[202.] Venezia 1670, cap. 116.

Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (Secreta 27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia). E passando a quei giorni don Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel leg. 1308 dei manuscritti negozj di Stato nell'Archivio di Simanca.

[203.] Conosciamo una relazione che il vescovo, dappoi cardinale Bolognetti, dirigeva a Camillo Paleotto intorno alla nunziatura che, regnante Gregorio XIII, sostenne nel Veneto. Incaricato di farvi la visita apostolica, gravissime difficoltà incontrò per parte della Signoria, ma con modi insinuanti e prudenti riuscì a comporre le differenze. Gliene seppero mal grado alcuni curialisti, e nominatamente il cardinal Gallio segretario di Stato, che avrebbero voluto un procedere più risoluto: talchè fu richiamato. Egli si giustifica mostrando come colle cortesie, col rispetto, col temporeggiare s'ottenga ben più che colle violenze, principalmente verso principi cristiani; e come avesse conseguito veri vantaggi col sopprimere una scomunica, voluta da zelanti che poco bene servivano alla causa del papa.

[204.] A Clemente VIII, ambasceria veneta straordinaria. Pubblicato dal Fulin, per nozze, nel 1865.

[205.] Statuti dell'Inquisizione di Stato. Supplemento I, art. 3.

[206.] Wicquefort, L'Ambassadeur, p. 416.

[207.] «E se li detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all'interdetto ecclesiastico la città di Venezia e l'altre città, pronunciandole e dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre, castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e oratorj, ancorchè privati, e cappelle domestiche, non possano celebrarsi messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l'avvenire in particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica soggette, e se bene sono di jus patronato, eziandio per fondazione e dotazione o per privilegio apostolico dell'istesso doge e senato...

«Ed oltra di questo, priviamo e decretiamo che restino privati gli suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se alcuno ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o altre chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i quali in generale o in particolare sono stati forse loro concessi in qualsivoglia modo da' sommi pontefici nostri predecessori, di procedere in certi casi per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa forma prescritta le cause loro. E niente di meno, se detti doge e senato persisteranno più lungamente pertinaci nella contumacia loro, riserviamo a noi e successori nostri pontefici romani nominatamente e specialmente la facoltà di aggravare e riaggravare più volte le censure e pene ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti loro, e contro a quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo gli favoriranno o daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare altre pene contro li stessi doge e senato, e di procedere secondo la disposizione dei sacri canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante qualsivoglia costituzioni e ordinazioni apostoliche e privilegi, indulti e lettere apostoliche alli detti doge e senato, o qualsisia loro persone concessi in generale o in particolare, ed in ispecie disponenti che non possano essere interdetti, sospesi o scomunicati in virtù di lettere apostoliche, nelle quali non si faccia piena ed espressa menzione di parola in parola di tale indulto, ed altrimente sotto qualunque tenore e forme, e con qualsivoglia clausola eziandio deroganti alle derogatorie, ed altre più efficaci ed insolite e con irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con facoltà di assolvere nei casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a quelli in qualsivoglia modo, da qualunque sommi pontefici nostri predecessori, e da noi e dalla sede apostolica, in contrario delle cose sopradette, concesse, confermate ed approvate».

[208.] Paolo V e la Repubblica veneta. Giornale quotidiano. Vienna 1859. È un estratto, fatto forse per uso d'uffizio, degli atti passati in quel tempo, non già note giornaliere d'un testimonio, come parrebbe indicare il titolo; tace quel che non fa al suo intento, come si vede da quel che vi supplì l'editore Cornet. Nel giornale nè nei supplementi non v'è pur cenno dei tentativi di apostasia di cui parleremo.

[209.] Galileo Galilei da Venezia l'11 maggio 1606 scrive: «Jer sera furono mandati via li padri Gesuiti con due barche, le quali dovevano quella notte condurli fuori dello Stato. Sono partiti tutti con un Crocifisso attaccato al collo, e con una candeletta accesa in mano, e jeri dopo desinare furono serrati in casa, e messovi due bargelli alla guardia della porta, acciò nessuno entrasse o uscisse dal convento. Credo si saranno partiti anche da Padova e di tutto il resto dello Stato, con gran pianto e dolore di molte donne loro devote».