Anche nella vita di Galeazzo Caracciolo (Ginevra 1587) è detto che il Valdes, «avendo qualche conoscenza dell'evangelica verità, e sopratutto della dottrina della giustificazione, aveva cominciato a trarre alcuni nobili, coi quali conversava, dalle dense tenebre, rifiutando le false opinioni della propria giustizia e dei meriti delle buone opere, e per conseguente dimostrando molte superstizioni». Giosia Simler protestante scrive pure che il Valdes «guadagnò moltissimi e massimamente dei nobili, a Cristo, e vi fu in quel tempo nella città di Napoli una comunità non ispregevole d'uomini pii».
Contano fra i pervertitori di que' paesi Marcantonio Flaminio, che, secondo il Bernino «si diè alla predicazione della vita spirituale pel territorio di Sessa e di Caserta», oltre il Carnesecchi e il Vermiglio, che a Napoli era abate degli Agostiniani in San Pietro ad Aram: il Giannone aggiunge che esso Vermiglio ebbe tanto credito e concorso di gente, che, chi non v'andava, era riputato mal cristiano[28]. Tra' costui auditori e settarj memorano Francesco Caserta, che poi trassesi dietro il marchese Caracciolo; Benedetto Gusano da Vercelli: Giovanni Montalcino «gran lettore delle epistole di san Paolo»[29], Lorenzo Romano siciliano.
Per cura de' governanti le conventicole cessarono, anche prima che il Valdes morisse circa il 1540. In quest'anno il Carnesecchi avea già letto il libro del Benefizio di Cristo, forse ancora manoscritto, e che certamente era stampato nel 1543 a Venezia, e molto fu diffuso nel reame. Allora racconta il biografo di Galeazzo Caracciolo che infestavano il regno di Napoli alcuni Ariani e Anabattisti, «i quali, veduto che Galeazzo non aveva ancor raggiunto la piena cognizione delle Scritture, non tralasciarono nulla per insinuargli i loro dogmi falsissimi». Ma egli conversò quotidianamente coi discepoli del Valdes «che in Napoli erano numerosissimi, e che nella cognizione della verità cristiana non erano progrediti oltre l'intelligenza dell'articolo della giustificazione e lo schivare alcuni abusi del papismo: per altro usavano alle chiese, udivano messa, partecipavano alle consuete idolatrie». Esso li seguì alcun tempo, e ciò l'avrebbe certamente rovinato, come altri rovinò, i quali arrestati per motivo di religione, mancando de' primarj fondamenti si ritrattarono, come avvenne al Caserta ch'era stato il principale stromento della conversione del Caracciolo.
Allora furono proibiti varj libri che prima eransi stampati liberamente, quali esso Benefizio di Cristo, il Sommario della Scrittura, opera di Melantone; e nel largo davanti la porta dell'arcivescovado furono bruciati, dopo una predica del domenicano Ambrogio de' Bagnoli. Il Castaldo che lo racconta, assicura che dopo d'allora non s'intese che alcun più li tenesse, e chi parlava della santa scrittura lo facea con più modestia e sobrietà. Poi una nuova prammatica del 1545 sulla censura de' libri, e la soppressione di alcune accademie fecero svanire lo studio di quelle curiosità[30].
Al Caracciolo avvenne altrimenti, perchè, venuto in Germania per gl'incarichi suoi, prese ad operare più intrepidamente che non i Nicodemiti che avea lasciati in Italia, e principalmente gli giovò Pietro Martire Vermiglio, che allora dettava in Argentina. Istrutto da costoro, tornò a Napoli, ove ai seguaci del Valdes predicò l'obbligo d'astenersi dall'idolatria, ma non gli diedero ascolto, non approvando essi la dottrina che promette afflizioni, persecuzioni, perdita di beni e di onori, abbandono della casa, della patria, della famiglia per servir Dio[31].
Che cosa di lui seguisse il vedemmo: qui riferimmo tali rimproveri del Balbani per indizio dello stato delle chiese eterodosse nel reame. E anche il Vergerio dice che il Valdes lasciò «molti discepoli, uomini di corte: che se una parte di essi è riuscita netta e calda, l'altra è restata con alcune macchie, fredda e paurosa. Dio la scaldi e la faccia monda».
Contro i triumviri della repubblica satanica (come Antonio Caracciolo qualifica il Valdes, Pietro Martire ch'è dice Cacomartire e l'Ochino) avventossi san Gaetano; andava o mandava ad ascoltarli, e non potendo più dubitare de' lori errori, li denunziò al cardinale Teatino; rivelò ai Napoletani la ipocrisia di costoro, che in veste d'agnelli aveano contaminato la Campania, e le indegnità commesse nelle loro conventicole, dove andavano mescolati uomini e donne; onde i capi fuggirono. Forse era tra questi il marchese Gianbernardino Bonifazio d'Oria, del quale raccontammo a p. 327 del volume II, e al quale a Danzica sul Baltico fu posta una lapide che narrava qualmente in medio hispanicæ inquisitionis furore[32], agnita ex scriptis Melanchtonis evangelii luce, paulo post exuli voluntario, ac primo Venetias, dein ob irati pontificis insidias per Helvetiam in Germaniam et ad wormatiense colloquium delato, morì ottagenario nel 1597, Bonifaciorum ultimus.
Il biografo di san Gaetano racconta che questi «co' suoi ebbe grande omaggio dai pii, e concorsero a San Paolo, chiesa de' Teatini, innumerabil quantità de' principali nobili e del popolo, acciocchè quivi ricevessero i sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, e udissero Gaetano e Giovanni Marinone che a vicenda predicavano sulle cose celesti, senza pompa di parole ma con egregio profitto di virtù».
Non è però a credere che ogni seme dell'errore fosse divelto nel regno. Già nominammo (vol. II, pag. 329) Francesco Romano che v'avea partecipato, ed era fuggito da Napoli ove gl'inquisitori lo citavano: a Roma presentossi al cardinale Teatino, denunziandogli gli eterodossi del napoletano, fra cui persone qualificate: indi fece pubblica abjura a Napoli e a Caserta.
Come la inquisizione spagnuola fosse respinta dai Napoletani[33] vedemmo nel Discorso XXXII, ove d'altri miscredenti s'è parlato.