Coi Riformati tentò ella dapprincipio la conciliazione, e fu per sua opera che si tenne un colloquio a Passy. Per ottenerlo essa avea scritto a Pio IV, esponendo, le opinioni in Francia esser propense alla Riforma, come sempre verso ciò che è nuovo e che fiede l'autorità; quelli staccatisi dalla Chiesa sommare a tanti, da non potersi più reprimere con leggi e coll'armi, comprendendo magistrati e nobili, uniti e formidabili, ma non trovarsi fra loro nè anabattisti, nè libertini, nè d'altre opinioni mostruose, tutti ammettendo il simbolo apostolico. Perciò taluni pensano si deva tollerarli, benchè deviino in altri punti; sperando che Iddio dissiperà le tenebre, e farà sfavillare a tutti la luce e la verità. Qualora il papa volesse aspettar le decisioni del Concilio[8], bisognerebbe al male pressante trovar rimedj particolari per richiamare i traviati e ritenere i fedeli. Pei primi, il miglior mezzo sarebbe l'istruzione; pacifiche conferenze tra quei delle due parti che possedano maggior scienza e amore di pace; ne' vescovi zelo di predicare, d'avvertire, d'esortar alla carità, alla concordia; astenersi da diverbj e da termini ingiuriosi. A quelli rimasti in grembo della Chiesa, ma con dubbiezze e difficoltà e travagli di spirito, vorrebbesi toglier ogni occasione di scandalo; sbandire l'adorazione delle immagini e la recente festa del Corpus Domini: nell'amministrazione del battesimo ommettere gli esorcismi e la saliva e le preghiere estranie all'istituzione del sacramento. Vorrebbesi anche ammettere tutti alla sacra mensa sotto le due specie; non comunioni nè messa in privato, ma tutti insieme, e dopo la confessione generale de' peccati, e cantato i salmi, e facendo preghiere pel re, pei signori, per gli ecclesiastici, pei frutti della terra, per gli afflitti; tutto in vulgare anzichè in latino, acciocchè i fedeli possano scientemente esclamare Così sia. Indicava altre pretese aberrazioni del culto; e finiva esortando il santo padre a immolar se stesso, assicurandolo che le persone savie e moderate non attentavano all'autorità di lui, nè presumeano innovare il dogma.
Solite illusioni, dalle quali prestamente ella fu riscossa per forza. Pio IV a quel colloquio deputò il cardinale di Ferrara, nato dalla famosa Lucrezia Borgia. Fu ricevuto senza le onoranze consuete, e subito i libellisti sparpagliarono ch'era nipote d'Alessandro VI, del quale si pubblicò la storia scandalosa, e gli aizzarono il popolo in guisa, che a fischi inseguiva il crocifero quando uscisse sulla mula a croce alzata. Nella villa di Passy l'agosto 1561 fu tenuto il colloquio, e Teodoro Beza, che veniva campione del suo amico Calvino, volle aver per appoggio Pietro Martire, come dicemmo (vol. II, pag. 76). Quivi undici ministri e ventidue inviati delle principali chiese riformate di Francia combatterono il cardinal di Lorena, alla presenza della Corte e di gran savj; Pietro Martire, che parlava italiano per compiacere a Caterina, vi spiegò grand'erudizione e aspirazioni moderate; si compilò la famosa formola intorno alla Santa Cena, transazione che i nostri teologi repudiarono come capziosa ed ereticale; onde il colloquio si sciolse, inutile come tutti quelli fra due partiti estremi.
Al colloquio assisteva un altro prelato italiano, Giovanni Antonio Caracciolo. Era nato a Melfi, terzo figlio di Sergianni Caracciolo principe di Melfi e duca d'Ascoli, e gran siniscalco del regno, che passato in Francia dopo le vittorie del Lautrech, come maresciallo avea guerreggiato i Valdesi della val di Luserna, e fatti smantellare i castelli di Torre, Bobbio, Bricherasio, Luserna. Cresciuto alla Corte di Francesco I, presto se ne annojò, e ritirossi al deserto della Sainte-Baume in Provenza; poi reduce a Parigi, si fe certosino, indi canonico di San Vittore (1538), lo che non tolse che abbracciasse la milizia, finchè Francesco I per tenerlo alla religione lo costituì abbate di quell'insigne monastero. Come irrequieto nelle speranze, così era scandaloso ne' costumi, vestiva da laico, blandiva cortigianescamente, e con tal mezzo nel 1551 ottenne il vescovado di Troyes, colla licenza di conservare la lunga barba. Quivi inclinò alle dottrine de' Riformati, partecipò alle loro cerimonie, a cui la sua posizione aggiungeva molta autorità; Enrico II gli proibì di predicare; la Santa Inquisizione a Roma lo processò; ma egli ritrattossi pubblicamente, e si recò a' piedi del pontefice. Forse sperava il cappello cardinalizio, e non l'ottenendo, passò per Ginevra, e affiatatosi con Beza e con Calvino, adottò le loro confessioni: al colloquio di Passy cercò spedienti di conciliazione, ma dopo di quello professò apertamente la Riforma; chiamò alla sua città Pietro Martire e in man di esso abjurò, e unì una comunione protestante, pur conservando il titolo di vescovo, aggiunto a quello di ministro del Vangelo[9], ed i Calvinisti, distruttori della gerarchia, pur continuarono a osservarlo come vescovo. Morì del 1569, e non è certo s'ammogliasse. Scrisse il Miroir de la vraie religion (Parigi 1541), e nelle Lettere di principi a principi n'è una sua del 14 luglio 1559 per giustificare il Montgomery dell'uccisione di Enrico II.
Tra ciò il calvinismo si diffondeva, e Pietro Paolo Vergerio, all'elettor di Sassonia scrivendo nel 1560 e 61, gratulavasi continuamente che le loro cose in Francia prosperassero; che essendo governatore il nuovo re di Navarra, zelante evangelico, sperava s'andrebbe in meglio, e si ridurrebbe a patteggi il papa. Il Barbaro, ambasciadore veneto a Parigi, alla morte di Francesco I calcolava che un terzo del regno fossero eretici: il Michiel, ambasciadore nel 1561, li portava a tre quarti, sebben l'altro ambasciadore Soriano l'anno stesso li restringesse a un decimo: e nel 1569 il Correr asseriva che, al tempo della maggior possa, gli Ugonotti erano un trentesimo del popolo, e un terzo della nobiltà[10]. Bayle, scrittore disaffezionato della religione cattolica quanto ognun sa, scrive che «stette a ben poco che i Protestanti non guadagnasser il sopravento al principio di Carlo IX, e se vi riuscivano, sa Dio che sarebbe divenuta la religione persecutrice. Se il re di Navarra, dichiaratosi per essi, avesse avuto la forza di conoscer il laccio che l'altro partito gli tendeva (massimamente nel promettergli il regno di Sardegna), sarebbe rimasto saldo nella loro comunione. Tanto bastava per assicurare la vittoria, essendo egli luogotenente del regno, nè era difficile far abbracciar la professione della chiesa riformata a Caterina de' Medici».
Questa speranza nutrirono molti[11], e più da che, coll'editto del gennajo 1562, ella ebbe proclamato la tolleranza religiosa; ma poichè ciò fu causa della prima guerra civile, ella s'avvide come coll'unità della religione perirebbe l'unità del regno: e favorì i Cattolici, ricevette i primi Cappuccini, condotti da frà Domenico da San Gervaso, e assegnò loro un convento in Parigi nel 1571. Ma già le discordie erano scoppiate da per tutto; gli Ugonotti saccheggiavano le sacristie, i Cattolici distruggevano le cappelle; dagli insulti passavasi al sangue: martiri vantavansi da tutte le parti[12]; la guerra civile infuriava; i principi della casa reale erano divisi, gli uni appigliandosi pertinacemente al passato, gli altri agognando al nuovo. Giovanni Correr, dipingendo quelle miserie de' Francesi, conchiudeva: «Gli ho sentiti più volte esclamare: Oh se i miei beni fossero nel veneto! E mi domandavano se la Repubblica accettasse danari a prestito; voleano depor alla nostra zecca grandi somme, credendovele sicure. Venezia era per loro il luogo più sicuro, il paese ove non si conosce che un Dio solo, non si pratica che un solo culto, s'obbedisce a un principe solo, e tutti possono vivere senza paura, e godere il proprio bene in pace».
Dacchè in Iscozia spossessavasi Maria Stuarda, la riverenza pei regnanti era scossa, e i Riformati aveano proposto pure in Francia di impadronirsi del re e del cardinale di Lorena; ma non riescirono che ad esasperarli. In realtà gli Ugonotti aspiravano a repubblica e a spezzar la Francia in provincie confederate: Calvino avea dichiarato che il re, il quale non ajuta la Riforma, si abdica da re e da uomo, onde perde il diritto di farsi obbedire, e merita gli si sputi in faccia, come a tutti i re cattolici. I suoi seguaci formavano quasi una potente massoneria: aveano fatto molte parziali uccisioni; le insurrezioni succedeano contemporanee, come allorchè son effetto di intelligenze segrete: levarono uomini e denari; e nel 1563 settantadue ministri calvinisti aveano sporto al re una petizione acciocchè prevenisse le eresie e gli scismi e le turbolenze che ne derivano, punendo severamente gli eretici, cioè chi dissentiva dalla loro confessione. Pare ancora che il famoso grancancelliere L'Hopital e il cancelliere Ferrier, protestante celato che stava ambasciadore a Venezia, e molto stretto con frà Paolo Sarpi, tramassero per istaccare il re dal papa, e indurlo a costituire una chiesa nazionale. E già i risoluti allestivansi a guerra rotta; gli Ugonotti, capitanati dal Condè, non esitarono a ceder all'Inghilterra le fortezze francesi; e coll'assassinio liberaronsi del duca di Guisa, capo de' Cattolici. Caterina, più fida al partito nazionale, malgrado i consigli di Filippo II e del duca d'Alba, credendo suo primo dovere l'evitar la guerra intestina, sopportava persino le sommosse parziali, le uccisioni, l'aperta resistenza; cercava tempo dal tempo; dicono gli uni per debolezza, dicono gli altri per ambizione: l'avrebbero esecrata come sanguinaria se reprimeva i primi eccessi: l'esecrarono quando di passo in passo lasciolli crescere fin alla spaventosa catastrofe di San Bartolomeo.
Il granduca di Toscana avea cercato insinuare di perdere i nemici di Francia piuttosto in pace che in guerra. «Consideri la santità sua che, nel travagliare quel regno con l'armi, si fanno ogni dì nemici al re ed alla religione cattolica, nè può con tutti li ajuti che gli porga rimediarvi sua beatitudine; anzi, che i tristi si valeranno a suscitar le genti contra il principe loro naturale con il nome del papa, siccome si è veduto per il passato; dove che nella pace e quiete del regno sarà in potere di quelle maestà spegnere quei capi facinorosi e seduttori, e di questa maniera ridurre il restante a poco a poco e con facilità al gremio della Chiesa romana»[13].
Pio V, udendo la desolazione della Francia e i pericoli in cui gli Ugonotti metteano que' regnanti, risolse soccorrerli d'armi e denaro. Quelle affidò a Lodovico Gonzaga, duca di Nevers; ma di denari mancava, tutto avendo dato all'imperatore, a Venezia, ai Cavalieri di Malta per la guerra contro i Turchi; e durando nel proposito di non aggravare di più i sudditi. Uscì dunque con raccomandazioni, e subito vi risposero tutti i paesi d'Italia; il senato romano con centomila zecchini, altrettanto gli ecclesiastici, altrettanto lo Stato: molto i duchi di Savoja, parenti e vicini ai reali di Francia, ed Emanuele Filiberto impose ducento mila zecchini ai sudditi: centomila il duca di Toscana, altrettanti Venezia, ricevendo in pegno sette diamanti della corona: ducencinquantamila ne votò il clero cattolico. Dove ci pajon notevoli e la spontaneità di quelle offerte, che attestano come una tal guerra fosse popolare: e il dispiacere che il papa mostrava di esser costretto a cercare.
Caterina si era indotta, nel 1568, a concedere l'editto di pacificazione di San Germano, col quale veniva a riconoscere gli Ugonotti e la pubblicità del loro culto; e impalmò una sua figliuola ad Enrico re di Navarra, capo di questi. Il Parlamento negò registrare quell'editto; il popolo indignavasi del matrimonio, e viepiù quando i seguaci di esso re ricusarono curvarsi all'effigie della Madonna. Il Correr, ambasciatore veneto nel 1570, scriveva: «In Parigi il popolo è così devoto, levatone un picciol numero, e così nemico degli Ugonotti, che con ragione posso affermare che in dieci città delle maggiori d'Italia non vi sia altrettanta devozione ed altrettanto sdegno contro i nemici della nostra fede, quanto in quelle». Commetteansi eccessi contro di loro, a loro attribuivansi le pubbliche sciagure e inumani delitti, come un tempo agli Ebrei; ai loro supplizj accorreasi come a una festa, piacendosi d'atroci mutilazioni.
Crebbe l'ira contro gli Ugonotti dacchè le armi cattoliche di Spagna, di Venezia e del papa ebber rotta a Lepanto la flotta turca, e salvato da un'invasione musulmana l'Italia e l'Europa; mal soffrendo che una così segnalata vittoria si fosse riportata senza che la Francia vi concorresse. Il nuovo duca di Guisa, caporione del partito cattolico, viepiù se ne esaltò, e indispettivasi che la decretata tolleranza scemasse la sua onnipotenza, e fosse rimesso in onore l'ammiraglio di Coligny, ch'egli credeva autore dell'assassinio di suo padre. Invano Carlo IX, rinnovato l'editto di pacificazione, volle che i due emuli giurassero dimenticar le ingiurie. Il Guisa pensò ripagar l'assassinio coll'assassinio, spedienti allora pur troppo consueti[14]; e il Coligny fu colpito, non ucciso. Se la tigre assapora il sangue chi più la frena? e le fazioni son tigri. Quinci e quindi preparavasi una strage universale; il papa stesso la prevedeva, e ne dava avviso[15]: non restava che a decidere chi primo. E primi furono i Cattolici, che la notte di san Bartolomeo del 1572 assassinarono molti Ugonotti, sul cui numero corre grandissima diversità. L'esecrazione per quel fatto non potrà esser menomata da ragionamenti; ma i fatti provano che Carlo IX e Caterina ne erano innocenti, se non ignari; che dovettero consentire a quel che imponeva o il furor della vendetta o il pericolo di rimanerne vittima.