Nella riconciliazione poi dicemmo come si procedesse in modo che, nè da una parte apparisse ostinazione puntigliosa, nè dall'altra insubordinatezza.

Che se Francia e Spagna avessero veduto nel senato veneto una rivolta contro al pontefice, un atto scismatico, si sarebbero elle interposte per un accordo? Eppure in questo si volle un atto di devozione.

[234.] Morosini, Storia, lib. 18, p. 699. Nel 1657 fu legalmente riconosciuta una comunità evangelica della Confessione Augustana, esente dalla giurisdizione del Sant'Offizio, e con diritti che durarono quanto la Repubblica, e furono confermati dai Governi successivi. Prima tenne cappella nel fondaco de' Turchi: dopo il 1812 esercitò libero culto in quella che già era scuola dell'Angelo Custode ai Santi Apostoli. V'è stabilito l'ordine presbiteriale. Il predicatore o pastore, dipendente dal concistoro di Vienna, è eletto a maggioranza di voti, e così gli anziani che presiedono all'amministrazione della Chiesa, del culto, delle limosine. Le spese sostengonsi con un'imposta ai capi famiglia.

[235.] Lettera LXV, 5 luglio 1611 e LV e XI, XII al signor dell'Isola.

[236.] I Monita secreta si supposero scritti dallo Scioppio, ma pajono piuttosto di Girolamo Zaorowsky, polacco, espulso dalla Società il 1611; certo sono anteriori al 1613, in cui ne fu stampata una confutazione del padre Jacobo Gretzer. Del satirico Scoti nella Monarchia solipsorum, che è il libello più accannito contro i Gesuiti, non accenna i Monita secreta: eppure nel capo X tratta delle Leges solipsorum, e dice queste in quinquagena volumina ingentia excrescere, abitura in infinita, nisi moderatio interest. Continent autem varia decreta, tum ad universam monarchiam spectantia, tum monarcarum (cioè i prevosti generali) singularia rescripta, admirandarum plena industriarum et præceptionum circa singula genera rerum, numerum personarum, et quæ sub generibus sunt singularum. E ne riconosce come fondamenti, 1º il venerar il loro prevosto generale più di qualsiasi persona; 2º l'affaticarsi per soggiogargli l'intero mondo.

[237.] Nelle lettere informa ogni tratto de' ripullulanti litigi di giurisdizione di Roma colle varie Potenze. Per es. nella LXV: «In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l'arcivescovo lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L'arcivescovo pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la porta del vescovato, con un editto di pena del laccio a quelli ch'erano di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano controversie, e che essi per tutto le perdono».

Nella LXXIV: «Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch'è un luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».

Nella LXXV: «Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero: ma questo so ben certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli luoghi del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali. Ha ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza, feudo della chiesa d'Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto rumore, che s'avrebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro richieste al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli per Italiani; la seconda, che le cause anche in seconda instanza siano giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti i vescovati delli Stati suoi d'Italia; e la quarta, che, in luogo delle spoglie di Spagna, si statuisca un'intrata annuale ordinaria, e non si faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta persona espressa, che viene per sollecitar l'espedizione, e di Roma mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le dimande sono contra coscienza».

«L'altro giorno è stato carcerato per il Sant'Officio l'abbate di Bois francese dell'ordine de' Celestini per ordine della regina, per esser quest'uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato pubblicamente cose in pregiudicio della religione: e quello che gli ha cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda de' Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio e la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest'uomo gran seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio per servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l'hanno benissimo trappolato, e sì bene, che la passerà male, non avendo alcun appoggio, e malissimo veduto dall'ambasciatore di Francia; e li Gesuiti faranno ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di sparlar di loro: perchè tra le altre cose si affatica a più potere a dare da intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano cagionata la morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno avrebbono potuto fare qualche segnalato risentimento contra di loro. Io pronostico, che questo pover'uomo debba correr la fortuna di frà Fulgenzio cordeliere, e prego Dio che gli abbia misericordia».

Nella LXXVI: «Già diedi conto a vostra signoria della cattura dell'abbate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che allora non sapeva, che il pover'uomo, forse dubitando di quello che gli è avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un salvocondotto del pontefice; con quello se ne andò, e si credette esser sicuro; ma nè è il primo, nè sarà l'ultimo, che si fiderà di chi professa non esser obbligato a servar fede. La cattura si scusa dalla Corte con dire, che il salvocondotto pontificio non si cura dell'Inquisizione. Fu preso il dì 10, e il 24 fu impiccato pubblicamente in campo di Fiore; ma la mattina per tempo fu immediate levato dalla forca, e portato a sepellire, senza che si possa penètrare che cosa significhi questa mistura di pubblico e d'occulto. Certo è che l'ambasciadore del re ha parte in quella morte».