Ottaviano Riperta vescovo di Terracina, nunzio apostolico, venuto colà a salutare in nome del santo padre gli ambasciadori svizzeri, non lasciò alcuna via intentata a convertir gli eretici, ma con poco frutto, e le stesse donne Barbara Muralto, Caterina Rosalina, Lucia Bellò, Chiara Toma sostenner dispute con esso. Vuolsi ch'egli insistesse per più severo castigo; ottenne l'estremo contro il calzolajo Nicolò Greco bestemmiatore, e che fosser arrestati i più riottosi. Barbara Muralto doveva essere fra questi; ma la sua casa attigua al lago, in tempo delle fazioni era stata fabbricata in modo da poterne fuggire per una porta cieca. Comparso dunque il satellizio, ella, alzatasi di letto, chiese d'andar a vestirsi, e fuggì. Gli altri dovettero disporsi ad abbandonare la patria coi beni e le famiglie. Congedatisi dai lor cari e fin dai più stretti parenti e dalle mogli, censettantatre persone d'ogni età ai 3 di marzo varcarono il Sanbernardino, indugiandosi alcun tempo a Rovereto nella Mesolcina finchè prendessero accordo cogli Svizzeri. I Grigioni offerser loro libero ricetto, e in fatti l'accettarono un Besozzi, Leonardo Bodetto, Giovan Antonio Viscardi colle loro famiglie. I più si stabilirono a Zurigo, tam hilares, tam læti ac si ad nuptias aut festum aliquod properarent, dice il Duno. Questo locarnese vi si segnalò come medico, godette l'amicizia del famoso naturalista Gessner, stampò varie opere, e tradusse in latino alcune dell'Ochino e dello Stancario.

Altri ne giunsero colà quando il senato di Milano, informato che alcuni sudditi svizzeri, banditi da Locarno per causa di religione, si erano ridotti ad abitare nel dominio milanese, ordinò fra tre giorni dovessero abbandonarlo, sotto pena della vita.

I Zuricani fecero partecipi i poveri delle limosine pubbliche; permisero erigesser una chiesa italiana nel tempio di San Pietro, con proprio pastore, che fu Giovanni Beccaria, il quale si conformasse ai riti e ai dogmi del Cantone, giurasse obbedienza al magistrato e al sinodo: provedendolo di cinquanta zecchini, cenquindici brente di vino, diciotto moggia di grano e due di avena; pel quale servizio mandavansi da Berna duemila cinquantanove fiorini, censessanta da Basilea, trentatre e mezzo da Bienne, altri da Losanna.

Pure il loro modo di vestire e il linguaggio e il vivere strano li facea ridicoli al vulgo. Poi presto gittossi zizzania fra il Beccaria e il Bullinger, onde quello cessò da pastore, e sottentrogli l'Ochino, che, a poco andare, come eretico ne fu cacciato. Anche Anton Maria Besozzi nel 64 fu posto in carcere per aver enunciato dogmi contrarj ai dominanti. Nè i Locarnesi ebbero più ministro proprio, e dovettero pagar la decima di tutte le eredità, contro quanto erasi prima stipulato.

Sobborgo degli Italiani fu detto quello dove prese stanza la comunità di Locarno in Zurigo, gli atti della quale erano tenuti da Lodovico Ronco. A Locarno per qualche tempo nessun voleva comprare la seta, raccolta sui poderi di questi eretici: onde Francesco Orelli ne mandò di molta, invece di denaro, al fratello Luigi. Il quale ne aprì magazzino a Zurigo, e introdusse telaj e stoffe non più vedute colà: donde cominciarono il prosperamento di tale arte e le piantagioni dei gelsi. Le case dei Duni, degli Orelli, dei Muralti, de' Pestalozzi produssero poi personaggi benemeriti della scienza e dell'umanità.

Che la pieve di Locarno non restasse affatto mondata ce lo pruova il vedere che, attorno al 1580, il papa trovò bisogno di commetterla alla particolare ispezione del vescovo di Novara Speziano. San Carlo volea fabbricarvi un seminario, e desistette solo perchè Bartolomeo Papio d'Ascona lasciò venticinquemila scudi d'oro, in cartelle s'un Monte di Roma, che ne fruttavano milleducento l'anno, acciocchè in Ascona si erigesse un collegio, dove allevar alcuni figliuoli poveri del paese; collegio ch'egli nel 1582 ponea sotto la tutela di Gregorio XIII, il quale nominò suo rappresentante l'arcivescovo Borromeo[107].

Nella val Mesolcina, dov'era già stata sparsa da Giovanni Fabrizio Montano, capo di tutta la chiesa retica, il Beccaria avea fatto grand'opera onde stabilire la nuova fede. Fermatovisi poco, era passato, come dicemmo, a Zurigo coi Locarnesi, ma allorchè questi preser a capo l'Ochino, tornò a Mesocco, sotto il nome di Kanesgen. I Cattolici di questa valle cercarono ogni modo di sturbarlo, ed egli scriveva al Bullinger: «Le cose della religione qui son tollerabili, grazie a Dio, benchè i papisti non cessino di tumultuare. Dai quali però io non credo dovere temer nulla, perchè son certo d'essere curato da quello, senza la cui volontà non si torce un capello. Quanto ai buoni, ne fui accolto umanissimamente. Sovra tutti mi colma di cortesie il signor Antonio Sonvico eletto console, che non immemore delle vostre esortazioni, s'adopera a propagar l'evangelo di Gesù Cristo. Così Dio lo prosperi! Me e la chiesa mia vogli raccomandar a Dio. Finora sono molto più coloro che avversano il Vangelo, benchè abbiansi a dir piuttosto atei che di alcuna religione. Potente è Iddio ad aprir i loro cuori. Mesocco, 17 maggio 1559».

A Rovereto si era messo Giovanni Antonio Viscato, detto il Trontano dalla patria, e vi piantò una chiesa. Se ne conturbarono i Cattolici: e i cinque Cantoni, temendo la propagazione dell'eresia, e che i Locarnesi rimasti in patria non prendessero coraggio a rianimar la loro fazione, instavano presso i Grigioni affinchè fossero sbanditi. Vinse la parte contraria, e l'aprile 1560 fu legalmente permesso al Beccaria di restar a Mesocco, e istruir fanciulli. Crebbero così quelli che, abbandonata la messa, adunavansi in case private per udir la predica; poi pretesero due delle cinque chiese che eran nella valle, e le ottennero dalla Dieta. Ma i cinque Cantoni insistettero a segno, che si diede libertà ai Comuni della Mesolcina di ritenere o rimandare il Beccaria: e in questi adunati prevalse il voto di congedarlo, con arbitrio però d'elegger altro ministro. Allora il Beccaria andossene a Chiavenna, e ne scriveva a Fabrizio Montano: «Dopo lunga e grave disputa con questi nemici di Cristo, vinse la parte di mandarmi via, patto però che i fratelli possano aver un altro predicante. A dirti il vero, vedendo in che stato erano le cose nostre e quanta l'ingratitudine dei più, mi rallegro che Dio m'abbia offerto occasione d'andarmene, prima che mi vi costringessero il bisogno e la miseria. Dopo la morte del magnifico Antonio e del commissario suo fratello, questa Chiesa restava talmente sprovvista d'uomini e mezzi, che a stento v'era da mantener il pastore... Ho dunque per benefizio del Signore che m'abbia liberato da tale trambusto e dalla misera colluvie del popolo... Mia moglie già da sei mesi sta a Locarno, dove fu costretta recarsi per la perduta salute: in breve tornerà, per dir addio a questo gratissimo popolo» (15 novembre 1561). Il Beccaria per altro di tempo in tempo rivedeva Mesocco, finchè per forza ne fu cacciato a istanza di san Carlo nel 1571.

Questo santo addoloravasi del progresso dell'eresia in paesi contigui alla sua diocesi; onde fattosi a Roma nel 1582, n'ebbe titolo di visitatore pei paesi svizzeri e grigioni, anche sottoposti all'ordinario di Como. Non fu autorità a cui non avess'egli ricorso per ajuto in questa legazione: ai re di Spagna e d'Inghilterra, a Rodolfo imperatore, ai Cantoni cattolici, al vescovo di Coira, al duca di Savoja, ai Veneziani. Era il tempo che più ferveva la nimistà fra Cattolici e Riformati in Francia e in Inghilterra; a Parigi prevaleva la Lega che cacciò il re, e ch'era sostenuta dalla Spagna; per mezzo della quale il duca di Savoja sperava in quell'occasione recuperare Ginevra e i paesi toltigli dai Bernesi, come tentò; ma non si potè impedire che gli Svizzeri facessero alleanza colla Francia, e vi si unissero i Grigioni, a gran dispiacere de' Cattolici. Pertanto il Borromeo, scrivendo al Castelli vescovo di Rimini nunzio pontifizio in Francia, perchè intercedesse da re Enrico sicurezza e libertà a lui ed ai preti, «Fate però (gli diceva), che i Grigioni non sentano che io ci vado qual legato del papa; questo sol nome ogni cosa perderebbe. Si dica un privato mio viaggio; col qual titolo, senza scemare il frutto, consolerò quei popoli. Ben i Cattolici mi desiderano, e gli eretici stessi mi mostrano qualche deferenza ed amore; onde nutro speranza non mi si attraversino impedimenti; solo ho paura che i profughi dall'Italia non mi guastino ogni cosa. Son costoro sentina di vizj, nè solo eretici, ma molti apostati, e del resto facinorosi e perduti, che appena udranno trattasi di sostenere la religione cattolica e vedranno maturare i primi felici semi, temendo essere sterminati, daranno in furore, metteranno fuoco ne' capi per ritardarmi o impedirmi ogni buon effetto.... Principalmente sarebbe a curare che dall'intollerabile giogo degli eretici venissero sollevati i Cattolici di qua dall'Alpi. Poichè, quando sortiscono magistrati eretici, se anche non facciano ad essi aperta violenza, pure mostransi vogliosi di svellere la religione; danno pessimi esempj come scellerati ministri del diavolo, non lasciano la libertà di cercare o ritenere probi e religiosi sacerdoti, che avviino sul calle della salute: vietano agli esteri, tuttochè ottimi, d'andar colà, mentre fanno arbitrio di rimanervi a uomini empj e perduti. Poichè il re può tanto presso i Reti, gioverebbe che, senza far mostra d'essere da me officiato, vi s'adoprasse; e la signoria vostra potrebbe suggerire ad Enrico uno scrupolo che pungesse e lui ed i Grigioni: mostrare cioè qual danno potrebbe uscirne se mai tanti, oppressi dalle calamità e stancati dal giogo, macchinassero alcuna cosa e si ribellassero»[108].

Con Francesco Panigarola francescano, famoso predicatore, e col gesuita Achille Gagliardo riassunta la visita, il Borromeo fu di nuovo a Lugano, poi a Tesserete, consolato dalla pietà di quei terrazzani, ove di cinquecento confessati, neppur uno trovossi in colpa mortale[109]; per Bellinzona si condusse a Rovereto nella Mesolcina.