Il Courayer dice che, come Erasmo, era catholique en gros et protestant en détail.
Calorosissimo sostenitore dell'autorità temporale de' papi fu ai dì nostri l'abate Gioberti. Sul bel principio del suo Primato stabilisce che la debolezza degli spiriti italici viene dall'aver separato la nazionalità dal principio religioso: errore già balenato nel medioevo, più applicato al risorgimento, e nei tentativi sconsigliati e spesso colpevoli di Crescenzio, Arnaldo, Cola Rienzi, Porcari, Baroncelli, come nell'eroico sogno di Dante, e nella folla di scrittori che tanto nocquero allo spirito patrio, fra' quali Machiavello e Sarpi son principali. Questi due scrittori, entrambi uffiziali civili di una repubblica, in ciò consentono che reputano il papa per un fuordopera della civiltà italiana, anzi per un impedimento, per non dir un flagello: ma in ciò si dividono, che l'uno aspira a ricomporre una Italia unita, forte e nazionale, ma animata dagli spiriti gentili, e fondata principalmente sul ferro, come ai tempi di Cammillo e di Scipione: l'altro (per quanto si può conghietturare il suo pensiero) par voglia una Italia cristiana, ma protestante, divulsa e al più confederata, come la Svizzera e l'Olanda, non informata da un principio unico, e signoreggiante le ambizioni parziali. Il primo ammira un modello antico e grande, ma pagano; il secondo vagheggia un esemplare coetaneo, ma acattolico e forestiero (p. 30). La Providenza suscitò contro i Ghibellini la sètta dei Guelfi, (p. 34). L'idea guelfa è in sè stessa giusta e santa, e io la tengo come la sola soluzione ragionevole dell'intricato problema agitato tante volte intorno all'essere nazionale degli Italiani. Essa è... praticamente la sola che si possa effettuare senza colpa e senza delirio (p. 35). E vedasi il seguito di tutta quell'opera, che, eliminandone la retorica, sarebbe utile a difondere.
[241.] Abbiamo Frà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolari di Giusto Nave. Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe Bergantini, e stampate a Lucca; come pure Justification de frà Paolo Sarpi, ou lettres d'un prêtre italien à un magistrat français, etc. Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola, in senso giansenistico.
Del genio di frà Paolo Sarpi in ogni facoltà scientifica e nelle dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de' sovrani ne' loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi dell'ordine vi rifiorisca la pubblica prosperità. Venezia 1785, due volumi s. n. d. ma è di Francesco Grisellini, e fu dilapidato dal Bianchi Giovini. L'autore dicea avere Bouschet raccolte le opere tutte di frà Paolo a Losanna, poi a Venezia, donde tre traduzioni francesi, ad Amsterdam, Londra, Ulma, e da Lebretin in tedesco. Costui è un ciarlatano: finge che un incendio gli abbia guaste molte carte: in fatto adulava ai papofobi del secolo passato, e fu premiato e impiegato a Milano. Agatopisto Cromaziano lo confutò nel lavoro Della Malignità storica.
Fu poi stampata a Lugano una vita del Sarpi, che fu de' primi esercizj a cui si provò uno che dovea riuscire fra' più ribaldi pubblicisti dell'età e del paese nostro. Credo di costui mano anche la vita premessa all'edizione delle Scelte lettere inedite del Sarpi (Capolago 1847), repugnante al buonsenso e alla creanza, e tutta ingiurie da taverna contro Roma e i preti in generale. Quattro sole pagine (dalla 108 alla 112) di queste Lettere inedite contengono contro i Gesuiti più infamie e stolidezze che non sapesse diluirne il Gioberti in cinque grossi volumi. Perocchè, come se parlasse alla gente più ignorante del globo, quel brutale editore assicura essere «dottrina insegnata concordemente dai Gesuiti, approvata dai loro teologi e generali, che è lecito l'assassinar l'accusatore e il giudice, lecito il furto, il giuramento falso, la simonia; che l'onania, il procurato aborto, la bestemmia, la ribellione contro il principe, il contrabbando, l'omicidio, il suicidio, il parricidio, il regicidio, e mille altre abominazioni sono o giustificate o dichiarate lecite, od anche in certi casi obbligatorie; i precetti di Dio e della Chiesa non obbligano alcuno, la rivelazione, i profeti, i vangeli si possono credere e non credere; anzi son cose credibili sì ma non evidentemente vere...» Di mezzo alle quali gli sfugge la confessione che non conveniva abbattere la dominazione della Chiesa: «È vero che la politica romana si mostrava oscillante e malferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare l'agonizzante indipendenza dei governi nazionali d'Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il dominio de' forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».
Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora inglese dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le opinioni del Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei Serviti ai quali apparteneva: certo molti di essi tolsero a confutarle. Principale fra essi fu Lelio Baglioni De potestate atque immunitate ecclesiastica; per la qual opera gli fu da Paolo V data la commissione di confutare il De Dominis, il che non potè fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni pietra per far tornare frà Paolo alla verità, e alfine, come generale, lo citò a Roma, senza frutto. È pur notabile la Difesa delle censure pubblicate da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta da alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà Paolo e al trattato dell'interdetto (Perugia 1707).
Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de' Serviti, e suo fu il capo de judiciis, molto lodato. Il rigore di cui lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui era caduto quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse il generale Jacobo Tavanti.
[242.] È la definizione del Bellarmino, De romano pontifice, I, 3, e vedi la nota 40 al nostro Discorso XXX.
[243.] De Republica Ecclesiastica, L. I, c. 8, n. 13: e c. 12 n. 42: Lib. II, c. 1, n. 9.
[244.] Per la bizzarria del titolo menzioneremo Daniel Lohetus, Sorex primus, oras chartarum primi libri de Republica Ecclesiastica archiepiscopi spalatensis corrodens, Leonardus Marius coloniensis in muscipula captus.