A istanza di Pio V ito a Parigi, fu festeggiato, massime da Caterina regina. Tornato in Italia il 1573, continuò i trionfi, e venne fatto vescovo d'Asti nel 1587. Per verità egli non mostra conoscere nè la teologia abbastanza, nè il cuore umano; ma parla vigoroso, e forse più vigoroso declamava; donde quei grandi effetti. Da Sisto V rispedito in Francia il 1589, dal pulpito esaltava gli avvenimenti coi paragoni di Betulia liberata e di Senacherib: sul testo Ecce motus magnus factus est in mari, ita ut navicula operiretur fluctibus, confortava i Parigini a sostener que' patimenti, assomigliati a quelli di Cristo; prometteva a nome del papa un giubileo speciale: esortava a respinger la milizia inglese, «le cui crudeltà sono scritte con il sangue nei sobborghi vostri», e vendicarsi de' Politici e del re di Navarra, raffigurato in Acabbo.

Ma il Farnese morì, ed Enrico IV calcolò che il regno di Francia poteva anche comprarsi con una messa[20]. Cercò dunque riconciliarsi col pontefice; fece l'abjura: e alfine fu ricevuto all'assoluzione, imponendogli di ristabilire il culto cattolico in tutto il Bearn; pubblicare in Francia il Concilio di Trento, salvo certe modificazioni; restituire al clero cattolico tutti i beni, escludere i Protestanti da ogni pubblica carica; a lui personalmente imponevasi di sentir messa conventuale tutte le domeniche, e messa privata ogni giorno, dire il rosario tutte le domeniche, le litanie tutti i mercoledì, digiunare tutti i venerdì, confessarsi e comunicarsi almen quattro volte l'anno.

Il 15 novembre 1595 si fe la cerimonia, che pel papato riusciva un insigne trionfo dopo tante umiliazioni. In San Pietro, ornato colla massima pompa, il pontefice Clemente VIII nell'arredo più splendido sedeva sul trono, circondato da' cardinali e dalle cariche di palazzo: e con dodici penitenzieri portanti la bacchetta. I cardinali D'Ossat e Du Perron, incaricati di rappresentare il re, lessero la professione di fede, e promisero le condizioni imposte. Intonossi il Miserere, durante il quale il papa con una verga batteva or l'uno or l'altro dei due messi, e dichiarò assolto il re, e tornogli il titolo di cristianissimo. Allora proruppero i canti del gaudio, accompagnati da organi, campane, cannoni: e il papa abbracciando i due procuratori disse: «Mi reputo felice di aver aperto al vostro signore le porte della Chiesa militante». Du Perron soggiunse: «Accerto vostra beatitudine che, colla fede e colle opere buone, egli aprirà a se stesso le porte della trionfante».

Il papa anche nell'interesse mondano aveva di che esultare, poichè da quell'istante cessava di esser protetto soltanto dalla Spagna, sincera e convinta cattolica, ma dura e imperiosa, e trovava un nuovo appoggio in questa Francia bizzarra e generosa. Enrico, che pur non s'intendeva molto di libertà religiosa, meritò da Clemente VIII quell'elogio: nihil sibi de religione adsumens. E quando fu ucciso[21], Paolo V disse al cardinal d'Ossat: «Voi avete perduto un buon padrone, io il mio braccio destro»; e scrisse alla vedova Maria de' Medici una lettera di cui trovammo la bozza al Nº 4029 dell'Archivio Mediceo: «La morte del re Enrico, che sia in gloria, essendo caso così grave e acerbo che eccede ogni esempio, dovrà credere la maestà vostra che sia altrettanto grave ed acerbo e con ogni eccesso d'amore il dispiacere con che sentiamo ancor noi questa disgrazia, la quale tanto più punge e ferisce l'animo nostro, quanto che partecipandone così gran parte, non conosciamo che questo rispetto possa diminuire in lei il suo dolore ecc.»[22].

Noi ci limiteremo a riflettere come Caterina proclamasse la tolleranza religiosa, e i Cattolici vi si opposero fino a proromperne la guerra civile: Carlo IX rinnovò l'editto di pacificazione, e vi rispose la micidiale notte di san Bartolomeo: Enrico III non vi riuscì per opposizione della Lega: Enrico IV potè stabilirla mediante l'editto di Nantes, che però fu revocato da quel che i Francesi chiamano il gran re. Se ne argomenti qual concetto s'avesse della tolleranza religiosa.

DISCORSO XL. ERETICI A NAPOLI.

Degli eterodossi nel Napoletano largamente discorremmo, parlando del Valdes e di Galeazzo Caracciolo, e più nel Discorso XXXII sopra l'Inquisizione: non ci resta dunque che spigolar alcune cose ommesse.

I primi semi della dottrina luterana diconsi sparsi dai soldati che aveano menata a orribile strazio Roma, e che colà passarono per iscacciarne il Lautrec e i Francesi. Nel 1536 Carlo V vi pubblicò un rigoroso editto che vietava ogni pratica coi Luterani, pena la vita e la confisca[23]: e già all'uopo stesso nel 1533 vi si erano stabiliti i Teatini, i quali vedemmo attenti sopra le dottrine sparse dal Valdes. Pure nel 1536 vi predicò l'Ochino in San Giovanni Maggiore, sentito con grand'attenzione da esso imperatore. Ma partito questo, il governatore Toledo, al quale esso avea raccomandato di badare non si propagasse l'eresia, non lasciogli continuar le prediche se prima non dichiarasse in pulpito chiaramente le sue opinioni circa i punti controversi. Il frate seppe schermagliar di modo, che potè continuare il quaresimale, e partendo lasciò molti imbevuti delle sue dottrine «i quali poi con la mutazione della vita furono detti spiritati»[24], o piuttosto spirituali, titolo che spesso vediam loro attribuito.

In occasione d'un grave tremuoto al 7 agosto, il popolo gridò fosse castigo di Dio contra gli eretici, onde molti furono detenuti dalla Corte dell'arcivescovado. Pure nel 1539 tornò a predicarvi l'Ochino nel duomo[25], e il Castaldo dice che «le sue prediche diedero campo e ragione a molti di parlare della santa scrittura, di studiare gli evangeli, e disputare intorno la giustificazione, la fede e le opere, la potestà pontificia, il purgatorio e simili altre difficili questioni, che sono de' teologi grandi, e non da esser trattate da' laici, e massime di poca dottrina e di minime lettere. Ed io dirò cosa che parrà incredibile ed è pur verissima, che insino ad alcuni coriari della conceria al Mercato era venuta questa licenza di parlare e discorrere dell'epistole di san Paolo e dei passi difficultosi di quelle, e come in ogni parte d'Italia dove avea predicato, così anche in Napoli lasciò partendo alcuni fedeli discepoli».

«Nella invasione che sopportò l'Italia degli eretici luterani sotto il Borbone, dice il Bernino[26], ritrovavasi già o infetto o dispostissimo alla infezione il regno di Napoli quando colà giunse Giovanni Valdes... sovversore miserabile di quel popolo. Conciossiachè egli profondamente eretico luterano, ma altrettanto bello d'aspetto[27], grato di maniere e, ciò che rende più attrattiva la bellezza, fornito di vaga erudizione di lingue, pronto di risposte e studioso della sacra scrittura, annidatosi in quella metropoli, ebbe uditori in copia e seguaci in fede».