Di questi successi noi abbiamo narratore Enrico Caterino Davila (1576-1631), i cui nomi derivano dal re e dalla regina, benefattori di suo padre dopo che i Turchi l'ebbero espulso da Cipro dond'era connestabile. Nacque a Padova, fu lungamente in Francia, della quale potè veder dappresso gli scompigli e prendervi anche parte. Fedele alla bandiera cattolica, meno per credenza che per politica, sostiene continuo la fazione regia; minuzioso come chi è abituato alle anticamere, pure con occhio arguto scerne le ipocrisie de' partiti, vagheggia la buona riuscita ottenuta dai furbi o dai forti, e la strage del san Bartolomeo disapprova solo perchè non raggiunse lo scopo.

Ma che quella fosse una lunga premeditazione ogni carta che si scopre o che meglio si legge lo smentisce. Se Caterina pensò realmente toglier di mezzo il Coligny, e il misfatto crebbe a inaspettate proporzioni, ella non sarebbe men colpevole, ma in modo diverso dal vulgato. Ciò che sgomenta si è che quell'esecrabile delitto venne festeggiato, quanto vedemmo ai dì nostri alcuni altri assassinj, fin giustificati teoricamente: a Roma una medaglia fu coniata per rammemorarlo; il Vasari lo dipinse; il famoso milanese Francesco Panigarola, predicando in San Tommaso del Louvre, in presenza a tutta la Corte, congratulava il re che, dopo aver tanto pazientato, ed esposto l'onor del regno e la dignità propria a pericoli evidenti, avesse alfine restituito il manto cilestro e i gigli d'oro alla bella Francia, dianzi abbrunata; ristabilito la vera religione cristiana nel paese cristianissimo, purgato dall'infezione dell'eresia quanto è fra la Garonna e i Pirenei, fra il Reno e il Mare[16]. Il Tasso, e tutti gli scrittori del tempo magnificano quel fatto. Il Requesens, governatore di Milano, aveva scritto al granduca: De Francia tengo casi los mismos. Y me pesa mucho que non se proceda contra los hereses con el rigor que se començo, y convenia. Plazera a Dios que el rey cristianissimo tenga el fin que publica, y a su tiempo tome la occasio. Poi come ebbe notizia della strage, al 3 settembre rallegravasi seco de lo subcesso en la corte de Francia a los 24 del passado, pues la muerte del Amirante, y de las mascabeças de Luteranos, que fueron muertos a quel dia por los Catolicos. Sarà tanta falta a los Ugonotes, y abierto camino al rey cristianissimo para que, con el buen zelo que tiene, pueda allanar su regno, y asentar las cossas de la religion como convenga demas delo que esto ymportara para asentar las cossas de Flandes ecc.

E al 10 settembre: Espantome que entonces no tuniesse v. e. el aviso de la muerte del Almirante, y de los demas hereses de Francia. De que con el ordinario passado me alegre con v. e., come me alegro agora de nuevo, con la qual cessara lo de la armada de Estrozi: pues se occupara en cobrar la Rochela, y todos lo demas umores que v. e. dize que se sospechava que andavan levantandose.

E il 14: Y es con muy gran razon alegrarse v. e. con migo del buen subceso de Francia, pues siendo aquel tan en servicio de la christianidad, y occasion para que el rey christianissimo pueda asentar las cossas delle como le conviene en su regno. Me avia de caber tanta parte de contentamiento despues a ca estan estas fronteras quietas, y nos ôtros mas Plega a Dios dellevallo adelante pues lo que mas conviene es la paz entre los principes christianos, y atender solo contra los infieles, ecc.

Anche altre lettere trovammo negli archivj, di congratulazione per quel fatto, pel quale furono ordinate feste di ringraziamento in tutta Toscana e altrove, considerandola come un gran pericolo isfuggito.

Effetto immediato della strage in Francia fu il prorompere più violenta la guerra civile, la quale con variatissimi successi continuò lungo tempo[17]. Caterina, mescolata per trent'anni a que' fatti, subì giudizj affatto diversi, certo ebbe molto talento, molta ambizione, molta abilità, poca morale, badando solo al fine, qual era di salvare il trono dei Valois.

Sisto V, coll'altissimo sentimento che avea dell'autorità, dovea condannare i re eretici di Francia, ma al tempo stesso riprovare la Lega che erasi formata contro di loro. Pertanto non volle continuare i soccorsi che Gregorio XIII avea dato alla Lega, e quando la Spagna lo eccitò a mantener le promesse del predecessore, all'ambasciadore che dicea volergliene far l'intimazione a nome della cristianità egli rispose: «Se voi mi fate l'intimazione, io vi fo tagliar la testa». Insieme però nel settembre 1585 avventava la scomunica a Enrico di Navarra ed Enrico di Condè, rimasti caporioni del partito ugonotto. Il parlamento di Parigi ricusò registrar la bolla; il re di Navarra fece affiggere in Roma una protesta, ove lo chiamava falso papa ed eretico, e che lo proverebbe in un Concilio legittimamente radunato.

Sisto s'inviperì di tale atto, poi meravigliandosi che alcuno avesse tanto osato, malgrado il terrore che ispirava, prese buon concetto di quel principe; mentre d'Enrico III, altro figlio di Caterina, prevedeva che il suo carattere lo condurrebbe al punto di dover gittarsi in braccio agli Ugonotti. Così fu, e questo re che già s'era disonorato in Polonia, trovò un fanatico che l'uccise in nome della religione cattolica, come in nome della protestante era stato assassinato il Guisa.

Toccava allora la corona di Francia al re di Navarra col nome di Enrico IV, ma era costretto conquistarsela. Sono vicende famose per istorie e poemi, dove noi tocchiam soltanto di volo ciò che appartiene all'Italia. La Lega formata dai Cattolici per respinger il re ugonotto, ebbe ajuti da Filippo II di Spagna, che vi mandò Alessandro Farnese duca di Parma[18] uno de' migliori generali del mondo, e che allora guerreggiava i Protestanti ribellati nelle Fiandre. Uom positivo quanto valente capitano, non ambiva la gloria, ma la riuscita; nulla abbandonava al caso, ma colla lentezza assicuravasi i successi. Se Enrico IV gli facea dire da un araldo «Uscite dal vostro coviglio, e venite ad affrontarmi in campo aperto», egli rispondeva: «Non ho fatto tanto viaggio per venir a prender consiglio da un nemico». In fatto con sapiente inazione riuscì a vittovagliare l'assediata Parigi: come un'altra volta, accorso in ajuto del circondato Mayenne, a Caudebec ne salvò tutto l'esercito, sotto gli occhi d'Enrico.

In questi successi volea vedersi direttamente la mano di Dio. Per sostener il coraggio degli assediati, il papa avea spedito legato il cardinale Cajetano, a cui si accompagnò il milanese padre Panigarola. Questi era stato in patria scolaro di Primo Conti e d'Aonio Paleario: dotato di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni fu mandato a Pavia a studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la dissipazione degli studenti d'allora. «A poco a poco (narra egli di sè) così sviato divenne, che questione e rissa non si facea, dove egli non intervenisse, e notte non passava, nella quale armato non uscisse di casa. Accettò di più d'esser cavaliero e capo della sua nazione, che è uffizio turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi di Pavia, più forma aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però mancava di sentire in alcun giorno li suoi maestri,... de' quali, sebbene poco studiava le lezioni, le asseguiva nondimeno colla felicità dell'ingegno, e le scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon conto ne rendeva al padre, che levava il credito alle parole di quelli, che per isviato l'aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste brighe molte volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra gli altri trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e Milanesi ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte archibugiate si salvò collo schermo solo d'una colonna, ove pur anche ne restano impressi i segni»[19]. Dopo gioventù così dissipata andò francescano, e preso a modello il famoso oratore Cornelio Musso, salse anch'egli in gran celebrità; dove arrivava era accolto a battimani, e spesso costretto recitare un discorso prima di riposarsi.