Il 22 novembre il cardinale Borghese lo avvisa che, «sebbene il libro è pessimo e tutto pieno d'eresie gravissime e di odio e veleno contro la santa sede... ciò non ostante, per la gravità e importanza del negozio, il quale sarà facilmente fomentato dal re d'Inghilterra e da' suoi ministri, sua santità gli raccomanda stia vigilantissimo e procuri di scoprire e sapere tutto quello che s'anderà facendo».
Il 5 dicembre il Bentivoglio annunziava che la Sorbona s'è risoluta di fare una severa censura d'esso libro.
L'8 dicembre il cardinale Borghese da Roma fa noto essersi proibita «l'opera De Republica Ecclesiastica, che il già arcivescovo di Spalatro promise di dare in luce in un suo libretto che stampò con l'occasione della sua andata in Inghilterra: poichè si vide chiaramente dal contenuto dell'istesso libretto, che la suddetta opera era tutta piena d'eresie, e di odio e veleno contro questa santa sede. E ora, essendo usciti in luce i primi quattro libri, s'è trovato che sono pessimi, e s'è già dato ordine di rinnovare la proibizione».
Il 17 gennajo 1618, il Bentivoglio da Parigi annunzia la censura fattane dalla facoltà teologica di Parigi; e come questa fosse criticata per aver censurato solo alcune proposizioni, e non tant'altre che più lo meritavano; ma la Sorbona non avea voluto toccare i punti concernenti la potestà temporale, per evitare cozzi col parlamento. Al 31 poi manda una predica italiana fatta dal De Dominis nella cappella delli Mercieri in Londra, stampato in-16º, ch'è una rarità bibliografica, e che attesta quanto poco valesse quell'apostata, e come ci fosse una chiesa italiana acattolica in Londra. Il 20 giugno annunziava un nuovo libro italiano di esso, che dev'essere Gli scogli del cristiano naufragio.
Al 18 luglio informa che M. De l'Aubépine, vescovo d'Orleans, piglia l'impresa di confutare il De Dominis, «e benchè qui non si usi molto a scrivere in latino, egli potrà essere ajutato facilmente». Non so se l'Aubépine abbia fatto questa particolar confutazione: bensì scrisse opere di gran pregio, e nominatamente sull'antica disciplina della Chiesa.
[247.] Nella prefazione è detto: «Tutta la fermezza della fede cattolica sta nei Gesuiti: e però non v'è cosa più efficace onde scassinarla che scassinare il loro credito. Rovinando questi si rovina Roma; e se Roma si perde, la religione si riformerà da se stessa, cioè diventerà protestante». Amsterdam 1751.
[248.] Bolla Benedictus Deus, 7 kal. febbr. 1563.
[249.] Monsignor Jacobo Altoviti patriarca d'Antiochia, stato più di sette anni nunzio apostolico in Venezia, lasciò manuscritte varie relazioni su quel paese, ove tra altre cose dice che, sul Sant'Uffizio, è «inesplicabile l'ombra che prende questa Repubblica, e indicibili essere i sospetti che ciascuno della medesima concepisce, che noi a Roma vogliamo, per questo verso del Sant'Uffizio, entrare nel loro governo... Chi sta sull'essere tenuto buon repubblicista, studia il capitolare di frà Paolo per bene istruirsi» (pag. 275). Soggiunge poi, che il senato rispettava il corso de' tribunali del Sant'Uffizio, quando fosse stato informato dall'ambasciatore di Roma, che, per assicurazioni dirette del papa, le cause in essi trattate appartenessero veramente alla disciplina religiosa (pag. 276). I missionarj allevati nel collegio di Propaganda fide soleano capitare a Venezia, per quindi imbarcarsi alle loro missioni. «Suggerii, dice, alla Sagra Congregazione di fare nella nunziatura, come fummi promesso, quattro stanze, affinchè, capitando a Venezia questi missionarj, in pubblici alberghi non vi smarrissero quella buona educazione che avevano appresa nel collegio di Propaganda fide, come per lo più accadeva; e vi si davano a siffatti divertimenti, che non trovavano poi la strada di andarsene alle loro missioni» (pag. 281).
[250.] Lettera CIC dell'edizione di Firenze.
[251.] Secondo i documenti prodotti testè da Rawdon Brown nel Venitian Calendar, sir Enrico Wolto, ambasciatore inglese, narrava al doge Donato che il feritore di frà Paolo fu uno scozzese, che frequentava l'ambasciata d'Inghilterra, e passava col nome di Giovanni Fiorentino figlio di Paolo.