Un frate a Orzinovi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo, ch'egli avea preso per garantirsi. Condannato un prete marchigiano, la Signoria manda al patriarca che lo sconsacri; e poichè questi esitava, alcuni in Consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che con ciò s'impiglierebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò si mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l'abate Brandolino di Narvesa nel Trevisano, imputati di nefandità, e rinnova l'antico decreto che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e devano vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino nuove chiese senza beneplacito del senato.
Se n'adontò Paolo V. Era egli stato Camillo Borghese, e salito papa senza brighe, si credette eletto dallo Spirito Santo per reprimere gli abusi che aveano abbassato la Santa Sede. Di rigorosa virtù, erogava dodicimila scudi l'anno in limosine e doti; censessantamila ne spese in erigere quel maestoso tempio ch'è Sant'Andrea della Valle, e moltissimi in doni a Loreto e ad altre chiese e santuarj. Degli affari decideva egli stesso, anzichè riferirne in concistoro; insistette perchè i vescovi risedessero; voleva istituir una congregazione per istudiare i mezzi di ampliare l'autorità ecclesiastica e mortificar la presunzione de' governi secolari, e ripeteva: «Non può darsi vera pietà senza intera sommessione alla podestà spirituale». Per questa lottò con Malta, con Savoja, col senato di Milano, coi governi di Lucca e Genova non solo, ma con Francia e Spagna, e sempre prosperamente.
Col doge si trovava già in iscrezio per affari di decime, di franchigie, di commercio, di guerra coi Turchi; e guardava di mal occhio questa Potenza, oculatissima ad escluder gli ecclesiastici da ogni maneggio d'affari, a non mantenere pensionarj a Roma, a esiger tasse anche dai beni ecclesiastici, allegando ch'erano un terzo dell'intero territorio; a voler giudicare anche i preti per le colpe ordinarie: e anticipando una qualifica che Federico di Prussia applicò a Giuseppe II, diceva al Contarini: «Signor ambasciatore, con nostro grandissimo dispiacere intendiamo che i signori capi dei Dieci vogliono diventar sagrestani, poichè comandano a' parocchiani che all'Ave Maria serrino le porte delle chiese, e a certe ore non suonino le campane».
Nato quell'aperto «pretesto di spiritualità» che dicemmo, scrisse minaccie al doge, e non ascoltato, radunò un concistoro, nel quale quarantun cardinali, eccetto un solo veneziano, convennero non potersi spingere più oltre la tolleranza: sicchè il papa mandò monitorj il 25 dicembre 1605, poi la scomunica, espressa con una severità che ripugna ai tempi[207]. La Signoria se ne mostrò addolorata, ma non cambiò tenore. Potea facilmente rassettar la cosa col consegnare al Foro ecclesiastico uno dei due arrestati; ma prevalse il puntiglio e il voler braveggiare contro la maggiore autorità; ed avviluppandosi nelle meschinità consuete a chi fa guerra ai preti, intimò guai a chi «lasciasse pubblicare il monitorio»; impose che gli ecclesiastici continuassero le uffiziature pubbliche e ad amministrar i sacramenti: dietro ciò guerricciuole contro chi disobbediva; ai vescovi di Brescia, e di Treviso, al patriarca di Udine minacciar confisca e peggio; si citino l'arcidiacono Benaglio e l'abate Tasso; si puniscano preti e frati d'Orzinovi e il Lana arciprete del duomo di Brescia, renitenti; si obblighi ai divini uffizj l'inquisitore di Brescia, che se ne astiene allegando le sue molte occupazioni: e perchè reluttò, sia bandito; si scarceri il priore dei Domenicani, dacchè promise obbedire al Governo; s'arrestino i commissarj apostolici: lamenti contro i frati di Rodengo, contro i rettori di Verona per renitenze di que' preti: lode ai rettori di Bergamo per aver ingiunto ai cappelletti e soldati côrsi d'impedire a qualsivoglia curato di partirsi dai luoghi, nello spirituale sottoposti all'arcivescovado milanese; suggerir che il conte Martinengo generale di cavalleria, sotto pretesto d'andare a caccia, vada a rinfrancare que' curati nell'obbedienza; i rettori così alla sorda chiamino due o tre per volta i confessori, scandaglino le loro opinioni in materia d'interdetto, e i renitenti puniscano a loro arbitrio; si sorveglino le monache che stavano in carteggio con Roma e non andavano alla messa[208]. Al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto lo Spirito Santo gl'ispirasse, il podestà soggiunse: «Lo Spirito Santo ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».
Bandironsi Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali, tenendosi obbligati d'obbedire al papa anzichè al principe secolare, andarono via processionalmente dallo Stato, con un crocifisso al collo e una candeletta in mano[209]; e restò proibito di scrivere e ricevere lettere a e da' Gesuiti, pena il bando e la galera come pel lasciare figliuoli ne' loro collegi.
Sarebbe bizzarro e, mutati i costumi, avrebbe riscontro in altri tempi il descrivere le intime dissensioni delle terre e delle famiglie sull'obbedire o no al pontefice; ne' conventi, monache le quali di soppiatto scrivono a Roma: frati che tirano a sorte chi dovrà pubblicare le bolle dell'interdetto; altri che vengono di nascosto a infervorare alla resistenza: e chi a dispetto suona le campane: e chi procura venga celebrata la pasqua[210]: pure la Signoria, più civile e più accorta che alcuni Governi sparnazzanti il preteso progresso, non soffrì venisse insultata la religione, nè calpesta l'autorità, ch'è il fondamento d'ogni viver civile: e quando un Servita in pergamo si permise acerbe parole contro il pontefice, sin a dire che Paolo era divenuto Saulo, essa lo disapprovò.
Tesi, apologie, consulti furono scritti e contro e in favore dai meglio reputati giuristi[211], e singolarmente dal celebre Menocchio, presidente al senato di Milano; i più sostenendo ne' governi il diritto di esaminar i motivi delle scomuniche e delle ordinanze pontifizie. Quel che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio Leti che nella Vita di Sisto V scrive: «I frati veneziani hanno tanto a cuore la riputazione della loro repubblica, che in servizio di questa rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono fare lo stesso in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj contrarj e scandalosi».
Durava ancora il tempo vagheggiato da Giulio II, ove non si mandasse scomunica che sulle punte delle lancie: onde il papa faceva armi; armi facea la repubblica, e al litigio prese parte tutta Europa, in tutta ritrovandosi persone e cause interessate. La Spagna, che, attenta a ribadire il suo predominio in Italia, guatava in sinistro questa republica che gliel contendea, soffiava nel fuoco; rifiutò l'ambasciadore veneto come scomunicato; il duca d'Ossuna diceva a Paolo V che i Veneziani non bisognava contarli per cristiani, giacchè spesso aveano conchiuso trattati coi Turchi, espulso i Gesuiti, cozzato col papa, parteggiato cogli eretici di Francia e d'Olanda. Di rimpatto Enrico IV stimolava i Veneziani a suscitare disordini ne' dominj spagnuoli. Più li favorivano l'Inghilterra, l'Olanda, il conte di Nassau, i Grigioni, avversi al papa, e spinti dai predicanti, che speravano in quei dissidj un'occasione di impiantare la Riforma in Italia, cioè proprio nella sede del cattolicismo.
La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei v'erano egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l'indifferenza religiosa. L'autore del Discorso aristocratico sopra il governo dei signori Veneziani assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista, permetteasi fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano scrupolo; aggiunge però: «Non ho mai conosciuto alcun veneziano seguace di Calvino o di Lutero od altri, bensì d'Epicuro e del Cremonini, già lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il quale assicura che l'anima nostra provenga dalla potenza del seme, come le altre dell'animal bruto e per conseguenza sia mortale. Seguaci di questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare molti che hanno mano nel governo».
La proibizione de' libri rovinava le stamperie, che a Venezia erano in gran fiore. Le idee democratiche, diffuse dalla scuola gesuitica, disturbavano la dominante aristocrazia, che in conseguenza parteggiava pel potere assoluto de' principi, e favoriva i Protestanti contro i Cattolici.