che acquavite per ubriacar sè, ed armi per uccider altri, era un portento l'aprire mondi interi senza violenza, e non soltanto recarvi un libro, ma fargliene applicare i dogmi, e ottenere sommessione all'autorità, abnegazione degli istinti, attuando il carattere della cattolicità, cioè la potenza di unificar l'umanità nel Cristo redentore. I prodigi dell'apostolato, coll'eroismo più disinteressato e coi miracoli più insigni si rinnovavano specialmente nelle missioni delle due Indie, sicchè di tante perdite in Europa i papi erano consolati ricevendo ambasciatori dall'Abissinia, dal Giappone, dalla Persia, dagli antichi imperi d'Oriente e dai nuovi d'America, dove s'istituivano vescovadi e conventi, scuole e spedali. Di poi Urbano VIII nel Seminario Apostolico preparò un vivajo di missionarj e un rifugio pei prelati che la Riforma spogliava: il cardinale Antonio Barberino vi istituì dodici posti pei Georgiani, Persi, Nestoriani, Giacobiti, Melchiti, Copti, sette per Indiani o Armeni.
Rinnovando la gran politica de' maggiori papi, Sisto divisava abbatter l'impero turco mediante un'alleanza colla Persia e la Polonia; conquistare l'Egitto, e congiunger il Mediterraneo col Mar Rosso per restituire il primato all'Italia; conquistare il Santo Sepolcro, di cui allora il Tasso cantava la liberazione; coi potentati d'Italia non seguir la politica del Macchiavelli, vagheggiata da' predecessori, ma la fermezza del cattolicismo; proponendosi unico voto la propagazione della fede, eccita Filippo II a conquistare l'Inghilterra e vendicare Maria Stuarda; medita una crociata contro Elisabetta regina e Ginevra; sostiene la Lega in Francia; osteggia Enrico IV, benchè poi si sentisse allettato dal genio di questo in modo, che la pubblica opinione propalò inclinasse alle idee protestanti, e che in ciò obbedisse al diavolo, col quale avea stretto un patto, e che se ne portò l'anima quando morì dopo soli cinque anni di operosissimo papato[4].
Questi ricordi ci portano a dar un'occhiata alle vicende della Riforma in Francia, alle quali si annettono molti personaggi italiani, e principalmente Caterina de' Medici di Firenze. Vedemmo come suo zio Clemente VII le ottenesse la mano di Enrico, secondogenito del cavalleresco Francesco I; il quale celebrò quelle nozze col supplizio di varj Luterani, e con editti rigorosissimi contro di questi. Tal era la scuola, alla quale veniva questa italiana a portare (come pretendono i Francesi) i vizj, l'intolleranza, la machiavellica del nostro paese, mentre scrive Chateaubriand che la debauche et la cruauté sont les deux caractères distinctifs de l'êre des Valois, e troppo il provano Brantôme e gli altri cronisti.
Essendo morto il Delfino, Caterina si trovò sui gradini del trono, ma fra la duchessa d'Etampe[5] amante del suocero, e Diana di Poitiers amante del marito; costretta a dissimulare ed ecclissarsi. Ma ecco Francesco muore, logoro dai piaceri, il 31 marzo 1547, e Caterina diventa regina, ma pur sempre avvilita dall'insultante presenza d'una rivale, che sebbene invecchiata, conservava sopra Enrico un predominio, che i contemporanei non seppero attribuire che a fatuchierie. Il re volle sua moglie venisse coronata il 10 giugno 1549, con feste splendidissime e un torneo quale soleasi in quel regno, che fu sopra gli altri reputato per tali spettacoli; e pensò rendere compiuta la festa col far bruciare quattro eretici. Ma uno di essi, col quale aveva egli medesimo più volte disputato, lo fissò con tal misto di dolore e di coraggio, che il re ne raccapricciò, e fece proponimento di più mai non esporsi a simile cimento.
La Francia era paese robustamente sistemato, sicchè respinse costantemente le novità, quando più prevalevano nella Germania e nell'Inghilterra, sbranate fra l'aristocrazia; e tutte le memorie attestano come la maggioranza del popolo restasse avversissima ai novatori, e guardasse in sinistro ogni concessione che a questi si facesse. Li favorivano invece i principi del sangue e i grandi vassalli e guerrieri, come i reali di Navarra e l'ammiraglio di Coligny. Ne derivava per tutto il regno uno scompiglio, ben più grave che all'Italia non fosse sorto dalla lotta fra il papato e l'impero: e Caterina trovossene in preda allorchè, nel 1560 ucciso suo marito in un torneo, ebbe ad assumer la reggenza pel fanciullo Francesco II, poi per l'altro Carlo IX. Nipote di due gran papi, vedova d'un re, madre d'una fanciulla che sposò Filippo II, e di due figli che successivamente regnarono; bella, colta, maestosa, magnifica allo spender e al fabbricare giusta l'esempio della sua famiglia, nel vigor degli anni, istruita dalle sventure de' suoi e dalle proprie, inasprita dall'aver dovuto lunghi anni rassegnarsi a un'oltraggiosa rivalità e tenersi rimossa dagli affari, si vide d'un tratto a capo del regno, fra il vortice di poderose fazioni, che sbranavansi nella parte più vitale, la religiosa. Le imprecazioni, troppo consuete in tempi di partiti, e quando la parte che soccombe è la più attuosa in parole e scritture, perseguitarono questa donna, rea sopratutto d'esser forestiera: e la storia servile la copiò, esibendola come il tipo dell'astuzia e della fierezza italiana, d'una politica egoista da Machiavello, d'una fredda crudeltà; e testè Michelet la chiamava «un verme sbucato dal cimitero d'Italia». Realmente essa, ancor giovane e avvenente, più non depose il bruno; de' rotti costumi suoi non cianciano che i romanzieri[6], quantunque per politica tollerasse gli altrui; amante de' figliuoli, sebbene li trattasse da assoluta: operosa così, che fin venti lettere scriveva in un dopo pranzo: d'abilità insigne diè prova, dedotta da quel sentimento d'una grande responsabilità, che si eleva di sopra alle considerazioni secondarie e alle calunnie di fazione: inarrivabile nell'affascinar chi l'avvicinasse, tenea la corte più splendida d'Europa, ricreata da feste, balletti, amori; e mentre la imputavano di cumular tesori, alla morte non le si riconobbero che debiti. Chi conoscesse anche solo i miserabili tempi in cui viviamo, saprebbe quante difficoltà porti il regolarsi in età di passioni violente, dove la medesima condotta produce applauso o esecrazione, anzi dà alternamente l'uno e l'altra. Quest'è ben certo che la politica di Caterina fu eminentemente francese, e mentre gli Ugonotti avrebbero venduto la patria agli Inglesi o chiamato a devastarla i raitri tedeschi, ella si staccò dall'alleanza di Spagna, cercata dai partigiani; e nel volere conservar se stessa in dominio conservò la Francia che minacciava o andar a brani o cascar nella tirannide. Con ciò siamo a gran pezza dal voler giustificare tutti i suoi atti, ispirati, come gli altri del tempo, dalla politica di cui si fe' dettatore quel Machiavello, che merita le apoteosi de' nostri contemporanei perchè insegnò che «la fraude fu sempre necessaria a coloro che da piccoli principj vogliono a sublimi gradi salire; la quale è meno vituperevole quanto è più coperta»[7].