Una buona Historia dell'Escomunica fu fatta e non stampata dal senatore Antonio Querini, che la chiude con dodici ammaestramenti. Eccone alcuni:
II. La guerra ove si tratta di religione, anche in maschera o apparenza, è sempre pericolosissima, perchè mette sue radici nelle parti più vitali dello Stato.
III. Il pontefice in tutte le sue contese, per esorbitanti che siano, ha grandissimo avantaggio, avendo sempre molti principi temporali che lo favoriranno, e per acquistarsi merito con esso, e per opprimer gli Stati contrarj sotto titolo di zelo religioso.
IV. Nessuna cosa può metter in maggior pericolo la libertà pubblica che il non aver buona intelligenza col pontefice.
VI. La riuscita di questo negozio non deve dar norma nè esempio per regolar nell'avvenire le nostre azioni in simili accidenti; perciocchè, oltre il proverbio che non è deliberazione più pericolosa di quella che vien regolata coll'esempio, perchè basta un minimo accidente per rendere il successo differentissimo, non si avrà sempre un pontefice di animo così incostante e timoroso, nè un re di Spagna anzi retto che rettore dei suoi regni, ecc.
VIII. Se la Repubblica non ha perduto di riputazione in queste controversie, perchè non ha abolito nè sospeso le leggi contenziose, ha però conceduto i due prigioni; e i due maggiori re del mondo hanno per lei dato parola al pontefice che non farebbe uso di dette leggi.
[233.] Bossuet, se pur è sua la Difesa della Dichiarazione del clero gallicano, volendo sostenere l'indipendenza dei principi della Chiesa, adduce che Paolo V non depose il doge e il Governo veneto, come avea fatto Gregorio VII con Arrigo IV; che il doge e il senato protestarono non esser la podestà de' principi sottomessa se non a Dio; che tutti i Veneziani obbedirono al doge e non badarono a decreti di Roma; che rimasero saldi gli editti e le leggi del senato, ancorchè concernessero beni e persone ecclesiastiche; fu tenuta per nulla la scomunica pronunciata col pretesto dell'immunità ecclesiastica, e il senato fu considerato ancora come cattolico benchè nè chiedesse perdono nè ottenesse l'assoluzione; che l'accordo si fece per mediazione della Francia e della Spagna, nè alcuno prese a difendere l'impegno di Paolo V, nè ad impugnar l'editto del senato: donde si deduce che, contro pontefici veementi ed esorbitanti si possono difendere i diritti regj senza ledere la religione.
Si risponde, primo, che il caso di Arrigo IV era ben diverso da questo, dove non interveniva delitto che portasse la deposizione, nè disobbedienza minacciosa o professata eresia. Il senato non negava l'indiretta podestà del papa sul temporale, bensì contendea del fatto e della materia di tal podestà, e se ingiuste o no le leggi per cui Paolo V interdiceva Venezia; sul che non era avvenuta alcuna canonica definizione. Laonde il Donato dichiarava il breve di Paolo ingiusto, indebito, nulloque juris ordine servato, e perciò nullo; non mai perchè il papa non n'avesse diritto.
Se, come le giudicava il senato, le leggi sue erano giuste e competenti, il papa avrebbe esercitato un potere diretto sopra uno Stato indipendente, il che eccedeva le sue attribuzioni, atteso che il potere spirituale del papa riguarda le cose temporali unicamente per ragione del peccato. Ecco perchè il senato vi si oppose, nè per questo Paolo V volle obbligarlo a ritrattarle.
Che i Veneziani tutti obbedissero al Senato, sarebbe a provarsi: gli Ordini religiosi intanto soffersero piuttosto l'esiglio: quanto agli altri, il timore e la riverenza potè indurveli, come vediamo tuttodì sottoporsi i nostri a leggi evidentemente irreligiose dello Stato. La stessa persuasione del principe che esse leggi non fossero contrarie alla Chiesa, dovette entrare nei più.