[157.] Secondo Lebret, Staatsgescichte von Venedig II, parte II, pag. 1168.

[158.] Melanchtonis epist., T. I, pag. 100, e vedi Allwoerden, Hist. M. Serveti, p. 34.

[159.] Pier Filippo Pandolfini, residente di Toscana a Venezia, ai 17 giugno 1546 scrive d'aver raccomandato al senato M. Francesco Strozzi, e n'ebbe in risposta dal principe che quei signori erano certificati esser lui innocente, e falsamente imputato d'eresia. E in altra del 23 luglio, che lo Strozzi avea detto villanie al legato e minaccie, e con ciò ritardato la decisione. Più tardi annunzia che fu liberato. Lo stesso scrive, ai 7 maggio 1547, che i Signori hanno creato tre uomini dei primi della città, che insieme col nunzio procedano contro a' Luterani. Arch. Dipl. di Firenze.

[160.] Lettera di Valerio Amanio, 30 maggio; ibid.

[161.] Cioè di Padova, Brescia, Cividal di Belluno, Vicenza, Bergamo, Feltre, Verona, Treviso, Udine, Chioggia, Adria, Capodistria.

[162.] Giudizio sopra le lettere di XIII uomini illustri.

[163.] Manuscritto nella libreria di Zurigo.

[164.] Il Romanin, nel vol. V, pag. 328 della sua Storia di Venezia, rimprovera me dell'aver detto che Venezia fu severa e fino atroce nel punire gli eretici. Parli il fatto. Il Romanin era ebreo, e non poteva intender bene l'organamento cristiano, troppo poco conosciuto anche da' nostri. Egli dunque, a mostrare la mitezza del Governo veneto, cita i molti riguardi usati agli Ebrei. Che ci ha a fare? gli Ebrei non cadeano sotto la giurisdizione dell'Inquisizione o della Chiesa cattolica (lo dicemmo) se non in quanto tentassero fare proseliti.

[165.] Questo dispaccio dell'ambasciatore Matteo Dandolo, da Roma, 15 giugno 1550, trovasi nella Biblioteca di Brera.

«Excellentissimi Domini. Lunedì poco dopo vespero, venne a me il reverendo Mignanello, già legato de lì, che è quello che, fuor che di cose di Stato, fa per la santità sua più che alcun altro, e mi disse, che ella me lo avea mandato per farmi intendere che quella mattina in concistoro quattro reverendissimi cardinali de' più vecchi e più gravi gli erano andati alla sedia a far grave querimonia de Luterani, che si trovano per il stato dell'Ecc. vostra, e della poca cura che se gli mette, proponendogli et eccitandola a volerne far lei qualche gagliarda provisione con mandargli un legato a posta per questo, o tutto quello, che gli parrà, per non lasciare andare più innanti in simili luoghi sì propinqui, tanta peste; che lei gli avea promesso e la buona diligenzia di quell'eccellentissimo domino, et ogni provisione necessaria o conveniente, ma che me lo avea voluto mandare a far intendere per lui, pregandomi a scriverne in calda forma, offerendogli l'opera sua, e di mandargli Legato o Prelato a posta, e qual altra cosa se gli saprà dimandare; ricordandogli, per il grande amore che porta a quel Stato, oltra il debito suo servizio al Signor Dio, quanto che gli può nuocere indubitatamente del particolare e temporale, et a non volersi fidare in questo de' suoi cittadini delle sue terre, perchè si può ben dubitare che l'Ecc. vostre non siano amate da tutti. Io per risposta gli dissi di quelle cose che altre fiate a Sua Santità ho detto, e di quel dignissimo Magistrato contro Luterani, e di quanto se gli opera con l'assistenzia de' suoi legali et auditori di essi; che sua signoria che gli è stata, ben lo potea giustificare: che di Venezia io ne ero quasi sicuro, ma di altri luoghi di quel Stato non sapevo altro, salvo che mi pareva di poter prometter, che da quell'amplissimo Magistrato non se gli manchi, nè se gli sia per mancare, sì che non potrà essere bisogno nè di Legato, nè di altro prelato; che l'Ecc. vostre non mancheranno del debito e solito loro verso il Signor Dio e cose sue, ma che io non mancherei di scriverglielo per il primo corriero; del che, se ben me ne avea fatta pressa, mostrò di contentarsi che io non glielo avessi ad espedire altrimenti a posta. Da buona via poi ho inteso, buona parte causa di questo essere stato alcuni frati inquisitori, che qui riferiscono cose grandi di Bressa, e forse anco maggiori di Bergamo; tra le quali di alcuni artesani, che vanno la festa per le ville, e montano sopra i alberi a predicar la setta luterana a popoli e contadini, e dicono esserne un processo da Bergamo già più di un anno mandato all'Ecc. vostra giustificatissimo contra simili, i quali non ne sentendo alcuna contraddizione, non che castigo, si sono invaliditi, e vanno continuando al peggio che ponno..... Nel fine mi disse, che quasi si era scordato di parlarmi di cosa molto importante. E mi entrò in questa, ma con gran dolcezza e dimostrazione di amorevolezza, con dire che gli convenia ben quest'ufficio per l'amor di Dio, ma lo facea anco per amor di quel Stato, pregandolo a voler avvertire in ogni modo, perchè gli ne potrebbe andar assai, e che quando gli vorrebbe provveder poi non potrebbe. Allegando l'Imperatore, che con un segno di croce nel principio si sarebbe potuto provvedere, e con non se ne aver curato, si può dire ne sii venuto a perder l'imperio, ch'el non sa che fare, nè che dire lì ove si attrova, nè come partirsi; che è pur più grande Stato assai quello che gli ubedia, che non è quello dell'Ecc. vostra replicandomi dirlo con non manco amore verso di quelle, che del suo debito verso il Signor Dio. Devenendo ai particolari massime di Bergamo e poi di Bressa, che di essa sa esser noto a quelle. E poi disse anco di Padoa, che quasi non ne può aver pazienzia, che in quel studio, ove sono tanti scolari teneri e nobili, si possono fornire di questa detestanda dottrina; della qual Padova io gli dissi, per haverne molta pratica come privato e in Reggimento che gli son stato, non ne aveva mai sentito parola. Mi disse, Non la trovareste così ora; so ben quel ch'io mi dico, ma per il vero di quel studio qui per molti è diffamato di tal setta un dottor piemontese, conduttovi già non molto tempo a uno de' primarj luoghi di legge. E lei continuando mi disse: Offerite a quei signori se gli paresse, che gli mandassamo o qualche prelato espresso per questo, o qual provisione che vogliano, che non ci sparagnino in quel che potemo, che noi non se gli sparagnaremo punto. Pregateli per l'amor di Dio, in nome nostro, per l'amor di Dio e per l'amor di loro, che sapemo ciò che gli dicemo. E per non mancar di quel tanto che per ora potemo, facevo ritornar il vescovo di Verona, che a nostro servizio stava in Alemagna, a custodire quella terra, che non s'infetti anche essa tra tante tanto infette. — Io laudai la santità sua del paterno e debito affetto alla religione, e la ringraziai di quello che la dimostrava a quell'inclito Stato, replicandogli le cose sopra dette di quel dignissimo Magistrato, e della diligenzia che in quell'alma città si usa, e che io non credevo si mancasse di usarla anco in quelle altre città sue; nondimeno che io non mancherei di scriverglielo diligentemente come la mi commettea, promettendogli diligenzia tale dell'Ecc. vostra che non gli sarebbe bisogno di altro Prelato per questo; ma gli offrirei quelle paternali offerte che la gli facea; e così me ne pregò di novo».