[245.] M. A. De Dominis arch. spalatensis, sui reditus ex Anglia consilium exponit. Fu poi stampata dal padre Zaccaria nella raccolta delle ritrattazioni col titolo Theotimi Eupistini, De doctis catholicis viris qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580 laudabili exemplo præiverunt. Roma 1791.
[246.] È anche indicata col titolo Papatus romanus, liber de origine, progressu atque extinctione ipsius.
Il processo del De Dominis è riferito dal Limbroch nella Storia dell'Inquisizione.
Col De Dominis era fuggito in Inghilterra un Benedettino, che vi si fece protestante. Tornato con lui, si rimise cattolico, e faceagli da mastro di casa. Invaghitosi d'una vicina, ne uccise il marito, e fe sposar la druda a un servo del De Dominis. Ma quando il denaro gli venne meno, cominciò a uccidere e rubare. Stava allora in Roma il padre Bzovio domenicano polacco, che scrivea la continuazione del Baronio; colui entrò a forza nella camera di questo, e ucciso il servo, rubò quanto potè. Alfine scoperto, fu impiccato. Nicius Erytraeus, Pinacoth, I, p. 200.
Del De Dominis si occupa spesso il carteggio del 1617 fra il cardinale Guido Bentivoglio e il cardinale Scipione Borghese, insistendo principalmente sul trovarsi quello mal provigionato dall'Inghilterra e perciò scontento. La lettera del Bentivoglio da Parigi, 11 aprile 1617, dice: «L'arcivescovo di Spalatro si trattiene tuttavia in casa dell'arcivescovo di Cantuaria (Cantorbery), dove gli viene proveduto quanto bisogna: ma di provisione di denari non s'intende che sinora egli abbia più di novecento scudi. Egli sollecita l'impressione della sua opera. Il suo senso però in materia di religione non piace del tutto, perchè non è del tutto conforme al senso anglicano» La nunziatura di Francia del cardinale Guido Bentivoglio ecc. Firenze 1863.
E al 25 aprile: «In Inghilterra corre voce che il detto arcivescovo sia uomo molto carnale, e che spezialmente abbia avuto a fare con una sua propria nipote: del che mi ha detto il conte di Scarnafigi, che la regina parlò a lui medesimo».
E al 9 maggio: «L'arcivescovo di Spalatro va stampando la sua opera, ed è già finito di stampare il primo libro. Il re ha deputato uno dei più eminenti fra loro in dottrina a rivedere di mano in mano quello che si va mettendo alle stampe. Egli si trattiene tuttavia in casa dell'arcivescovo di Cantorbery, e vien custodito affinchè non sia ammazzato, come egli mostra di temere. Il re gli ha conferito ultimamente il decanato di Windsor, che vale tremila scudi».
Al 27 maggio il Borghese gli scriveva da Roma: «D'Inghilterra s'intende che quel De Dominis vada stampando quell'empia sua opera, e che saranno tre libri. L'imperatore ha già dato ordine in Germania che non corrano e siano proibiti, e l'istesso si spera che farà sua maestà cristianissima».
Al 27 settembre: «In Inghilterra si mira a far che la sua opera sia piuttosto di scismatico che di eretico, per la maggior speranza che si ha di facilitare qui fra cattolici e altrove lo scisma, piuttostochè l'eresia aperta».
Il 25 ottobre 1617 narra le premure da lui fatte col cancelliere e il guardasigilli perchè i libri De Republica Ecclesiastica non fossero posti in vendita. Il guardasigilli propose che la Sorbona facesse una censura dell'opera per venire a un'espressa proibizione, «sebben qui la libertà è tanto grande, e sì grande l'ardire degli Ugonotti, che non si può sperare quel frutto che si dovrebbe da così fatte diligenze».