E il papa ricevette cortesemente l'ambasciatore Contarino, dicendogli che «dalla buona intelligenza fra la santa sede e la Repubblica dipende la conservazione della libertà d'Italia; che non volea ricordarsi delle cose passate, ma nova sint omnia et vetera recedant»[233].
Sarebbe contro natura se all'abbaruffata sottentrata fosse così subito la cordialità. Venezia, che che gliene dicessero, capiva d'essere la vinta; il papa non potea dimenticare con quei modi gli si era resistito: pure smetteano i puntigli, col che ripianavansi le differenze. Giacomo I d'Inghilterra, re teologastro, avendo pubblicata allora l'Apologia pro juramento fidelitatis in senso ereticale, e mandatala a tutte le Corti, il re di Spagna e il duca di Savoja negarono riceverla; il granduca di Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono fosse presentata dall'ambasciatore in Collegio, e dal doge ricevuta come segno della benevolenza reale, poi trasmessa al grancancelliere, che la riponesse sotto chiave. Il nunzio apostolico Gessi presentò al Collegio la censura che Roma aveva proferito contro quel libro, e domandò venisse proibito: e il Collegio gli espose l'operato, e al capo degli stampatori comunicò verbalmente di non venderlo. Se ne indispettì l'ambasciatore inglese tanto, che fu duopo spedir apposta in Inghilterra Francesco Contarini, il quale sì ben ne ragionò, che il re ebbe a lodare il cauto procedere de' Veneziani[234].
Colla lite dileguarono le speranze d'apostasia, e frà Paolo si moderò, benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti: non è male che non ne dica in ogni occasione: non lasciò via intentata perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla Repubblica: procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e «Non c'è impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti. Vinti questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da sè». «È sicuro (soggiunge) assolverebbero d'ogni colpa anche il diavolo, quando con loro volesse accordarsi»; e «si vantano di dovere fra poco potere tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[235]; e al signor Dell'Isola scriveva: «De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica e massime nel servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro istituzioni stampate, eppure non è possibile vederne un esemplare. Non dico le regole che sono stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le leggi del loro governo, che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori, ed escono dalla loro compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti ancora, nè per questo sono scoperti li loro artifizj. Non vi sono altrettante persone nel mondo che cospirino tutte in un fine, che siano maneggiate con tanta accuratezza, ed usino tanto ardire e zelo nell'operare».
Il buon senso non accecato da passione avrebbe dovuto conchiuderne che non è vero esistessero queste regole secrete; pure la vulgarità le voleva: ma se si trovò chi stampolle col nome di Monita secreta, l'accannimento non toglieva al Sarpi il lume della ragione fin al punto da non avvertire l'assurdità di quel libercolo. «L'ho scorso, e m'è parso contenere cose sì esorbitanti, che resto con dubitazione della verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al sicuro, di tali non abbiamo sentito odore in Italia; forse altrove sono peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che non cede a qual altra si voglia». Ci voleva la depressione più mortificante della ragione umana perchè quel libretto fosse aggradito e ristampato dai nostri contemporanei, per pascolo della spensante Italia[236].
A chi dunque fa tutt'uno Gesuiti e santa Chiesa non può che puzzare d'inferno frà Paolo: ma altri vorrà solo in lui vedere un patrioto infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a' Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de' Protestanti perchè, nelle guerre d'allora, contrabilanciavano Casa d'Austria. Alla curia romana, che, in ogni caso, bisogna ben distinguere dalla Chiesa, frà Paolo professava un'ostilità esacerbata da puntiglio: sempre acerrimo contro le pretensioni di essa[237], applaudiva alle libertà gallicane, e «se briciolo di libertà noi abbiamo o ci rivendichiamo in Italia, è tutto merito della Francia: a resister a una sfrenata signoria voi (francesi) c'insegnaste... e come giunger al termine che il supremo potere di stabilire la disciplina ecclesiastica risegga nel principe... e il segnar le norme a bene usare dell'autorità della Chiesa»[238]. Ciò lo portava all'assolutismo, asserendo che «se v'ha alcuna cosa che alla sovranità del principe si sottragga, quel principe da quell'ora rimansi esautorato di fatto». Repugna dal Baronio e dal Bellarmino, celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti: il durar di Roma giudica che «dipende da un sottil filo, cioè dalla pace d'Italia... Vogliate credermi; una volta messa la guerra in Italia, vinca il pontefice o sia vinto, non importa, la cosa è spacciata»[239]. Ma da questi pensamenti corre ancora un gran tratto all'apostatare. La riforma ch'egli bramava consistea nella disciplina più che nei dogmi, intorno ai quali, è mai probabile si lusingasse di impegnare l'attenzione d'una Signoria tanto positiva, tanto nemica dei cambiamenti? Giurisprudente nel senso antico della parola, non paradossale come Calvino, non sottile come Soccino, eresiarca non poteva riuscire, giacchè considerava la religione come inviolabile nell'essenza, purchè non abbia parte alcuna nel poter dello Stato. Eccedono dunque e detrattori[240] e panegiristi[241], e degli uni e degli altri abbondò. Anzi che luterano o calvinista, potremmo qualificarlo razionalista, venerando, la propria ragione più di qualsiasi autorità, in traccia della verità, senza voler mai trovarla ove riposa. Ai carteggi suriferriti non si può scemar forza, se non imputandoli all'opportunità politica, e al voler carezzare le opinioni degli adulatori, come allorchè la Chiesa chiamava meretrix, bestia babylonica e simili titoli.
Ben a questa recò un colpo micidiale colla Storia del Concilio di Trento. Da fanciullo dovette sentire, da chi vi prese parte, discorrere di quel fatto capitalissimo nella Chiesa; a Mantova usò famigliarmente con Camillo Olivo segretario al cardinale Gonzaga, uno de' presidi al sinodo; in Venezia con ambasciatori di principi: e parendogli che le storie già stampate, fin quella di Giovanni Sleidan che a tutte antepone, non dessero sufficientemente a conoscere l'Iliade del secol nostro, si propose di raccontare «le cause e i maneggi d'una convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni per diversi fini e con varj mezzi da chi procacciata o sollecitata, da chi impedita o differita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre celebrata con varj fini, e che ha sortito forma e compimento tutto contrario al disegno di chi l'ha procurata e al timore di chi con ogni studio l'ha disturbata; chiaro documento di rassegnare li pensieri a Dio, e non fidarsi della prudenza umana. Imperocchè questo Concilio, desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che incominciava a dividersi, ha così stabilito lo scisma ed ostinate le parti, che le ha fatte discordi e irreconciliabili; e maneggiato dai principi per riforma dell'ordine ecclesiastico, ha causato la maggior diformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano: dalli vescovi sperato per riacquistar l'autorità episcopale passata in gran parte nel solo pontefice romano, l'ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior servitù. Nel contrario, temuto e sfuggito dalla Corte di Roma, come efficace mezzo per moderarne l'esorbitante potenza, da piccioli principj pervenuta con varj progressi ad un eccesso illimitato, gliel'ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatale soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».
Il Sarpi vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora, copiò a man salva gli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, De Thou, Adriani, e sovente non fa che tradurre lo Sleidan, ostilissimo a Roma: ma li completò con qualche documento e colle relazioni de' legati veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie; ma non guardandone che il lato esterno, fa la parodia anzichè la storia della più insigne assemblea che si fosse mai veduta; vuol ridurre alle proporzioni d'un intrigo la decisione delle cose superne, e farle dipendere da una manovra, da un'infreddatura, da un'arguzia felice, da un discorso eloquente, da un'infornata di cardinali, dalla pronunzia strana d'un prelato forestiero, dall'artifizio de' presidenti a soffogar la questione o prorogarla, come succederebbe in un parlamento d'oggi; anzichè dallo Spirito Santo, che, come empiamente dice, viaggiava in valigia da Roma a Trento.
Come nella vita, così nell'opera non abbracciò risolutamente un simbolo protestante, eppure staccasi dal dogma cattolico volendo la personale interpretazione delle sacre scritture; ripudiando i libri deuterocanonici; disprezzando la vulgata; separando l'esegesi dalla dottrina patristica; riguardo al peccato originale, alla grazia, alla giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera il teologo Martino Chemnitz, uno de' più avversi al Concilio.
Non solo i polemici, ma gli annotatori più benevoli ed assenzienti lo convincono di grossi errori; senza contare la sistematica finzione di lunghi discorsi, che mai non furono recitati o da tutt'altri che da quelli, in cui bocca li pone. Il quale vezzo retorico, se è brutto nelle storie profane, sta ben peggio qui, dove si discutono punti di fede. Ma appunto uno de' molti artifizj di frà Paolo è il non asserire in testa propria, ma o far dire da altri ciò che sarebbe evidente eresia, o narrarlo come dottrina nè approvata nè riprovata, oppure confutarlo con ragioni che ne crescono la forza.
In tempo d'impetuose diatribe conservava un'apparente calma, quasi non riferisse che fatti e documenti: e coll'aspetto d'imparzialità cattivava gl'inesperti, e mascherava le ignoranze e contraddizioni sue, mentre tutto disponeva non per chiarire la verità, ma per ottenere effetto, sin alterando i documenti perchè servissero alla sistematica sua opposizione e agl'interessi politici del suo paese.