[227.] Lettera 6 marzo 1611. Memorie, X, 169. Nelle Lettere diplomatiche del Bentivoglio, ai 27 febbrajo 1619 abbiamo: «Per via di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho saputo ultimamente che, nel tempo dell'interdetto dei Veneziani, alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d'altre parti convicine pensarono di valersi di quell'occasione per ispargere in Venezia il veleno dell'eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si mandasse colà, sotto nome di mercante, un certo tale dei Diodati, italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v'andò in compagnia d'altri mercanti eretici, i quali, anch'essi consapevoli del disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia, esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla Corte di Roma, e sensi del tutto contrarj all'autorità della santa sede; ma nel resto non poteva comprendere ch'egli avesse alcuna inclinazione di voler abbracciare assolutamente l'eresia. Il detto Diodati, insieme con quei mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza un buon numero di libri eretici, particolarmente delle Bibbie tradotte in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra, con isperanza che il veleno ch'egli avea sparso fosse per fare non piccolo progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come feci, al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che anch'essi avevano avuto l'istessa informazione per la medesima strada, e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono dall'ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins, che con altre lettere più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine non fosse di quel pericolo che si era dubitato».
[228.] Allo Scaligero, ep. 480, 11 marzo 1607.
Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes et paralogismos, quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis. Ep. 474 del 7 novembre 1606. Allo Scaligero, ep. 480, 11 marzo 1607. Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego, cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum ejus controversiæ cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat. Nell'ep. 484 del 18 marzo a Scipione Gentile: O viros! o exactam earum rerum cognitionem; quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas! multa legi.... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum, vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti, ecquid de vestra Italia sperare incipis? E lo Scaligero rispondendogli d'aver tutto letto, soggiunge: In illis auctoribus tres palmam obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ dure partes, nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, numquam stigmata deleri, quæ pontifex accepit. Ep. 131 del 22 marzo 1607.
[229.] Mémoires de Sully, tom. III, pag. 27.
[230.] «Tutta Roma ragionava dell'interdetto e del protesto de' Veneti, ai quali davano torto... il cardinale Valier essere morto in poche ore a quanto dicevasi, di crepacuore». Esposiz. di Roma nell'Arch. de' Frari.
[231.] Il Romanin, nella Storia documentata di Venezia, tom. VII, p. 44, adduce un passo tratto da una miscellanea conservata da Emanuele Cicogna, ove dice che il cardinale Baronio professava «esser del ministero di san Pietro tanto il pascer le pecore che l'ammazzarle e mangiarle; e tale ammazzamento non sia crudeltà ma atto pietoso, perchè, se perdono il corpo, salvano l'anima».
È strano che così la pensasse il Baronio, generalmente lodato di mansuetudine; e che nella sua Parenesis ad R. P. Monetam conchiude: «La Chiesa non odia nessuno; essa ci ammonisce cogli scritti e insinua colle parole di amar i nemici, non perseguita e odia che il peccato. Sant'Agostino a Massimino donatista ed eresiarca dà il titolo di dilettissimo... «Io vi amo tutti nelle viscere di Gesù Cristo, e prego per voi. L'ammonimento che vi mando siavi di correzione se l'accogliete; di protesta se lo ricusate».
Non vi sarebbe dunque se non da imparare che bisogna andar cauti nell'accettare scritture di contemporanei, che dalle passioni contemporanee possono essere invelenite fino a repudiare ogni buon senso, come vediamo tuttodì. Ma nel caso nostro v'è di peggio. La nota da cui son tratte quelle parole sono poche pagine inserte in una miscellanea, dove un tale, incaricato d'informar la Repubblica sopra le opinioni manifestate nel concistoro, professa non aver potuto notare tutte le parole, e dopo alquanti giorni essergli scomparse dalla memoria a segno, da richiamarsele a stento. Or quelle del Baronio che adduce, sono: Quod occisio non debet esset nisi ex summa charitate: quod occidit præcipit manducare; nempe per christianam charitatem in sua viscera recondere, in se ipsum unire, ut sint simul unum et idem in Christo.
Da questo simbolico uccidere e mangiare per carità cristiana, s'è potuto dedurre quella strana asserzione!
[232.] Nicolò Contarini, poi doge, grand'amico di frà Paolo, eletto storiografo pubblico, tirò la storia dal 1597 al 1603: ma il Consiglio dei Dieci dopo la sua morte ritirò il manuscritto, e parendo troppo vivo nelle quistioni con Roma, non lo lasciò pubblicare.