Con quale asseveranza ciò è raccontato! Eppure, non che risoluzione, nemmanco proposta di ciò trovasi mai negli Atti verbali. E come saria stato possibile? In Venezia tutto era cattolico; l'origine, il patrono, le feste nazionali, le belle arti: ivi sfoggiatissime le solennità; ivi antica l'inquisizione contro l'eresia; ivi sulla religione innestata la politica per la crociata perenne contro gl'Infedeli: ivi aggregati quasi tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo pari, ma fin superiore al nobiluomo e al senatore: chi ha occhio dica se fosse culto che perisce quello che fabbricava allora tante suntuosissime chiese. Dove lo spirito pubblico era così identificato al cattolicismo, un Governo eminentemente conservatore potea mai pensare alla rivoluzione più radicale? Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell'interdetto, e in tutti gran franchezza e dispetto ci apparve, ma sommessione cristiana e desiderio di riconciliarsi.
Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che non si fosse ripromesso; nè però deponeva le speranze: quei due frati adoprarsi a tutt'uomo, ma ancor troppo radicata esservi la riverenza pei monaci[216]. Soggiunge che frà Paolo non vuole svelarsi, allegando che così potrebbe meglio saper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi il a extrêmement profité: quanto a frà Micanzio, sans doute il aurait effectué quelque notable exploit, s'il n'était continuellement contrepesé par la lenteur du père Paul. E altrove confessa avere «a fondo scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch'ei non crede sia necessaria una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona inclinazione». Anche l'apostato De Dominis a Giacomo I d'Inghilterra scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero».
Ma il Sarpi accettò la confessione protestante? Oltre la storia sua, azioni e lettere fanno della fede sua molto dubitare[217]. Avendo Nicola Vignerio stampato una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye ambasciatore di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al signore di Commartin, da quell'opera tenersi offesa la Signoria veneta, perchè vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa. Eppure a quell'opera del Vignerio e all'esposizione sua dell'Apocalisse, ove riscontra l'anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese di Eduino Sandis sullo stato della religione in Occidente, ove non ravvisa che superstizione e inezie nella pietà dei Cattolici, e massime degli Italiani. Ugo Grozio, lodando grandemente quel libro, scriveva: Sandis quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli didicerat. Item ad quædam capita notas addidit, jam egregias in defæcando lectorum judicio[218].
Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici questo passo di lettera 12 maggio 1609 del Sarpi al Gillot, canonico della santa Cappella di Parigi, che scrisse sul Concilio di Trento e sulle libertà gallicane; Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus. Vos et dominationi resistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent: ipsique servitutis istrumenta fuere. Postquam, excusso jugo, illa ad libertatem aspirant, tota vis dominationis in nos conversa est. Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majores nostri probaverant, nisi vos subvenissetis? Sed utinam omnino subsidiis vestris uti possemus![219].
Quando il Priuli ambasciatore veneto tornava di Francia, moltissimi libri ereticali furono imballati da Francesco Biondi suo segretario, il quale poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe ambasciatore in Francia quell'Antonio Foscarini, che finì decapitato per isbaglio, e ch'era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo al cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come papista, soggiungendo che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far qualche cosa di bene per la religione»[220].
Questo residente a Torino era Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà Paolo, che lo giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non solo Venezia ma forse l'Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra ove morì, surrogandogli il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero congiunte con quelle di Stato e di governo». E sempre con questa bilancia pesa egli i differenti ambasciatori.
Coloro che si lusingavano di ridur Venezia protestante ebbero per buon sintomo il vederla legare accordi coi sollevati dei Paesi Bassi e riceverne un ambasciatore[221], ma era un espediente politico per avversare la Spagna. Confidavano che Enrico IV, per la sua nimistà con casa d'Austria, vi favorirebbe le innovazioni; ma, qualunque fossero le costui credenze religiose, egli, come tutti i re del suo tempo, riteneva che il Governo ha podestà d'intervenire nelle pratiche religiose de' suoi sudditi; e nello stesso editto di Nantes, di cui gli si fa tanto merito, non concedeva libertà di ogni culto, ma del solo calvinistico. Inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e per segno quant'erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti i principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio conseguirebbero l'intento; e se il papa si ostinasse, Venezia romperebbe definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge e alquanti senatori erano in desiderio.
Questa diretta denunzia[222] costringe la Signoria a provedere; i papalini prevalgono; il Sarpi se ne scoraggia, e geme, ed «È incredibile quanto grande sia stato il male fatto con quella lettera. Se sarà guerra in Italia, fia bene per la religione, e per questo Roma la teme; l'Inquisizione cesserà, e l'evangelio avrà corso»[223]; e si duole che «le occasioni sono smarrite, dirò morte e sepolte, e solo Dio può eccitarle, al quale se piacerà così, ho materia accumulata e formata secondo le occasioni»[224]. Come ogni altro mestatore, desiderava dunque la guerra, e invocava gli stranieri; ora Enrico, da cui «unicamente potea venirci salute», ora Sully, ora il re d'Inghilterra, od altri nemici della Spagna; si duole che il papa proceda lenemente, sicchè i politici s'acconciano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano; e «Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che resta, se non venendo molti agenti de' principi riformati e massime dei Grisoni, perchè questi farebbero l'uffizio in italiano[225]. Spagna non si può vincere se non levato il pretesto di religione: nè questo si leverà se non introducendo Riformati in Italia. E se il re di Francia sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La Repubblica negozia lega coi Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche cosa, se dimandassero esercizj di religione in Venezia»[226]. Del suo scoraggiarsi lo rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo, morrà prima di vedere compiuta la sua opera[227].
Con questa disposizione di cose e di spiriti, il litigio col papa poteva incancrenirsi. Ne esultavano i Protestanti, e il Casaubono rallegravasi di essere stato dall'ambasciatore Priuli invitato a Venezia, dove conoscerebbe magnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam excitasset; invitava Giuseppe Scaligero e Scipione Gentile a rallegrarsi che in mezzo a Venezia fosse sorto un sì magnanimo oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi con che illudono il mondo[228]. Ma gli uomini positivi vedeano altrimenti, e il famoso Sully, benchè ugonotto, compiangeva che il Sarpi svertasse l'autorità del pontefice fra i Veneziani, i quali, se avessero dato segno d'apostatare, subito avrebbero avuto in soccorso Turchi, Greci, Evangelici, Protestanti d'ogni paese, rattizzando un incendio, quale al tempo di Leone X e Clemente VII. Laonde egli si concertava coi cardinali di Giojosa e di Perrone per impedire che tali semi si sviluppassero in Italia, e per rimettere in concordia Venezia col papa[229].
Un tale pericolo viepiù affliggeva le anime pie[230]; e il Bellarmino lasciò da banda le controversie cogli eretici per ribattere i libelli de' sette teologi veneziani. Oltre le ragioni di che la francheggiano esso e il Baronio[231], Roma minacciava anche coll'armi, finchè l'imperatore e i re di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze interpostisi, ripristinarono la pace. Nell'aprile 1609 il nunzio pontifizio fu mandato con istruzioni moderatissime, abrogando gli atti lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i Gesuiti, non obbligando Venezia a verun atto d'umiliamento o ritrattazione, solo che usasse temperamenti. Il doge Lionardo Donato annunziava a tutti gli ecclesiastici che, «colla grazia del Signore, s'è trovato modo col quale la santità del pontefice ha potuto certificarsi della candidezza dell'animo nostro, della sincerità delle nostre operazioni e della continuata osservanza che portiamo a quella santa sede, levando le cause dei presenti dispareri: noi, siccome abbiamo sempre desiderato e procurato l'unione e buona intelligenza colla detta santa sede, della quale siamo devoti ed ossequentissimi figli, così ricevemo contento di aver conseguito questo giusto desiderio»; e perciò ritirava la protesta che avea fatta contro l'interdetto. I due prigionieri furono messi in due gondole, consegnati all'ambasciatore di Francia cardinale Giojosa che era stato incaricato d'interporsi, e che assicurava Enrico IV aveagli sempre scritto di ricordare ai Veneziani di star bene con il papa[232].