Campione del partito principesco ci si presenta Paolo Sarpi, frate servita, uno de' migliori ingegni di quell'età anche nelle scienze positive. Teologo della Repubblica, in quel litigio fu condotto ad esaminarne i titoli, e con ragioni ed autorità sminuire l'ingerenza del papa ne' civili negozj, e contro le dottrine democratiche de' Gesuiti sostenere che il poter de' principi deriva immediatamente da Dio, e non è sottoposto a nessuno: il papa non aver diritto di esaminare se le azioni d'un Governo siano colpevoli o no, poichè ciò porterebbe a indagini incompatibili colla sovranità principesca. Sebbene scrivesse per comando e «a norma delle pubbliche mire»[212], venne ad infervorarsene per modo, che suo distintivo rimase l'avversione alla santa sede. Stampò allora (se pur è sua) la Consolazione della mente nella tranquillità di coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella città di Venezia nel preteso interdetto di papa Paolo V, ove propone tali quistioni: 1º nel pontefice e nella Chiesa v'è autorità di scomunicare? 2º quali persone sono soggette a scomunica, quali le cause di applicarla? 3º la scomunica è appellabile? 4º è superiore il pontefice o il Concilio? 5º per ragion di scomunica il principe legittimo può essere privato de' proprj Stati? 6º per impedire la libertà ecclesiastica s'incorre giustamente nella scomunica? 7º qual è questa libertà? e si estende solamente alla Chiesa, ovvero anche alle persone di questa? 8º il possesso delle cose temporali spettanti alla Chiesa è di diritto divino? 9º una repubblica come un principe libero può restar privata dello Stato per causa di scomunica? 10º il principe secolare ha legittima azione di riscuotere le decime, e legittima potestà d'ordinare ciò che giovi alla repubblica sopra i beni e le persone ecclesiastiche? 11º ha per se stesso autorità di giudicare gli ecclesiastici? 12º quanto si estende l'infallibilità del pontefice?

E rispondeva in somma, che la potestà del santo padre si limita a procurare la pubblica utilità della Chiesa: il Cristiano, non che a quello dover obbedienza cieca, pecca se la presta, ma deve esaminare se il comando è conveniente, legittimo, obbligatorio; e quando il pontefice fulmina scomunica o interdetto per comandi ingiusti e nulli, non s'ha a tenerne conto, essendo abuso di podestà: la scomunica è ingiusta e sacrilega quando lanciata contro la moltitudine; non può sussistere se non s'appoggia a peccato, anticipatamente minacciato di scomunica: il Concilio di Trento, fuoco di Sant'Elmo apparso nelle maggiori burrasche della Chiesa, ingiunge estrema circospezione nell'infliggerla, ma erra quando vuole che, chi vi persevera un anno, sia dato all'Inquisizione come sospetto d'eresia; e quando vieta al magistrato secolare d'impedire al vescovo di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di diritto divino. La Chiesa greca, sempre povera, patì minori scandali che la latina. È patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi somministrino la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I papi, non che la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza spirituale, e la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le cose umane col tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce l'autorità, non già la santità e la riverenza. I principi temporali non dipendono che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la potestà temporale ch'egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui principi, non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o spogliarli de' dominj. A rincontro gli ecclesiastici non han nulla che resti esente dalla podestà secolare, e il principe esercita sulle persone e i beni altrettanta autorità che sugli altri sudditi.

L'impugnar Roma era prova di tutt'altro che d'eroismo in una repubblica sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo, sbraveggiando il papa, umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un villaggio; porgevasi sommessissimo ai nobiluomini del suo paese, e blandendo ad essi ed all'opinione interessata, usurpavasi gli onori del coraggio. Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe costituzioni da esso ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere fin alla tortura; e l'insinuare alla Repubblica provedimenti tirannici: dai giudizj escludere il dibattimento[213]; tenere ben depressi i nobili poveri; opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve, limar i denti e gli artigli, umiliarli spesso, toglierne ogni occasione d'agguerrirsi, trattarli a pane e bastonate, serbando l'umanità per altre occasioni; nelle provincie d'Italia industriarsi a spogliar le città dei loro privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni sieno comperati da Veneziani; quei che nei consigli municipali si mostrano animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo: se vi si trova alcun capoparte, sterminarlo sotto qualsiasi pretesto, cansando la giustizia ordinaria, e il veleno tenendo come meno odioso e più profittevole che non il carnefice. Suggerisce una legge rigorosa contro le stampe, atteso che «da pochi anni in qua escono quotidianamente a stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che l'ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come una persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non è obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le gabelle e pubbliche gravezze, e basta che l'uomo sappia far di non essere scoperto: che le imposte e contribuzioni pubbliche per la maggior parte sono inique ed ingiuste, ed i principi, che le impongono scomunicati: insomma i principali magistrati sono rappresentati e posti in concetto dei sudditi per empj, scomunicati ed ingiusti; e se è necessario tenerli per forza, in coscienza è lecita ogni cosa per sottrarsi dalla loro soggezione».

Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure frà Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con salvocondotto, ottenne ricevimento cortesissimo e l'assoluzione: poi repente fu arrestato dal Sant'Uffizio, e trovatogli libri proibiti, scritture ereticali e carteggi d'intelligenze col re d'Inghilterra, fu appiccato ed arso.

Secondava al Sarpi frà Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia, predicando con tale franchezza, che il medico Pietro Asselineau d'Orleans, dimorante in Venezia e caldo in quei maneggi, per cui spesso scriveva consulti invece di frà Paolo, ebbe a dire: «Pare Dio abbia per l'Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[214]. Fece egli il quaresimale nel 1609 «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva Duplessis-Mornay.

Alle scritture che, in occasione dell'interdetto, pubblicavansi contro Roma, esultavano i Protestanti; Melchiorre Goldast, Gaspare Waser, Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni, faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva: «Il signor Carlo Harlay di Dolot m'ha detto di aver portato libri di Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la cognizione degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero nell'esposizione del salmo XI: «A Venezia sarà ricevuto il vangelo: e i poveri e gli oppressi cristiani liberamente si sostenteranno e nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».

Chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le controversie con Roma o l'avversione ad un papa infondano ardire e lusinghino speranze di rompere colla Chiesa. Chi ciò cercasse non difettava in Venezia, quali Ottavio Menino di San Vito, legale lodato e poeta latino, che molto scrisse in proposito dell'interdetto, ed eccitava il Casaubono a fare altrettanto; Antonio Querini, autore dell'Avviso pernicioso; l'erudito Domenico Molino; Alessandro Malipiero, «uomo d'una pietà senza fuoco e senza superstizioni, che era solito ogni sera accompagnare il Sarpi, a cui portava un amore e venerazione singolare, che era tra loro vicendevole»[215]. Aggiungiamo don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano apostato, che colà rifuggito, continuava a celebrar messa, benchè sospeso dal pontefice. «Jeri morì don Giovanni Marsilio, (scriveva frà Paolo, di Venezia il 18 febbrajo 1612). Li medici dicono, che sia morto di veleno; di che io, non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l'ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono diversi, che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un'altra. Dio però par che goda la più minima parte de' pensieri umani. So ch'ella m'intende senza passar più oltre».

Questi, e Leonardo Donato, Nicola, Pietro, Giacomo Contarini, Leonardo Mocenigo ed altri aveano ritrovi in casa d'Andrea Morosini, ove dibatteano le controversie d'allora circa l'autorità regia e la papale, avversi del pari alle esorbitanze romane come alla prevalenza spagnuola. Vi davano appoggio ed incitamento l'ambasciatore d'Inghilterra ed il famoso Bedell suo cappellano, il quale tradusse da frà Paolo la Storia dell'Interdetto e quella dell'Inquisizione, e studiavasi d'introdurre la Riforma, continuando la pratica anche dopo che Venezia si fu rassettata col papa. Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinale Borghese come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini, sicuri di avervi liete accoglienze da alcuni nobili, ma poi aveano ricevuto ordine di tornar indietro.

Giovanni Diodati, che menzionammo discendente da profughi lucchesi, dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo di Dordrecht nel 1618, ed eletto, benchè straniero, a redigerne le deliberazioni, avea procurato la versione della Storia del Concilio di Trento di frà Paolo; e a lui di queste intelligenze dando informazione, il Bedell soggiungeva: Ecclesiæ venetæ reformationem speramus, e lo esortava a recarsi colà, dove lo sospiravano l'ambasciator suo e frà Paolo. Fu per tal occasione che il Diodati pubblicò la sua versione italiana della Bibbia, e scriveva: «Non istò senza speranza di farne entrare e volare degli esemplari in Venezia, dove la superstizione ha già ricevuto una breccia, per la quale è entrata la libertà, cui Dio santificherà per la sua verità quando ne sia il tempo». E pochi mesi dopo: «A Venezia ne ho già spedito qualche numero di esemplari, e spero ben tosto maggior commissione. Per suggerimento dell'ambasciatore d'Inghilterra in Venezia, io fo adesso stampare il Nuovo Testamento a parte, in piccola gentilissima forma, perchè serva agli avventurosi principj che Dio vi ha fatti apparire. E forse il meno sarà questo servirli con la penna solamente; poichè bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed espressa, e belli e formati sono i progetti, i quali il tempo è vicino molto a metter fuori, siccome io spero in Nostro Signore».

Duplessis-Mornay, detto il papa de' calvinisti francesi, avea fatto il Mistero d'iniquità e la Istituzione, uso e dottrina del santissimo sacramento dell'eucaristia nella chiesa antica; come, quando e per quali gradi la messa s'è introdotta in sua vece (La Rochelle 1598), opera dove i Cattolici verificarono quattrocento false citazioni, su di che si tenne una famosa conferenza a Fontainebleau il 4 maggio 1600, dopo la quale egli ristampò quel libro a Saumur il 1604, con meno infedeltà. Egli zelava la conversione di Venezia, e a lui il Diodati porgeva contezza come già da due anni ne stesse in pratica: da lettere di colà venir reso certo che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo che uno crederebbe esser a Ginevra; il mal umore contro il papa non acchetarsi; e tre quarti de' nobili aver già raggiunta la verità. De Liquez, compagno del Diodati, soggiungeva: «Frà Paolo mi assicura che nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la verità, ma non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi. E una prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine dal senato di continuare a celebrar messa». Aggiunge che, avendo i preti esatto che, prima di ricever l'assoluzione, i loro penitenti promettessero obbedire al papa nel caso d'un nuovo interdetto, il Governo gli ha arrestati, et mis en lieu où depuis ne s'en est oui nouvelles; tellement que, depuis l'accord, ils ont plus fait mourir de prètres et autres ecclésiastiques, qu'il n'avoyent fait en cents ans auparavant. Anche Link, emissario dell'elettor palatino, del quale si legge la relazione negli Archivj storici del professore Lebret, parla di oltre mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti patrizj: s'avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di rado eccedeva i seicento; se vi si aggiungano quelli che voterebbero per la costoro influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e quindi l'effetto de' loro desiderj.